Conto corrente cointestato? Quale sorte per debiti e crediti?

In punto di diritto nel conto corrente bancario intestato a più persone, i rapporti interni tra correntisti, anche aventi facoltà di compiere operazioni disgiuntamente, sono regolati non dall’art. 1854 c.c., riguardante i rapporti con la banca, bensì dal secondo comma dell’art. 1298 c.c., in virtù del quale debito e credito solidale si dividono in quote uguali solo se non risulti diversamente.

È quanto ha riaffermato la Corte di Cassazione, Sezione II Civile, con la sentenza del 4 gennaio 2018, n. 77, mediante la quale ha accolto il ricorso e cassato con rinvio quanto già deciso, nel caso de quo, dalla Corte d’appello di Roma.

La pronuncia in esame ha avuto origine dal fatto che TIZIO, con citazione del 1999, convenne il fratello MEVIO davanti al Tribunale di Roma, chiedendo che quest’ultimo fosse dichiarato debitore della cifra di lire 557.245.071, pari alla metà della somma depositata sul conto corrente, aperto in cointestazione da MEVIO e dalla madre GAIA nel 1994 presso la BANCA, somma abusivamente prelevata dal convenuto.

TIZIO sosteneva, in sostanza, che l’iniziale provvista di oltre 900.000.000 di lire versata sul conto cointestato alla sua apertura fosse di esclusiva proprietà della signora GAIA (madre), la quale aveva comunque poi appreso nell’aprile del 1997 che era stata disposta la chiusura del medesimo conto con autorizzazione recante la propria firma contraffatta, oltre che la firma di MEVIO, e che era stato trasferito il saldo esistente su altro conto corrente.

ll Tribunale di Roma accolse la domanda di TIZIO e condannò il fratello MEVIO a pagare la somma di € 155.944,02 (pari alla metà del saldo esistente in base all’estratto al 31 marzo 1995), oltre accessori, ritenendo non autentica (apocrifa) la sottoscrizione di GAIA, nonché superata la presunzione di comproprietà delle somme versate sul conto.

La sentenza impugnata ha invece parzialmente accolto l’appello incidentale di MEVIO, sostenendo che non potesse dirsi superata la presunzione di proprietà comune delle somme cointestate sul conto depositato, non avendo la GAIA provato “la fonte delle ingenti somme depositate sul conto”, e negando rilevanza alle circostanze, al contrario, valorizzate dal Tribunale, quali la vendita di immobili da parte di MEVIO, o la notevole esposizione debitoria di MEVIO verso la madre.

I motivi di ricorso Con il primo motivo di ricorso TIZIO deduce la violazione degli artt. 112 e 115 c.p.c. (e 111, comma 2, Cost.,) indicando le deduzioni istruttorie avanzate dal ricorrente per superare la presunzione di comproprietà delle somme esistenti sul conto corrente cointestato (trascritte nella parte espositiva del ricorso) e rimaste senza risposta nella sentenza impugnata.

Con il secondo motivo di ricorso TIZIO denuncia l’omesso esame di fatti controversi e decisivi, facendo riferimento sempre ai fatti che avrebbero consentito di superare la presunzione di comproprietà. Con il quinto motivo di ricorso allega la violazione degli artt. 2727 – 2729 c.c., circa l’uso delle presunzioni fatto dalla Corte d’Appello.

La Corte di Cassazione, mediante la sentenza n. 77/2018 ha ritenuto i motivi fondati ed ha accolto il ricorso. Precisa la Suprema Corte che la causa va sottoposta a nuovo esame, dovendo la Corte d’Appello uniformarsi ai principi di diritto, più volte ribaditi dalla Corte, secondo cui “nel conto corrente bancario intestato a più persone, i rapporti interni tra correntisti, anche aventi facoltà di compiere operazioni disgiuntamente, sono regolati non dall’art. 1854 c.c., riguardante i rapporti con la banca, bensì dal secondo comma dell’art. 1298 c.c., in virtù del quale debito e credito solidale si dividono in quote uguali solo se non risulti diversamente; ne consegue che, ove il saldo attivo risulti discendere dal versamento di somme di pertinenza di uno solo dei correntisti, si deve escludere che l’altro possa, nel rapporto interno, avanzare diritti sul saldo medesimo”.

Peraltro, pur ove si dica insuperata la presunzione di parità delle parti, ciascun cointestatario, anche se avente facoltà di compiere operazioni disgiuntamente, nei rapporti interni non può disporre in proprio favore, senza il consenso espresso o tacito dell’altro, della somma depositata in misura eccedente la quota parte di sua spettanza, e ciò in relazione sia al saldo finale del conto, sia all’intero svolgimento del rapporto (cfr. Corte di Cassazione, Sez. II, 02/12/2013, n. 26991; Corte di Cassazione, Sez. II, 19/02/2009, n. 4066; Corte di Cassazione, Sez. I, 01/02/2000, n. 1087).

Articolo a cura dell’avvocato Amilcare Mancusi