Contestazione del consumo di energia e riparto dell’onere della prova tra utente e fornitore

Il contatore, quale strumento deputato alla misurazione dei consumi, è stato accettato consensualmente dai contraenti come meccanismo di contabilizzazione, di fronte alla pretesa creditoria è l’utente che deve dimostrare che l’inadempimento non è a lui imputabile, ai sensi dell’art. 1218 codice civile.

«Considerato, tuttavia, che le disfunzioni dello strumento dipendono da guasti per lo più occulti e che comunque comportano verifiche tecniche non eseguibili dal debitore sprovvisto delle necessarie competenze, applicando il principio di vicinanza della prova, la disciplina del riparto dell’onus probandi va così regolata:

— l’utente deve contestare il malfunzionamento dello strumento, richiedendone la verifica, dimostrando quali consumi di energia ha effettuato nel periodo (avuto riguardo al dato statistico di consumo normalmente rilevato nelle precedenti bollette e corrispondente a determinati impieghi di energia derivanti dalle specifiche attività svolte – secondo la tipologia di soggetto: impresa, famiglia, persona singola -, ove dimostrabili equivalenti anche nel periodo in contestazione); il gestore è tenuto invece a dimostrare che il contatore è regolarmente funzionante.

— L’utente – se il contatore risulta regolarmente funzionante – deve dimostrare non soltanto che il consumo di energia è imputabile a terzi (provando ad esempio la propria prolungata assenza dal luogo in cui è ubicata la utenza) e si è verificato invito domino, ma altresì che l’impiego abusivo di energia da parte di terzi non è stato agevolato da condotte negligenti, imputabili all’utente, nell’adozione di idonee misure di controllo intese ad impedire, mediante l’uso della comune diligenza, la condotta illecita dei terzi: il debitore deve cioè provare che nessun altro aveva libero accesso al luogo in cui era installata la utenza e dunque deve essere dimostrato che l’uso abusivo della utenza è avvenuto per forza maggiore o caso fortuito (es. persone si introducono furtivamente nella fabbrica chiusa durante il periodo feriale, facendo uso dell’impianto elettrico)».

I principi di diritto sono stati applicati dalla Corte di cassazione, Sezione VI Civile, con la ordinanza del 9 gennaio 2020, n. 297, mediante la quale ha rigettato il ricorso e confermato quanto già deciso, nel caso de quo, dalla Corte d’appello di Milano. La vicenda La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che il Tribunale di Milano, con decreto n. 2X3 del 2014, su ricorso della Energia Alfa S.p.A., ingiunse alla Kappa Delta S.r.l. il pagamento dell’importo di € 20.776,03 a fronte della fornitura di energia elettrica. Vi si oppose l’ingiunta eccependo, tra l’altro, per quanto ancora in questa sede interessa, che una delle fatture azionate recava un importo di gran lunga superiore a quelli delle altre. Il Tribunale rigettò l’opposizione, ritenendo provata la pretesa monitoriamente azionata e in particolare la debenza dell’importo di euro 20.626,61 «per diritto fisso e contributi di allaccio aumenti di potenza».

Tale decisione è stata integralmente confermata dalla Corte d’appello di Milano, con la sentenza n. 3X8 del 2018, che ha rigettato l’appello interposto dalla soccombente, rilevando in sintesi quanto segue (per quanto ancora in questa sede rileva): la Energia Alfa S.p.A., oltre alle fatture, ha prodotto anche il contratto, «il che comporta che l’onere di provare la non debenza competeva al cliente finale, ossia a Kappa Delta S.r.l.».

Avverso tale decisione la Kappa Delta S.r.l. ha proposto ricorso per cassazione affidato a cinque motivi. I motivi di ricorso Per quanto è qui di interesse, la ricorrente con il primo motivo di ricorso ha dedotto, ai sensi dell’art. 360, comma primo, num. 3, cod. proc. civ., violazione o falsa applicazione degli artt. 2697, 2727, 2729 cod. civ. e 116 cod. proc. civile. Ha, in sostanza, lamentato che erroneamente — e in violazione degli artt. 2697 cod. civ. e 116 cod. proc. civ. — la Corte d’appello ha ritenuto che l’onere di provare il mancato utilizzo di energia elettrica in esubero fosse a carico di Kappa Delta S.r.l., per avere controparte dato prova, con la produzione del contratto e delle fatture contestate, del rapporto contrattuale e della portata dell’erogazione di corrente elettrica e, quindi, del quantum della controprestazione economica dovuta dall’utente.

Ha sostenuto che, pertanto, era onere di controparte, quale attrice in senso sostanziale, dare la prova dei consumi in esubero che si assumono effettuati dalla Kappa Delta S.r.l. Ha, inoltre, aggiunto che, per scrupolo difensivo, erano state depositate in giudizio fatture di confronto, relative ai mesi precedenti, al fine di fornire elementi indiziari presuntivi a supporto dell’assunto della mancata esistenza di sovra-consumi e lamenta che la Corte di merito ha omesso di valutarli, con ciò incorrendo nella violazione anche degli artt. 2727 e 2729 cod. civile.

