“Chiacchiere e nuvole” – Puntata n. 40 – Iniziano le “rogne da potere”, per Luigino Di Maio (o Di Guaio)?

Mentre il governo giallorosso non sa dove pescare i fondi per evitare il mortale spettro dell’IVA e invoca l’intervento di Mamma Merkel e dello zietto Macron, il sorridente Di Maio, dei giorni post-incubo Salvini, sta lasciando spazio ad un nuovo Luigino. Sorriso stentato, labbra serrate in un semi ghigno, pessimismo serpeggiante, sotto forma di palese mancanza di sicurezza in sé stesso. Sono i primi sintemi della “poterite”, che può, però, degenerare in una patologia cronica, una irreversibile “poterosi”. Questa volta, però, mortale per Di Maio. Ed, insieme con lui, un po’ prima o un po’ dopo, esiziale per il Movimento…

La rivolta degli sconvolti…

Si legge, un po’ dappertutto, di una rivolta del Movimento, addirittura finalizzata a detronizzare Di Maio. Si insiste che 70 senatori grillini, su centotré, metterebbero in discussione la leadership di Luigino il fenomeno. Be’, se si ritorna con la mente ai giorni della crisi del governo gialloverde, riapparirà, ai nostri occhi, quell’espressione “un po’ così”, dell’ambiziosissimo pomiglianese. Con una faccia, in quei giorni, più gialla del colore del suo Movimento. La motivazione dei 70 dissidenti, ovviamente ammantata di nobili sentimenti e di preziose prese di coscienza, si impernia sulla mancata “condivisione corale delle scelte politiche” e sull’invocazione a Grillo di tornare a capeggiare il Movimento. Il che, già di per sé, configura, per Di Maio, una scudisciante delegittimazione. Che non ci voleva proprio, per uno già intendo a districarsi e a destreggiarsi tra i tranelli, gli agguati, le trappole renziane, o dei DEM in genere… Non v’è che dire: proprio una crudeltà, contro Luigino. Che la dice lunga, sul clima da notte dei lunghi coltelli, che si respira dalle parti dei pentastellati.

 

Memori delle esperienze del passato…

Bisogna comprenderlo, il gruppo dei settanta. Ognuno di codesti dissidenti (veri, o immaginari, che siano) è ben memore della sorte che è toccata ai loro predecessori, vista la pura, cristallina, spumeggiante democrazia, che impera tra i pentastellati… Ed, allora, si sono preventivamente coperti, con una cura da cavallo di igiene e profilassi: ovvero, con il ricorso al mitico Beppe.

 

La replica, inusuale ma significativa…

La replica del disinvolto Di Maio non s’è fatta attendere. Attraverso i microfoni di Rainews24: “Sono stato eletto capo politico con l’80% di preferenze, non con il 100% ed è giusto che ci sia chi non è d’accordo, ma far passare quelle 70 firme per 70 firme contro di me… Quelle firme servono per rafforzare il gruppo parlamentare”. E come no… Ci vuole una faccia tosta sesquipedale. In politica, in una fase così convulsa, così tormentosa e tormentata, cos’altro mai possono rappresentare, 70 firme (su 103), se non una dichiarazione di guerra? In altra Nazione, in altri tempi, le dimissioni di Di Maio, da capo politico, sconfessato dal settanta per cento dei suoi rappresentanti al Senato, sarebbero state automatiche. Ma bisogna abituarsi anche a codeste bizzarrie, a codeste disinibizioni. Per ora, questa è l’Italia. A tanto, s’è ridotta…

 

Il peggior sordo…

Ciò non toglie che non si possa far passare indenne, codesta dichiarazione dimaiana. Perché sarebbe stato un gioco da ragazzini, individuare il focolaio della rivolta: il senatore Mario Michele Giarrusso, il quale ha pubblicamente dichiarato che il ministro degli Esteri “dovrebbe lasciare tutti gli incarichi. Non vedo quale esperienza possa vantare agli Esteri… Con questi sistemi, abbiamo perso 6 milioni di voti”. Non v’è che dire: parole chiare.

 

Quanti malesseri…

Se si sommatno, ai mal di pancia giarrussiani, i conati di vomito dei ministri esonerati (Barbara Lezzi, Giulia Grillo, Danilo Toninelli), il nervosismo dei vari Morra, Airola & compagnia protestante, ne vien fuori un quadretto d’insieme (anzi, di non insieme) davvero inquietante ed, ancor più, ben poco incoraggiante, in prospettiva futura. Un incendio, che, di certo, non viene domato dalle parole imbarazzate, tipiche di chi sta per perdere la trebisonda (e sì che ce ne vuole, con Luigino il fenomeno), di Di Maio: “Le settanta firme? Sono frutto solo di un malinteso…”. Alla faccia…

 

