Sant’Antonio Abate, infortunio sul lavoro: confermata in Cassazione la condanna del titolare dell’azienda

A distanza di meno di 8 mesi dal deposito delle motivazioni della sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Napoli (che a sua volta aveva confermato la sentenza resa dal Tribunale di Torre Annunziata), in un giudizio in cui gli avvocati Domenico Di Criscio ed Aldo Avvisati, rispettivamente del foro di Napoli e del foro di Torre Annunziata, si sono costituiti parte civile in giudizio per un sindacato dei lavoratori, la Suprema Corte, a tanto richiesta, ha emanato, al termine dell’Udienza, il 06 dicembre scorso, il dispositivo contenente un provvedimento di rigetto del ricorso proposto dall’imputato, già condannato nei precedenti due gradi di giudizio confermando, per effetto, ogni statuizione ivi contenuta ovvero mesi 4 di reclusione con pena sospesa, condanna al risarcimento dei danni nei confronti del Sindacato (da quantificarsi in un separato giudizio civile da intentarsi) nonchè la ulteriore condanna alla refusione delle spese di rappresentanza e difesa di tutti i gradi di giudizio.

A nulla sono valse le difese dell’imputato, compreso il tentativo di attribuire le responsabilità dell’occorso incidente a datore di lavoro della ditta (committente) al cui interno l’esecuzione dell’attività aveva luogo. Argomentazioni ribattute, punto per punto, nel corso della discussione avvenuta dinanzi alla IV sezione della Suprema Corte, da parte dell’avvocato Aldo Avvisati per la parte civile. 

La pronuncia è stata resa al termine del Terzo grado di un processo che ha visto quale imputato del reato di lesioni personali gravi per conseguenza di violazione, appunto, delle norme poste a tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro, il titolare/datore di lavoro (V.P.) di una ditta che si occupa di installazione/manutenzione di impianti industriali (T.I.), a causa del grave infortunio occorso ad un proprio dipendente (tra l’altro, fratello del titolare stesso).

Nel caso di specie, il lavoratore riportava lesioni a seguito della caduta, da un altezza di 6 metri, a causa dello sfondamento di alcune lastre di copertura in plexiglass del tetto di un capannone industriale di un’azienda in Sant’Antonio Abate (Napoli), dove si trovava, prestando la sua opera per la sostituzione di un tubo in quota.

L’imputazione, che aveva già portato alla pronuncia di condanna, resa dal Tribunale (confermata ora definitivamente dalla Suprema Corte), del datore di lavoro della ditta di installazione impianti, di cui il malcapitato lavoratore era alle dipendenze, è stata, appunto, di lesioni aggravate per aver omesso di considerare, nel Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), il rischio specifico di lavori in quota o su coperture di edifici o capannoni industriali e, per conseguenza, per aver omesso di prevedere l’utilizzo per l’esecuzione di tali lavori di impalcature, fisse o mobile, come ponteggi o trabatelli.

Di fatti, a seguito dell’istruttoria dibattimentale, il Giudice Monocratico, in sede di prima pronuncia, aveva ritenuto violata non solo la disposizione infortunistica contestata in violazione di quanto prevede proprio l’art. 28 d.lgs. 81/08, ma altresì aveva ritenuto configurata, accogliendo uno dei passaggi principali della  discussione in Udienza del procuratore di essa Fillea CGIL, avv. Aldo Avvisati, anche la responsabilità per colpa generica, ex art. 43 c.p., pur contestata all’imputato, nel senso dell’assenza di ogni forma di vigilanza affinché il lavoro dei dipendenti fosse svolto in condizioni di sicurezza: ed invero, risultava accertato che, lo stesso datore di lavoro imputato, pur presente in azienda, era assente sul luogo specifico al momento dell’infortunio.

Notazione di rilievo, tra le altre, è la speditezza che vi è stata nella celebrazione di tutti i gradi di giudizio.

Un processo celere e giusto è a garanzia di tutte le parti processuali coinvolte che intendono fare emergere la verità dei fatti ed, al contempo, tutelare la propria posizione.

Gli esiti di questa vicenda giudiziaria, in cui all’esame dei Giudici di merito, prima e di legittimità, poi, sono state sottoposte tipologie di condotte similari ai tanti delitti di lesioni o morte che avvengono nel Paese come conseguenza di violazione di norme di cui al T. U 81/08“, ha dichiarato il legale Aldo Avvisati, “insegnano come l’affermazione della Cultura della sicurezza passi non solo attraverso il miglioramento della tecnologia, dei macchinari e dell’organizzazione  del lavoro, ed una capillare e continua attività di informazione e di formazione che coinvolga tutti i soggetti presenti nell’organigramma aziendale, ma, viepiù, anche attraverso l’utilizzo della “leva giudiziaria”, quale è la costituzione di  soggetti, quali le Organizzazioni Sindacali, rappresentanti di interessi diffusi, in sede processuale, appunto, e ciò alla luce di quanto espressamente previsto dallo stesso T. U. n.81/08 ( art. 61 com 2) circa la riconosciuta facoltà di esercitare i diritti e le facoltà della persona offesa di cui agli artt. 91 e 92 c.p.p., delle condotte in violazione delle norme tutte poste a prevenzione/tutela della sicurezza/salute sui luoghi di lavoro“.