“Chiacchiere e nuvole” – Puntata n. 26 – È solo questione di tempo. Alle urne! Mattarella permettendo…

Ieri, tappa decisiva di quella che, ormai, deve ritenersi una partita in più tempi. Verso le ineluttabili, prossime elezioni. Fatte salve, ovviamente, le decisioni del presidente della Repubblica. Il quale, però, non può, neppure lui, ignorare la volontà dei vari partiti. Con un angosciante dubbio: ma sarà espressa, la volontà, in modo netto e chiaro? Mattarella, ancor più, dovrebbe tener conto della volontà del cosiddetto, molto cosiddetto “popolo sovrano”. Sovrano: una qualificazione che, per la verità, evoca qualcosa di impronunciabile ed irriferibile. Senza contare che, oggi, i suoi derivati (sovranista, sovranismo), sono considerati come il fumo negli occhi, da una parte dell’opinione pubblica e sono, viceversa, adorati, venerati, glorificati dalla parte opposta. Come sempre, insomma, la confusione regna, per l’appunto, sovrana, sotto il cielo…

Lo “stile” salviniano

Salvini sarà anche giudicato un rozzo, un barbaro. Ma nessuno può negare che la sua forma di comunicazione sia asciutta, incisiva, micidialmente chiara. Ed, in quanto tale, apprezzata da una fettona, sempre in crescita, dell’elettorato. IL ruvido Matteo, invero, si fa capire e lancia messaggi secchi anche quando non apre la bocca. Semplicemente, con i gesti. Quello di ieri, del comizio in piazza, a Sabaudia, è stato impressionante. D’una semplicità disarmante. Come se avesse detto: “Mentre voi vi gingillate e vi macerate nei vostri dubbi amletici, io colloquio col popolo. Ne annuso l’odore, ne percepisco i sentimenti. E a quell’odore, a quei sentimenti, intendo adeguarmi”. Be’, magari è l’inverso. Nel senso che la vera, non dichiarata e non confessata, volontà salviniana sia quella di indirizzare e governare le aspettative del popolo. Ma l’effetto è, comunque, salvo e forte, come una serie interminabile di schiocchi. Basti, al riguardo, una sola considerazione: gli altri, tutti gli altri, se ne guardano bene, dallo scendere in piazza, ai momenti culminanti dei finali travolgenti. Salvini no. Non teme. Agisce. Gli altri proclamano. La Bernini, dall’alto della sua chioma sempre accuratissima, si presenta in tv ed ironizza. Berlusconi, sempre più spompato, mormora e sussurra. Zingaretti, come l’ha sferzato “Libero”,  abbaia, ma non morde. Le altre frange della sinistra (LEU, Sinistra italiana, la sempre meno decifrabile Emma Bonino) non perdono occasione, come ci hanno abituati da lunga pezza, per esibire il loro frazionamento. Perfino su un argomento che, tanto tempo fa, sarebbe stato “de sinistra”, quale l’opposizione al TAV. O… alla TAV, se si preferisce fare riferimento all’opera, ossia alla linea ad alta velocità,  e non al treno destinato a correre lungo quella linea e su quei binari.

Il premier Conte annulla la conferenza stampa

Uno degli elementi più significativi (ed anche corretti, sotto il profilo logico-giuridico ed istituzionale) è stato l’annullamento della conferenza stampa, da parte di Giuseppe Conte. Cosa, infatti, avrebbe mai potuto rispondere, ai giornalisti, un presidente del consiglio, a capo (con forti aspetti di precarietà, quanto alla sua personale posizione) di un governo, in seno al quale le due forze politiche che, insieme, lo sorreggono e lo squassano quotidianamente, si siano così palesemente e clamorosamente divise e divaricate? Addirittura, con una marchiana contrapposizione in in aula? L’una votando (la Lega) contro la mozione dell’altra (i pentastellati)? Un’ineludibile chiosa: ma che fine ha fatto, il contratto di governo?

