L’urgenza. La rapidità. La risposta doverosa ai mercati. L’esigenza assoluta di proposte concrete. Eccole, in rapida sequenza, le parole d’ordine mattarelliane, in questi giorni. Ma, se il buon giorno si vede dal mattino, la montagna dei propositi, gli entusiasmi troppo presto esplosi e manifestati, ebbene, tutto ciò, ad onta della tensione che cresceva di minuto in minuto, ha partorito topolini piccoli piccoli. Di seguito, l’estrema sintesi di quel che è emerso, nella giornata di domenica 25 agosto.
Zingaretti: “La soluzione non c’è”
Nicola Zingaretti: “La linea del PD non cambia. Lavoriamo per un governo di svolta. La soluzione non c’è, ma faremo di tutto per trovarla. Ci vuole la discontinuità, anche sulle persone”. Ossia, Giuseppe Conte non si sogni di restare premier… Luigi Di Maio: “La soluzione è Conte” (una “rara perla”, lo definì Luigino, in un momento di orgasmo, da fiammate d’entusiasmo post salviniano). Ancora Di Maio: “L’Italia non può aspettare il PD”. Singolare, la concezione dimaiana:. Che, tradotta dal politichese, significa: il PD, o si rassegna alla minestra (Conte premier), oppure si buttasse pure dalla finestra… La risposta del balbettante Zingaretti, stavolta, non s’è fatta attendere: “La strada è in salita”. E l’entusiasmo si sta sgonfiando, al cospetto di un governo giallorosso che non lievita (e come potrebbe?). Ma vedremo quel che ci riserveranno i prossimi giorni. A proposito: quello di Mattarella è stato un ultimatum, un penultimatum, o un terzultimatum?

Insomma, la Lega, si sta genuflettendo, o ha una sua idea?
Nel frattempo, la Lega, dopo gli scivoloni inverosimili dei giorni scorsi (ma anche molto, molto gonfiati, strumentalmente, dai suo avversari), sembra volersi addirittura inginocchiare, a quel Conte che, pure, aveva scudisciato e dileggiato. Eppure, il professore pugliese ha sbattuto la porta in faccia, a Salvini. Chiudendo, in modo tombale, a qualsiasi ipotesi di resurrezione della sua esperienza da premier per caso, alla guida (per modo di dire) di un rinnovato governo gialloverde. C’è da chiedersi: ma Salvini davvero si sta piegando, o ha una sua strategia? Be’, forse strategia è troppo, dopo i pateracchi che è riuscito a combinare in così breve periodo. Semmai, avrà una sua idea, per uscire dal pantano, nel quale s’è impastoiato con le sue stesse mani. A questo punto, però, ci sia consentita una riflessione. Premessa: chi legge, abbia l’amabilità di interpretare le parole, che stanno per scorrere sotto i suoi occhi, come mero esercizio dialettico, scolastico, ipotetico, scevro da qualsiasi presunzione e spocchia, che sarebbero, oltretutto, davvero fuori luogo. Ed ora, liberiamo la nostra fantasia. Dunque, se, per un evento da sogno (o, magari, al contrario, da incubo…), fossimo stati in Sergio Mattarella (una posizione scomodissima), avremmo scelto subito. Fin dalle prime ore della crisi. Nel nostro piccolissimo, però, per essere a nostro agio, nei panni di Mattarella, dovremmo essere democristiani nell’anima. E, Deo gratias, non lo siamo mai stati…
Il voto è solo l’ultima carta?
