L’Autismo attraverso la pratica della pallavolo. E’ il tema del dibattito organizzato oggi in videoconferenza dalla Fipav Campania, al quale hanno partecipato il Presidente Guido Pasciari, dirigenti fipav, dirigenti delle associazioni sportive campane ed esperti del settore. A fare gli onori di casa Fabio Alfano, della Fipav Campania, il quale ha diretto i lavori e presentato gli ospiti.
E’ intervenuto poi Guido Pasciari, Presidente FIAP Campania: «Ancora oggi si parla di Mini Volley e non di Volley S3. Perché faccio questa differenza. Del Mini Volley se ne parlava ai tempi miei. Oggi parlare di Volley S3 significa allargare la platea».
«Stiamo parlando – aggiunge Pasciari – di un percorso e di una sperimentazione di un bambino che sta praticando il Volley S3 (fino a 12 anni). E’ ovvio che proveremo anche a sperimentare ragazzi di età superiore».
Per la relatrice Maria Cira Ferrara «si tratta di una partenza verso un futuro che possa darci la possibilità di aprire le nostre palestre a tutti.
Una campagna di sensibilizzazione rivolta a tutte le associazioni sportive della Campania. Volley S3 che deve essere un gioco accessibile a tutti. Ogni bambino fin da subito può giocare a pallavolo, abbattendo così ogni barriera».
A parlare della sua esperienza diretta, Gelsomina Pasciari: «Io sono la mamma di Lorenzo. A due anni gli hanno diagnosticato l’autismo. Era qualcosa che non conoscevo e che mi spaventava. Cercavo delle soluzioni possibili cercando di giustificare certi suoi atteggiamenti con altro, poi quando ho ricevuto la diagnosi . La prima cosa che vorrei fosse chiara alle società che decidono di aprire a un bimbo autistico, lo stanno facendo con un’intera famiglia. Attorno all’autismo, se da un lato ci sono delle terapie ben definite, ci sono ancora molti dubbi. Queste è per dire alla associazioni di non aver timore se si pensa magari di non essere in grado di gestire bimbi autistici, perché è un mondo in divenire, tutto ancora da scoprire.
Lorenzo è entrato in palestra e dopo una serie di prove, mi hanno detto: “Allora lo tesseriamo questo bimbo?”. Io pensavo a un fallimento, un bimbo che correva in palestra e sembrava on rispondesse. Ma i tecnici mi hanno detto che di volley (ed è la verità) non ne capivo niente.
Al netto delle corse e delle arrampicate sulle spalliere che ogni tanto fa, Lorenzo riconosce l’allenatore, lo rispetto e lo segue. Così come è attento ai riti».
E’ intervenuta poi la dottoressa Angela Menna: «Importante la rete attorno al bimbo. La prima rete è la famiglia. E alla famiglia di Lorenzo per primo abbiamo chiesto di non sottoporsi a quelle terapie classiche, tipo Pippo-terapia giusto per fare un esempio, ma di andare oltre. E abbiamo inserito Lorenzo nel mondo della pallavolo che, in realtà, era già il mondo della madre di Lorenzo. E i risultati sono eccellenti.
La nostra è partita come una necessità di rompere gli schemi, ma adesso che Lorenzo è diventato più grande ci siamo preoccupati di inserirlo nella società attraverso la pallavolo. Mettersi in gioco nel volley per Lorenzo non significa vincere, o che diventerà un talento della pallavolo. Ma significa mettersi in gioco E la cosa bella in questa esperienza è stata anche come gli altri bambini si sono comportati per aiutare Lorenzo, prima ancora che lo dicessimo noi. Questo il traguardo che ci eravamo prefissato. La nostra sfida non era che Lorenzo imparasse la battuta o la schiacciata. Il nostro obiettivo era che Lorenzo venisse accettato da tutti. Non conta vincere una partita, l’importante è essere in campo e provarci».
Elisida Angelillo, smart coach: «Ho sempre allenato a Nola e mi occupo della scuola di pallavolo in età pediatrica. Quando Lorenzo è entrato in palestra ero contentissima. Però ero preoccupata perché non avevo alcuna esperienza in tal senso. L’obiettivo di noi allenatori è quello di ottimizzare le peculiarità di ogni bambini. E io la forza, la fiducia l’ho trovata proprio negli altri bambini che con leggerezza hanno accolto Lorenzo. In realtà, devo dire che Lorenzo e gli altri bambini mi hanno insegnato tanto».
A parlare poi, Franca Russo, mamma di un bimbo autistico: «Perché non aprire le palestre a questi ragazzi? Comprendo che magari non vogliono i genitori, ma ci sono gli educatori. C’è paura. Quando si parla di autismo, c’è una chiusura. “Noi non siamo idonei, non siamo in grado di gestire bimbi autistici”. Sempre la stessa risposta. Noi vi diamo la possibilità di portare i ragazzi accompagnati dagli educatori. Ben venga l’apertura delle palestre ai bimbi autistici. Facciamo capire che questi bimbi possono semplicemente giocare (anche se più lentamente) insieme agli altri coetanei».
Sulla problematica è stato ascoltato anche Felice Vecchione, Consigliere Federale: «Sull’aspetto dell’inclusione, se c’è una Federazione che ne fa un cavallo di battaglia, è proprio il nostro sport. Gelsomina ha avuto una società che è stata propositiva e ha suggerito alla famiglia di avvicinare Lorenzo allo sport. Discorso diametralmente opposto per l’esperienza di Franca Russo. Una problematica che non dobbiamo far fermare alla relazione di oggi, ma che dobbiamo portare avanti con convinzione».
Roberto Mazza

