Han giurato il 5 settembre scorso. Subito dopo, si son riuniti nel primo consiglio dei ministri. Un conto immediato: è successo quarantacinque giorni fa. Ebbene (anzi: male), dopo un così breve periodo, siamo già agli ultimatum. Ma non quelli renziani e boschiani contro PD e governo. Non quelli salviniani. Non quelli meloniani. No: addirittura, quelli contiani. Del premier mai votato. Che, nel pieno (molto oltre l’orlo…) di una crisi di nervi, s’è spinto a tuonare, con la sua voce catarrale: “Chi non fa squadra è fuori dal governo”.
I finti segugi
E subito si son messi all’opera i finti segugi, per scoprire a chi si riferisse. In realtà, a molti di più che ai “semplici e un po’ banali” di “Acqua e sale”, uno dei successoni di Mina e Celentano. Conte, insomma, ce l’ha un po’ con tutti. Non lo lasciano imperare in pace. Ne contestano la posizione e la figura di premier ad ogni pie’ sospinto, Più il professore fa il furbetto, più lo incalzano. Più prende spazio sul web e nelle comparsate televisive, più lo sforbiciano.
Ma Conte deve farsene una ragione: è il destino di chi s’è trovato, solo per puro caso, ad occupare un ruolo apicale. E che, per di più, ha dato subito mostra, da democristo non proprio prudente, anzi troppo ansioso, di voler intraprendere nuove e più ardite scalate: un partito tutto suo, l’accantonamento di Luigi Di Guaio, magari la fusione col PD (per liberarsi, in un solo colpo, di Di Maio e Renzi)… e chi più ne ha, più ne metta. Una delle tragedie della politica attuale è la frenesia, l’angoscia di dover anticipare gli altri. Nella furia di anticipare, si corre il serio rischio di andare, ma proprio subito, fuori tempo…
Un Di Maio dal sorrisino sempre più ambiguo. E Renzi…
In pratica, è stato proprio Conte, uno di quelli che han messo in guardia Luigino da Pomigliano. Che è atterrito su due fronti: da un lato, la fronda dei dissidenti interni, che restan fermi solo perché non hanno ancora percepito da che parte spira davvero il vento; dall’altro, l’incombente insidia del professore della Link campus, l’ateneo dei misteri. Due fronti che, se si saldassero, non ci sarebbe più trippa per gatti. Ma è ben difficile: i due gruppi hanno finalità contrapposte… Non basta. Ci sono, nel conto, Matteo Renzi e la Boschi, la quale è partita per prima, tra un sorriso smagliante ed un altro, a lanciare bordate terrificanti, al PD ed alla compagine governativa. “Il PD è il partito delle tasse”, ha proclamato la smemorata di Laterina, dimentica che, di quel partito, era magna pars fino a pochi giorni addietro. Subito nella sua scia, il tosco dispittoso, alla chiusura dell’odierna Leopolda 10. Basta dare un’occhiatina ad un qualsiasi resoconto della cerimonia d’inaugurazione di “Italia viva”, per capire come debbano sentirsi “serenissimi”, più di Enrico Letta, più dei dogi veneziani, i navigator al governo della Nazione…
Addirittura, Conte evoca (da solo) Renzi: “Siano sicuri e sereni…”
Il professor Conte, l’avvocato del popolo e dell’elite, dando prova di non aver dismesso le vesti del docente, ha risposto, testualmente, ai giornalisti, che gli chiedevano come risponderebbe, nel caso l’Unione Europea chiedesse chiarimenti sulla manovra: “Se l’Europa chiederà, risponderemo. Siamo molto sicuri e sereni”. Non è consapevole, Conte, che l’aggettivo che richiama la serenità è ormai verboten, è funestamente out, dal linguaggio politico. Evoca oscuri presagi, quelli renziani su Enrico Letta. È stato certamente un inquietante lapsus politico, quello di Conte. Una gaffe, che però conferma come, ormai (troppo presto, per il vero), il pugliese sia nel pieno di una crisi di nervi e senta il terreno tremargli sotto i piedi.
Le diverse filosofie
S’è verificata una coincidenza temporale significativa. Nello stesso week-end, il centrodestra in piazza, in quel sito storico che fu di Luciano Lama, della triplice sindacale, della mitica ricorrenza del 1° maggio, della adunate oceaniche degli operai de sinistra. Perfino di quella piazza simbolica, s’è ora appropriato, quasi impossessato, il centrodestra, o, se si preferisce, la destra. Mentre la sinistra, o, almeno, quella “elitistica”, s’è rifugiata (in gran bel numero, per il vero, ma al chiuso ed in quota lontanissima da quella che affollava la piazza) alla Leopolda, l’ex stazione ferroviaria di Firenze. Ecco: anche in queste scelte, c’è tutto il senso, tutto il succo delle differenziazioni. È un’antropologia sempre più distinta, quella de sinistra e quella contrapposta. Renzi non ama l’incontro, la fusione con la folla, se non controllata, “identificata”, selezionata. Salvini e la Meloni, oltre che lo stanco e sempre più ambiguo Berlusconi (peraltro, alle prese anch’egli con il serpeggiare dei silenti e mai dichiarati contrasti interni), optano, invece, per la piazza. Per di più, la riempiono. Non di pericolosi rigurgiti di estrema destra. Ma di famiglie, di “ggente” comune, dell’Italia di tutti i giorni.