Avremmo optato per ciò che almeno sette politici su dieci, in Italia, a parole sostengono, ma che, in realtà li spaventa, li atterrisce: il voto. Un’opzione che sembra diventata, dalle nostre parti, l’extrema ratio. Tutt’altro che la naturale conclusione di una crisi politica, per la quale non si veda via d’uscita. Magari, l’avremmo fatta, quella scelta, dopo aver rassicurato – forti dell’autorevolezza mattarelliana, che tutti riconoscono al silente siculo, almeno fin quando sia utile alla loro parte, ed alla specifica – i mercati, i nuovi padroni della politica. Che si sono aggiunti, stratificandocisi sopra e sommergendola, al vecchio, eterno dominus: la magistratura. Al di là, al di sopra del principio della separazione dei poteri, la sempiterna utopia, splendida, limpida, che promette e garantisce felicità. Come minimo, assicura, ma solo sulla carta, o nell’ideale magna charta, il baluardo, la barriera invalicabile della giustizia vera e dell’equilibrio: una pia illusione, figuriamoci…
La subordinazione continua
Il guaio è che la promessa e la garanzia sono insite solo nel suo enunciato. In realtà, nel concreto, nei fatti, quel nobilissimo principio è condannato ad una ripetitiva, ormai trita e ritrita mortificazione. Viene schiaffeggiato e malmenato continuamente. Come s’è ben visto nei giorni scorsi, quelli della crisi al buio del governo gialloverde. Quando, con tempestività sconcertante, qualche Procura della Repubblica ha dettato agende, rivoluzionando le decisioni governative. O mandato a gambe all’aria il decisionismo dell’unico, il Matteo del Nord, disposto ad assumersi e farsi carico delle proprie responsabilità. Il solito Salvini, che è, anche per via di questo suo temperamento poco italiota, esecrato ed odiato, molto più intensamente e ferocemente del Berlusca nei suoi anni di potere, nonché avversato con ogni mezzo e, ormai, assediato da quasi tutti, Giorgia Meloni esclusa. Ulteriormente complicando, la magistratura, la situazione generale. Per di più, dopo lunghi, significativi suoi attendismi (s’intenda: sempre della medesima magistratura)…
Il governo giallorosso: un ibrido, peggio di quello uscente (se davvero uscirà)…
Se fossimo stati in Sergio Mattarella, dunque, avremmo scelto, fin dalle prime ore. Magari, anche scuotendo un po’, stiracchiando a modo nostro, il rito, le modalità, i protocolli delle crisi. Perché era chiaro, ma proprio da subito, l’ibridismo, l’impossibilità materiale, come abbiamo doverosamente scritto, di individuare un’armonia, un comune sentire, una sensibilità aggregante, nello pseudo accordo giallorosso. A proposito: non sarà sfuggita a tutti, speriamo vivamente, la prima, essenziale differenza (che solo apparentemente è di natura e valenza meramente formale), rispetto al contratto di governo con la Lega. In quest’occasione, verosimilmente, solo per il consueto ossequio a Mattarella, il disinvolto (davvero un fenomeno della natura: ci ritorneremo…) Luigino da Pomigliano d’Arco, al patto scritto, al contratto, non ha fatto neppure un minimo, timido, bisbigliato accenno… Forse anche perché ha percepito che, su certe bizzarrie e su talune pretese, è preferibile, ormai, mollare la presa: non ci crede più nessuno…
Il torbido no alla volontà popolare
La conclusione è quella tradizionale: niente voto, no all’esercizio della democrazia, che sembra diventato una bestemmia. In pratica, è un secco diniego alla volontà popolare. In particolare, impera, sempre di più, una sorta di conventio ad excludendum, per il centro-destra. E non c’è alcuna giustificazione logica. Perché, se è vero che l’esperimento del governo gialloverde è stato penoso (ma, nel suo ambito, solo una delle due parti contraenti era di centro destra), ancor più misero si presenta il tentativo disperato di un accordicchio piddin / grillino. Partiamo da un presupposto: tra PD, M5S e Lega, l’unica forza politica che riesce, al momento culminante, a trasformarsi in debolezza, ad auto-minarsi, a tagliarsi le gambe, a rosicchiarsi dall’interno, è, senza dubbio il Partito Democratico. Innanzitutto, per la presenza di quel Matteo Renzi- Sarebbe il caso che ogni osservatore obiettivo riflettesse sulle continue, incessanti giaculatorie di uno che ne sa qualcosa, quel Carlo Calenda, che insinua, allude, avanza sospetti tremendi sulle reali intenzioni (già riferite da questa rubrica) del giglio tragico. O su coloro che, non senza ragione, bollano Nicola Zingaretti come un sintetizzatore umano del variegato, conflittuale, laceratissimo pensiero piddino. Insomma, ma se il PD non ha neppure una sua univoca idea, come si può fare affidamento sulla durata di un governo con i grillini, che, l’idea, la cambiano ad ogni stormir di foglia? Il motivo, dunque, per cui la coalizione di centro destra debba essere esclusa, a priori, spietatamente, ottusamente, davvero non c’è.