La decisione

La Corte di Cassazione, mediante la menzionata ordinanza n. 297 del 2020, ha ritenuto il motivo non fondato e ha rigettato il ricorso. La motivazione La sentenza impugnata appare invero, alla luce delle considerazioni appresso svolte, conforme a diritto, sebbene la motivazione sia stata sottoposta a correzione, ai sensi dell’art. 384, comma quarto, cod. proc. civ., nella parte in cui sembrava postulare tout court, sempre e in ogni caso, la sufficienza, ad assolvere gli oneri della fornitrice, della produzione del contratto e delle fatture. In materia, la Suprema Corte, con recente arresto (Corte di cassazione, 21/05/2019, n. 13605, non massimata), è intervenuta con riferimento a un caso in cui le fatture relative alla fornitura energia elettrica erano state emesse sulla base di una contabilizzazione dei consumi effettuata dall’ente distributore, Enel distribuzione S.p.A., sul presupposto della inattendibilità dei dati registrati dal contatore, in ragione della presunta sua manomissione.

Nel dirimere la controversia, che anch’essa si incentrava sul contestato riparto dell’onere probatorio circa la fondatezza degli importi addebitati in fattura, la Suprema Corte ha fissato alcuni principi, alcuni dei quali estesi, per completezza di ragionamento, anche all’ipotesi, qui considerata (e lì contrassegnata con la lettera A), in cui non si muovesse, da alcuna delle parti, dal presupposto della manomissione del contatore, ma si contestasse l’effettività dei consumi addebitati, ipotizzando quindi o un malfunzionamento del contatore o attività illecite di terzi inerenti il consumo di energia.

Per tale ipotesi la Corte di cassazione ha fissato distinti criteri di riparto dell’onere probatorio a seconda di alcune variabili, così testualmente motivando: «Il contatore, quale strumento deputato alla misurazione dei consumi, è stato accettato consensualmente dai contraenti come meccanismo di contabilizzazione, di fronte alla pretesa creditoria è l’utente che deve dimostrare che l’inadempimento non è a lui imputabile, ai sensi dell’art. 1218 c.c.

«Considerato, tuttavia, che le disfunzioni dello strumento dipendono da guasti per lo più occulti e che comunque comportano verifiche tecniche non eseguibili dal debitore sprovvisto delle necessarie competenze, applicando il principio di vicinanza della prova, la disciplina del riparto dell’onus probandi va così regolata: — l’utente deve contestare il malfunzionamento dello strumento, richiedendone la verifica, dimostrando quali consumi di energia ha effettuato nel periodo (avuto riguardo al dato statistico di consumo normalmente rilevato nelle precedenti bollette e corrispondente a determinati impieghi di energia derivanti dalle specifiche attività svolte – secondo la tipologia di soggetto: impresa, famiglia, persona singola -, ove dimostrabili equivalenti anche nel periodo in contestazione); il gestore è tenuto invece a dimostrare che il contatore è regolarmente funzionante.

— L’utente – se il contatore risulta regolarmente funzionante – deve dimostrare non soltanto che il consumo di energia è imputabile a terzi (provando ad esempio la propria prolungata assenza dal luogo in cui è ubicata la utenza) e si è verificato invito domino, ma altresì che l’impiego abusivo di energia da parte di terzi non è stato agevolato da condotte negligenti, imputabili all’utente, nell’adozione di idonee misure di controllo intese ad impedire, mediante l’uso della comune diligenza, la condotta illecita dei terzi: il debitore deve cioè provare che nessun altro aveva libero accesso al luogo in cui era installata la utenza e dunque deve essere dimostrato che l’uso abusivo della utenza è avvenuto per forza maggiore o caso fortuito (es. persone si introducono furtivamente nella fabbrica chiusa durante il periodo feriale, facendo uso dell’impianto elettrico)».

Applicando i richiamati principi al caso in esame – trattandosi di controversia in cui si contesta l’effettività dei sovra-consumi posti a fondamento dei maggiori oneri contrattuali (senza che sia stata fatta questione di alcuna possibile manomissione del contatore) – la società utente a fondamento della detta contestazione, avrebbe dovuto:

a) anzitutto allegare, richiedendone la verifica, il malfunzionamento dello strumento;

b) dimostrare quali consumi di energia effettuato nel perioda (avuto riguardo al dato statistico di consumo normalmente rilevato nelle precedenti bollette e corrispondente a determinati impieghi di energia derivanti dalle specifiche attività imprenditoriali svolte, ove dimostrabili equivalenti anche nel periodo in contestazione);

c) in alternativa, dimostrare non soltanto che il sovra-consumo è imputabile a terzi (provando ad esempio la propria prolungata assenza dal luogo in cui è ubicata la utenza) e si è verificato invito domino, ma altresì che l’impiego abusivo di energia da parte di terzi non è stato agevolato da condotte negligenti, imputabili all’utente, nell’adozione di idonee misure di controllo intese ad impedire, mediante l’uso della comune diligenza, la condotta illecita dei terzi. Nessuna di tali condizioni risulta dedotta dal ricorrente, né tantomeno accertata in sentenza.

Articolo a cura dell’avvocato Amilcare Mancusi