L’abbiamo definita, nella precedente puntata di questa rubrica, “la trappola von der Leyen”: la sorpresissima dei quattordici voti, a 5 Stelle, a favore della pupilla di Angela Merkel, determinanti per la sua elezione a presidente della commissione europea. Una dolorosissima stilettata alla schiena dei leghisti, che stavano vincendo troppo ed avevano bisogno, secondo Di Maio e la Trenta (ministro pentastellato della Difesa, ma, soprattutto, amica della von der Leyen), di una lezione, di un blocco, di sbattere contro un muro. Integrata (anzi, per l’esattezza, preceduta, quella coltellata) dall’elezione del piddino David Sassoli, anch’essa con il sostegno grillino e la non casuale vice presidenza, assegnata all’ignoto dimaiano Massimo Castaldo, previo sgambetto ai danni della leghista Mara Bizzotto.
Ovviamente, due scudisciate del genere non potevano passare lisce. Anche perché non erano e non sono certamente fini a sé stesse, ma prodromiche (se non elementi di saldatura) ad un accordo 5 Stelle / PD, in prospettiva delle future elezioni politiche. Stavolta, non sembrano, per davvero, modalità per tastare il polso all’alleato / rivale, per intimidirlo, per lanciargli messaggi cifrati, in codice. Il guaio però, per Di Maio e per i grillini, è che Matteo Salvini, anziché perdere consensi per via del Russiagate, ne guadagna sempre di più. E risponde colpo su colpo. Altro che rintanarsi, rincantucciarsi, scansarsi, come avrebbe fatto un democristianone qualunque, o il Berlusconi del dopo-ribaltone di fine anno 1994, Da quando, cioè, gli avversari politici gli fecero toccare con mano la possibile disintegrazione delle sue aziende, se avesse osato andare oltre certi limiti, considerati paletti invalicabili. Ed il Berlusca, che amava i suoi aziendoni molto più di qualsiasi altro valore, da quei dì, si piegò…
Salvini tira la corda, o è deciso a farla finita, con i 5 Stelle?
Ma torniamo ad oggi. Matteo Salvini ha colto l’occasione di una conferenza stampa, tenuta ad Helsinki, per lanciare l’annuncio shock: “Tra gli alleati di governo”, ha detto, “è venuta meno la fiducia”. Sembrerebbe il comunicato, stringato ed asciutto, di un club del calcio professionistico, che esonera il proprio allenatore. Affrettandosi, Salvini, ad aggiungere che l’alternativa “è quella del voto. Niente maggioranze raccolte sui marciapiedi, perché qualcuno non vuole mollare la poltrona”. Parole chiare, non v’è che dire. Concetti di chi è ben consapevole che i pentastellati, alcuni senza arte né parte, vedono la prospettiva di nuove elezioni come il proverbiale tacchino americano alla vigilia di Natale, quando sa che sta per giungere l’ora di finire nel pentolone. Ma i 5 Stelle osservano che, se Salvini avesse davvero voluto le elezioni, si sarebbe recato dal presidente Mattarella. Ed, invece, ha rinunciato alla visita formale al Quirinale. Come, d’altro canto, s’è regolato lo stesso Luigi Di Maio.
Ah, il cerino acceso…
Nessuno dei due, per dirla in breve, intende assumersi la responsabilità del passo decisivo verso la crisi. Un passo che costerebbe caro, in termini elettorali. La gente, invero, è stanca di manfrine e di tiramolla. Aspetta soluzioni ai problemi, non aperture di crisi al buio. Non digerirebbero l’ennesima campagna elettorale, con la connessa paralisi all’attività di governo, in una fase storica ed in una contingenza di perdurante delicatezza e di esigenza assoluta di fatti concreti e positivi. Con la circostanza aggravante che i pentastellati trincererebbero il para-premier, o semi-premier Giuseppe Conte, esigendo che l’eventuale sfiducia venisse dichiarata in aula, in Parlamento. Non nelle conferenze stampa. Un altro dato che turba ed agita i sonni di Salvini è quello dei 345 parlamentari in meno. A settembre, i potenziali candidati al suicidio, a modello cappone o tacchino americano, dovrebbero sistemare il colpo in canna e spararsi alla tempia, destra o sinistra che sia. C’è qualcuno disposto a scommettere sul suicidio di massa? Alla fin della giostra, è ragionevolmente ipotizzabile che Salvini stia sapientemente orchestrando ed armonizzando le sue mosse, in una sempiterna tiritera, finalizzata alla crescita del consenso. Approfittando anche delle bizzarrie di taluni grillini, non troppo proclivi al gioco di squadra ed, indirettamente, decisamente propizi alle stigmatizzazioni salviniane.