Il tentativo di sveglia di Zingaretti
Non di quelli con la puzzetta sotto il naso, che guatano il prossimo dall’alto della loro spocchia. Non solo la riempiono, la piazza, ma la galvanizzano, l’incentivano, la scuotono, la infiammano. Salvini per tutti: “Vinciamo in tutte le regioni e poi li mandiamo a casa”. Uno spettro terrificante, per le cinque sinistre, o quattro, o tre che siano. Magari, anticipando le elezioni con una legge maggioritaria. Quella che Zingaretti ha immediatamente evocato, per dare la sveglia al suo popolo dormiente ed endo-conflittuale: “Nelle regioni, si vota col sistema maggioritario. Non si può regalare l’Italia nelle mani di Salvini”. Che era, poi, nella sostanza, la risposta a Di Maio, che traccheggia, sull’ipotesi di alleanza grillin / piddina in tutte le competizioni regionali. E così, mentre il furbacchione Conte ringrazia Mattarella, per i suoi “preziosi consigli”, e così lo titilla e blandisce, il web gli spiattella, sul muso, che la Leopolda ha innescato la miccia dello scontro tra Italia viva e PD.
Renzi che fustiga “i signori delle tessere”
Ha cominciato, il tosco dispittoso, con un’allusione sulle iscrizioni alla sua nuova formazione politica, con una modalità rovesciata, rispetto a quella del suo ex partito (forse, ancora memore delle sue originarie sofferenze, alle primarie piddine): “Le iscrizioni a Italia Viva saranno solo online. Mai più signori delle tessere. Ciao ciao, correnti…”. Alla Leopolda, come si accennava e com’era ben prevedibile, ha sparato, a palle incatenate ma col soave sorriso sulle labbra, Maria Elena Boschi. E, quando la Boschi dischiude la boccuccia di rosa (quella che evoca la suggestiva canzone di Fred Buscaglione), vuol dire che Matteo ha già parlato… Quel che si diceva, un dì, dei pargoli di casa, che svelavano quel che i loro papà avevano già solennemente sancito… E di certo non rassicura l’espressione dell’ex renziano Emanuele Fiano, che, di rimando, ha sentenziato: “Vuol dire che il viaggio del Titanic è appena cominciato…”. Una versione aggiornata di “state sereni”. Una prospettiva che, a legge elettorale in vigore, di certo non sorride né a Zingaretti, né a Di Maio. Ma, molto verosimilmente, neppure a Renzi… Ad onta dell’indubbio successo della sua Leopolda. A dispetto dei sondaggi, che iniziano ad essergli propizi. Ma, anche per fare rima, siamo solo agli inizi…
La mitragliata degli slogan
Nel mentre Renzi scaglia (a quattro mani con la sua pupilla Maria Elena) i macigni, per poi ritrarre la manina, in questi giorni s’è assistito ad un autentico tourbillon di slogan. Il democristianone Dario Franceschini, irritato dalla disillusione (s’era, per l’appunto, illuso d’essersi liberato di Renzi): “Un ultimatum al giorno toglie il governo di torno”. Patetico, invece, Roberto Speranza. Mentre il popolo sovrano riflette su piazza San Giovanni, sul ritrovo renziano d’elite, sulla manovra che non va (per di più, fuori tempo massimo per aggiustarla), il leaderino di Liberi e Uguali, Speranza (un destino nel cognome: ma solo nelle illusioni), tenta di instillare vigore ai suoi (pochi) elettori: “Il nostro è un governo forte”. Confindustria, riunitasi con il suo direttivo giovanile, a Capri, dalla splendida isola s’è espressa, all’unisono, contro le manette agli evasori. A proposito: ma, stavolta, le oscillazioni, le dichiarazioni irresponsabili, la conflittualità nel seno di un governo neonato, non turbano i mercati, non preoccupano l’Europa? Come mai?
La manovra dell’ultimo secondo
Eppure, gli argomenti che angosciano sono davvero tanti, dal cuore della manovra dell’ultimo secondo, quella trasmessa all’UE poco prima dello scadere del tempo massimo. “Bruxelles chiederà all’Italia precisazioni sulla manovra del 2020”, ha minacciato non uno qualunque, ma addirittura il temutissimo falco, ossia il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis. E così, tra dissidi malcelati, dissensi dichiarati, pareri l’un contro l’altro armati, tutti interni alla cosiddetta alleanza di governo (che non è più, lo si ricordi, solo un accordo contrattuale), ci si avvia al vertice di domani, lunedì. Tra dubbi e incertezze sulle manette agli evasori, sulla rimodulazione dell’IVA, sul taglio al cuneo fiscale, su quota 100, sulla sugar tax (la tassa sulle bevande zuccherate, originalissimo e forse solo pretestuoso cavallo di battaglia di Matteo Renzi)…
La quarantottesima puntata di “Chiacchiere e nuvole” sarà on line, su ERREEMME NEWS.it, giovedì 24 ottobre.