E Salvini non ha perso tempo…

Ovviamente, il Matteo del Nord non s’è lasciata sfuggire l’occasione, per gettare benzina sul fuoco divampante. Secondo il vice di Salvini, Andrea Crippa, venti parlamentari grillini (non più tali nell’anima…) sarebbero pronti a passare sotto le insegne della Lega. Nel frattempo, Gelsomina Silvia Vono, senatrice calabrese, ha aderito a Italia viva, dopo che la sua nomina a sottosegretario è sfumata. E poi dicono che le poltrone non contano… Quanto a Toninelli, il capo politico ne disinnescherebbe la contestazione, nominandolo quale nuovo capogruppo in Senato. Altri dissidenti verrebbero tacitati con la nomina a “facilitatori” (in numero di dieci), che affiancheranno i referenti regionali, al fine di un avvio di organizzazione, appena appena accettabile, del Movimento, dopo le catastrofiche risultanze delle precedenti elezioni regionali.

 

I novelli qualunquisti si dimenano…

Magari, ci sarà perfino un altro piccolo sforzo dimaiano, quello sulla trasparenza (che parolona…) della piattaforma Rousseau. Ovviamente, come canta il mitico Vasco Rossi, “non si può neanche immaginare…” con quali modalità, strumenti, requisiti, trovate, si possa mai far trionfare (ma che diciamo, trionfare: almeno, bisbigliare…) la trasparenza della piattaforma. Ma un dato di sintesi appare inequivocabile ed incontestabile: ad ampie falcate, talora a passettini piccoli piccoli, quasi impercettibili, i nuovi qualunquisti si attrezzano. Attrezzandosi, inevitabilmente, si snaturano. Perderanno la loro purezza, vera o solo millantata, che fosse. E resteranno incapsulati in quel sistema, che, a proclami, tanto schifavano…

 

Ci assale un pensierino torbido…

Noi, nel nostro piccolissimo di osservatori politici di provincia, una nostra ideuzza ce la siamo fatta. Facciamo un esercizio, tutti insieme. Pensiamo alla convulsa, inestricabile situazione politica, della quale è materialmente impossibile indovinare gli sviluppi, gli sbocchi, o le involuzioni. Tra Renzi, Zingaretti (chi crollerà per primo? Chi mollerà?), la rediviva Boschi, il Di Maio con la faccia stralunata della fase della crisi di governo, ritornato pimpante e però, ultimamente, preso e compreso dalle minacce sempre più concrete dei Giuseppe Conte (il fenomeno pugliese), dei 70 dissidenti, dall’aggressività velenosa di Salvini, dalla freschezza di Giorgia Meloni, perfino (per modo di dire) dal ritorno della Boldrini e della Bindi… E chiudiamola qui. Per ora.

 

Il “mitico” taglio dei parlamentari Ebbene, nel pieno di una tempesta del genere, Di Maio ti va ad accelerare sul taglio dei parlamentari. I sornioni del PD fingono di starci. Ma voi volete davvero che i grillini, angosciati da un’altamente probabile trombatura, in caso di ricorso più o meno prossimo alle urne, si votino al sacrificio, deponendo volontariamente e consapevolmente la propria testolina tenera tenera sotto la ghigliottina, per regalare alla Nazione un’energica e rivitalizzante potatura parlamentare? Che determinerebbe l’ulteriore, drastico ridimensionamento delle loro possibilità di rielezione?

 

Il pretesto per far cadere tutto sarà la nuova legge elettorale

Vedrete e vedremo, tutti insieme: si accapiglieranno sulla legge elettorale e la faranno finita, con la favoletta del taglio dei parlamentari, con il mantra dei 500 milioni annui risparmiati & via fantasticando e mistificando. Ma ci rendiamo conto di quanti deputati e senatori stanno attendendo al varco, acquattati nell’ombra, i Di Maio e gli altri pasdaran? Se tutto filerà liscio, siamo pronti a fare ammenda ed a chiedere scusa. A Luigino il fenomeno. Al tosco dispittoso, Matteo Renzi. Al silente / tonitruante (ad intermittenza) Zingaretti. Alla Lega, che, impastata di pragmatismo nordico, certamente vede il taglio come il fumo negli occhi. Per non dire di Berlusconi e della sua derelitta compagnia cantante. Talmente malridotta, da proporre Cosimo Sibilia come candidato alla presidenza della Regione Campania. Ma è una boutade? Sibilia è il non politico che, nella sua Irpinia, ha ridotto a debolezza Italia quella che, un dì ormai remoto, era forza… E, quesitino finale, ma di peso: in questo panorama, Alessandro Di Battista, il più genuino tra tutti i grillini, dove lo mettiamo?

 

La quarantunesima puntata di “Chiacchiere e nuvole” sarà on line, su ErreEmme News.it, domenica 29 settembre.