Intanto, i sondaggi…
In buona sostanza, Matteo Salvini non si limita a crogiolarsi tra i sondaggi, come era solito fare Berlusconi. Che, invece di darsi da fare, per intensificarne gli aspetti positivi, talora tentava anche di mistificarli. Salvini, viceversa, li legge, i sondaggi. Li assimila velocissimamente. Indi, li fa analizzare dagli esperti in materia. Non avrebbe il tempo per farlo da solo e non ne ha la presunzione, né è affetto dalla propensione narcisistica di immergersi nei dati che lievitano a suo favore. Semmai, il capitano della Lega usa i sondaggi come una clava. Talora, agitandola come uno spauracchio. Talatra, per suonarla in testa a qualche refrattario, ostinato a non voler capire. In ogni caso, le rilevazioni più recenti danno Lega e Fratelli d’Italia, insieme, dal 42 al 46%, con annesso e connesso risucchio di forza / debolezza Italia, le cui spoglie sono continuamente spartite tra i due futuri alleati (la Meloni e Salvini). Dunque, si registra un ulteriore balzo in avanti, rispetto alle europee del 26 maggio scorso. Un altro elemento di valutazione è lo scavalco, che appare definitivo ed irreversibile, tra i Fratelli d’Italia e gli azzurri. I quali ultimi continuano a baloccarsi tra formule sterili, rivendicazioni del passato, critiche (talora anche feroci) al governo Lega / grillini, con l’ulteriore dramma che le relative comunicazioni sono curate da chi fa perdere i voti (Gelmini, Bernini, Carfagna). Mentre il tosto Salvini e la concreta, coerente Meloni dimostrano di saper tenere, da soli, la barra dritta. Senza bisogno di badanti dispersive.
Salvo sorprese, il traguardo del 40%, per Salvini, è vicino
L’obiettivo che Salvini si pone, ormai, è quello di raggiungere e superare, da solo, il 40%. Non l’ha frenato neppure la ventilata procedura d’infrazione, poi risoltasi in una minaccia sgonfiata. Il fatto è, però, che lo stesso governo giallo-verde, inteso nel suo complesso, continua a tenersi sufficientemente al di sopra della linea Maginot del 50%. Il che sconsiglierebbe salti nel buio. E già: ma, ricominciando dal primo detto, si può ignorare la fibrillazione continua dei pentastellati, che, a volte, litigano addirittura da soli?
Le tradizioni nefaste della politica italiana
Diciamocelo con franchezza: la verità della situazione attuale risale alla fase che ha preceduto le elezioni del 4 marzo 2018. Quando Salvini, con geniale intuito, forse incoraggiato dai sondaggi che gli rinfocolavano la speranza (pur senza offrirgli, allora, alcuna certezza, sul superamento della Lega, ai danni di forza / debolezza Italia), sparò il famoso slogan, ormai archiviato (ma che giova ricordare, se si vuol decifrare quel che sta accadendo): sarà leader del centro-destra il capo-partito che totalizzerà un voto in più. Il secondo spartiacque è governativo. Giuseppe Conte è premier, in ragione della prevalenza (netta) dei pentastellati sul partner del contratto di governo, ovvero sulla Lega. Ma è un dato che, per l’appunto, fa riferimento ad un periodo storico, che sembra già archiviato, a poco più di un anno di distanza. Da allora, la Lega è stata protagonista di una cavalcata trionfale. Da allora, in simultanea, i pentastellati sono in fase calante. In Nazioni evolute (ad esempio, in Inghilterra), la Lega, che ha scavalcato di brutto i 5 Stelle, alle elezioni europee (non a quelle in un minuscolo paesino…), per di più in un appuntamento elettorale nodale, per il significato ad esso annesso e connesso, sarebbe considerato il primo partito. Non, come nostalgicamente rivendica Luigi Di Maio, il primo partito sì, ma alle europee. Non alle politiche. In Inghilterra (la storia insegna, incluso il mito Winston Churchill), il premier Conte avrebbe rassegnato le dimissioni, consapevole di essere espressione di una contingenza ormai superata, nei fatti e di diritto. In Inghilterra, il nuovo premier avrebbe dovuto essere individuato (gli sarebbe spettato senza discussioni, né polemiche, né chiacchiere inutili: o chiacchiere e nuvole) e proposto dalla Lega. Tutte le manfrine di questo periodo (di campagna elettorale perenne), ce le saremmo risparmiate. Ed, invece, ce le dobbiamo sorbire. Tutte. Tra arzigogoli, distinguo, sofferenze, bluff, finzioni. E fibrillazioni. Quelle che non mancano mai. E che procurano solo danni… Quando, quando crescerà, l’Italia?
La ventiduesima puntata di “Chiacchiere e nuvole” sarà on line, su ERREEMME NEWS.it, giovedì 25 luglio.