Ma come si fa, a giudicare coesi piddini e grillini?
Perché nessuna mente sana potrebbe giudicare più coeso un governo piddin / grillino, o grillin / piddino, rispetto ad uno tra Lega e Fratelli d’Italia, con l’aggiunta (non del tutto convincente, è verissimo) di forza / debolezza Italia. E non ripeteremo, in quest’occasione, l’ormai più volte snocciolata tiritera sulla mutata, profondamente cambiata, situazione politica. Con equilibri che solo i grillini trovano comodo dimenticare. Il centro destra, per ripeterla chiara, ha trionfato nelle ultime sette elezioni regionali. La Lega ha fatto bingo alle elezioni europee. Eppure, il governo indicato dagli elettori, nelle urne, viene del tutto ignorato, nelle ipotesi mattarelliane. L’arma democratica del voto degli elettori, evidentemente, non conta un fico. Con l’iniziale minuscola, pur essendo, gli elettori, sacri e sovrani (a parole) ed infinitamente più importanti di quel soggettino dall’iniziale maiuscola, l’inadeguato presidente della Camera…
La base conta, o no, per i grillini?
Eppure, per gli italiani, era tutto chiaro, fin da subito. Inclusi perfino i fantasiosi sognatori grillini, quelli della base vociante (virtualmente, ossia sul web), sempre più ribelle, sempre più in rivolta, sempre meno disponibile alle aperture di credito al buio, alla cieca. Quell’accordicchio giallorosso sembra, invero, avere, di positivo, solo la sintesi cromatica, analoga a quella del precedente tentativo 5 Stelle / Lega, naufragato sugli scogli delle differenze. Insomma, la base del web conta solo quando lo si vuole. Non a caso, Mattarella non ammette la piattaforma Rousseau. La vede come il fumo degli occhi. Sul piano giuridico, ha le sue buone ragioni. Ma lo sapeva, che esisteva e che era il vero, dichiarato (anche bluffando) totem dei grillini?
Di Maio sorride…
Di Maio, in tutto questo bailamme, ha ritrovato il sorriso. Che s’era spento del tutto, durante la crisi conflittuale con Salvini, lasciando spazio ad un ghigno angosciato, quasi pietrificato, agli angoli della bocca. In ogni caso, anche cattivo, quel ghigno. Ora, in questi giorni, l’ha ritrovato, il sorriso. Con, in più, un pizzico pungente di ironia, di soddisfazione mal repressa. Anche gli algidi hanno un cuore. Il sorrisino era svanito, dalle sue labbra. Dal suo faccino. Ora, che si sente di nuovo al centro dell’universo, l’ombelichino del mondo, l’ha recuperato appieno. E lo esibisce, tutto tronfio, soddisfattino e con quella sua espressione furbettina. Certo, complimentissimi, a Di Maio.
Sui soggettini “de sinistra”, il presidente Mattarella non ha nulla da ridire?
Se ne stanno accorgendo perfino gli opinionisti televisivi, che iniziano a rimarcare il fatto che parla a braccio, alla sua giovanissima età (fatta eccezione, per il vero, per la dichiarazione post-consultazioni al Quirinale: allora, fogliettino doverosamente scritto e sul quale scrupolosamente leggeva il dettatino di Beppe Grillo e Davide Casaleggio, vistato da Fico). Una freddezza ammirevole e quasi irraggiungibile, a quella età. È l’effetto dell’ipertrofico, smisurato, ciclopico ego dimaiano. Ma la buccia di banana, o la bucciona di bananona, è dietro l’angolo anche per lui. Ora fa il pendolo tra i piddini e la Lega, per cavare la migliore risultanza possibile. Anche se ha già incassato ed assorbito l’ordine perentorio: preferenza ai piddini. Contro ogni vergogna e annullando ogni comune senso del pudore. Non a caso, ricominciano le manfrine di Grillo. Ma il così rigoroso ed inflessibile (con la destra, solo con la destra…) Sergio Mattarella, per codesti soggettini sedicenti sinistri, non ha nulla da dire, né da ridire?
La trentaduesima puntata di “Chiacchiere e nuvole” sarà on line, su ERREEMME NEWS.it, giovedì 29 agosto.