Qualche considerazione

La sinistra, come sempre, arriva frammentata alle mete decisive. Il Partito Democratico, a guida (per modo di dire) di un segretario che, tanto spesso, come già s’è dato conto nelle precedenti puntate, viene preceduto (e, quindi, sostanzialmente zittito) dagli esponenti di punta, è stato, manco a dirlo, preda di un dilemma amletico. Strombazzato su tutti i giornaloni. Uscire o non uscire (dall’aula)? Alle frange della sinistra, s’è già fatto cenno. Ma, quando si analizzano e si interpretano le prospettive e le aspettative di vita del governo gialloverde, non si può non notare la differenziazione, davvero stridente, tra le due posizioni. Tetragona e granitica, quella della Lega. Oscillante, incerta, sia pure in un’apparente coesione, quella dei 5 Stelle. Non sanno più che pesci prendere, i grillini. La verità è che la leadership di Di Maio non è, da tempo, solida, autorevole, in grado di sedare gli agitati (che sono tanti). Non a caso, si legge di numerose proposte, da parte dei parlamentari pentastellati, di rivolgersi alla piattaforma Rousseau, rifugiandosi nella consueta manfrina della consultazione popolare. Ma è un giochino che, ormai, non incanta e non suggestiona. E non fa nemmeno più notizia. Sic transit gloria mundi. Quella che appariva come la novità, sconvolgente e travolgente, del grillismo, quella che avrebbe dovuto rivoluzionare la politica italiana, è già ridotta ad una bottiglia di prosecco sventata. Zero bollicine. Irrimediabilmente. Irreversibilmente.

Salvini aiutato… dagli avversari

La verità è che Salvini, con codesti avversari, ha vita facile e respiro sufficientemente tranquillo, nonostante i problemi enormi che gli gravano sulla cervice. Innanzitutto, l’imminente manovra finanziaria ed i rapporti con l’Europa. Senza contare i forzisti, che lo attendono al varco (ma che non lo impressionano nemmeno un po’). Con un pensierino, ma davvero ino ino, alla patetica minaccia del comitato internazionale olimpico. Quella di escludere (boom! Straboom!) l’Italia dalle prossime olimpiadi, per via di quella riforma dello sport, voluta dal sottosegretario Giorgetti, che invaderebbe il campo riservato all’autonomia dello sport. Che sarebbe (ancora? Ma la vogliamo finire) sacra, sacrale ed inviolabile. Ad onta di tutti gli scandali, gli sperperi, le estreme disinvolture, che codesta autonomia ha causato, direttamente ed indirettamente, in tanti decenni.

Il rimpasto?

Quanto al rimpasto di governo (o, meglio, alla sostituzione dei tre ministri, dichiaratamente anti-Salvini: le tre “T”, Tria, Toninelli e la Trenta), sembra più una strategia salviniana di logoramento dei 5 Stelle, che una vera richiesta. Matteo del Nord  non manca, invero, di accompagnare la minaccia con un recentissimo slogan: “I sette ministri della Lega sono tutti a disposizione dell’Italia”. Messaggio, magari poco sincero, ma secco: non sono in gioco le poltrone… Semmai, è in gioco il riequilibrio, il riassetto del governo (morente), previo adeguamento all’esito del voto per le europee del 26 maggio scorso. Ciò che, come abbiamo già scritto, in altre Nazioni più evolute, è la regola della democrazia. In Italia, viceversa, ci si tiene abbarbicati alle poltrone. Perfino, come s’è visto, per i grillini, che sbandierano tanto la loro adesione “collosa”, fintamente indissolubile, alla volontà popolare.

Semplice e un po’ banale…

Quella indissolubilità vale, invece, solo per l’origine, l’inizio, ossia con l’occhio e la mente fissi sull’esito del voto del 4 marzo 2018. Sepolto, ormai, dalle europee, ma anche dalle tante regionali, svoltesi nel frattempo. Ma nulla conta, per chi non voglia sentire, vedere, rendersi conto. Il problema più grande è l’attak,  che tiene incollati alle poltrone. Traduzione, “semplice e  un po’ banale”, come cantano Mina e Celentano in “Acqua e sale”: il terrore di dover mettere la propria testa sotto la ghigliottina delle rielezioni. Ed anche qui, l’improvvidità, tutta piddina, la caratteristica costante di codesto partito in eterna crisi, si staglia, statuaria. Perché i piddini stanno vivendo l’ennesima contraddizione. È stato, nella sostanza, rottamato il rottamatore, Matteo Renzi. E già: ma la maggioranza degli eletti era stata selezionata dal giglio tragico. Ed allora, che si fa? Come lo si risolve, il busillis?

La simbologia dei “ministri separati”

Nei momenti solenni, nell’ora delle decisioni irrevocabili, si devono osservare i simboli. Quello più limpido, di ieri, è stato la separazione fisica dei ministri. Da una parte i leghisti (Matteo Salvini, Giulia Bongiorno, Gian Marco Centinaio, Erika Stefani), dall’altra quelli grillini. A dividere i due schieramenti (verrebbe da chiosare: l’un contro l’altro armati…), tre poltrone vuote. Compresa quella del premier. Ma c’è di più. E di peggio. Quando è arrivato in aula, Luigi Di Maio ha preso posto, ovviamente tra i banchi del governo. Ma senza neppure salutare il suo pari grado vice-premier, Salvini…

 

La ventisettesima puntata di “Chiacchiere e nuvole” sarà on line, su ERREEMME NEWS.it, domenica 11 agosto.