WWE: intervista esclusiva a Michele Posa, la voce del Wrestling in Italia

La voce del wrestling in esclusiva per ErreEmme News. Michele Posa, nato a Lecco il 17 ottobre 1976, è un telecronista sportivo, scrittore e youtuber italiano che da oltre 20 anni è la voce principale della WWE in Italia insieme al suo storico collega Luca Franchini. Noi di ErreEmme News abbiamo avuto l’onore di intervistare la colonna della WWE nel nostro Paese.

 

Innanzitutto, volevo chiederti come è nata la tua passione per il wrestling?

 

“La mia passione nasce da bambino tra i quattro e i cinque anni quando in TV, tra i cartoni animati delle TV locali, inizia a passare il Wrestling giapponese con questi grandi atleti, grossi, muscolosi, alcuni orientali ma anche qualche americano che si picchiano portando in scena la lotta tra il bene e il male. Questo ha fatto nascere in me una corrispondenza d’amorosi sensi che mi ha portato a non staccarmi mai più dal televisore”.

 

Molti si chiedono che senso abbia seguire il wrestling perché è “finto”, cosa rispondi a queste persone e perché in altri paesi come America, Francia e Germania (per citarne alcuni) molte persone sono riusciti ad andare oltre questa concezione a differenza di noi italiani?

 

“Innanzitutto la parola giusta è “predeterminato”, il wrestling ha un risultato che è deciso a tavolino e questo non viene più nascosto neanche dalle Federazioni, una volta invece era un segreto racchiuso all’interno di un forziere impenetrabile. Oggi invece è tutto alla luce del sole quindi non si intende prendere in giro l’intelligenza dello spettatore. Le azioni degli atleti però sono vere, è necessaria una preparazione artistica, atletica, di pesistica e attoriale non indifferente perché sei dal vivo, davanti a migliaia di spettatori paganti ed è ‘buona la prima’.

 

In questo modo si innesca quella che si chiama ‘sospensione dell’incredulità’ in cui si entra in un mondo di fantasia, un universo parallelo da vivere come se per quell’ora televisiva fosse tutto vero. Questo è quello che accade anche con i reality show, i telefilm, durante la lettura e anche per i fumetti. In altri paesi c’è una resistenza minore a questa forma di spettacolo perché storicamente è più radicata nella loro cultura con eventi dal vivo e quindi c’è una grande interazione con il tessuto sociale. Un esempio è quello di un wrestler newyorkese, “lo stallone italiano”, che partecipava a numerosi eventi di beneficenza andando a visitare bambini malati regalando biglietti per lo show, partecipava a gare in cui lo scopo era quello di mangiare quanta più pasta era possibile, difendendo l’orgoglio italiano.

 

Era quindi un personaggio che non restava chiuso nella sua stanza, andava a farsi conoscere perché portava il wrestling nella quotidianità, sia nei momenti felici che in quelli di sofferenza. In Italia questa concezione del “Cosa facciamo stasera? Andiamo a vedere il Wrestling” non c’è.

 

A proposito di Francia e Germania, negli ultimi mesi la WWE ha annunciato due PLE che si svolgeranno in questi Paesi per il 2024 e questo ha generato una reazione negativa dei fan italiani. A cosa è dovuta questa scelta della WWE? Cosa abbiamo in meno a Francia e Germania?

 

“La WWE ha una visione numerica globale dei dati del business, è chiaro che il fan preferirebbe lo spettacolo ‘sotto casa’ per una questione di comodità ed economica ma è anche chiaro che una multinazionale improntata all’organizzazione di grandi eventi vada dove ci sono più sicurezze. Quando l’Italia era un paese nel quale l’entusiasmo degli spettatori conteggiabili era ai massimi livelli, eravamo il secondo o il terzo mercato mondiale. Con la diffusione della banda larga di internet, si è moltiplicata la pirateria e nonostante oggi il wrestling venga seguito da tantissimi appassionati, purtroppo una grande fetta non lo fa attraverso i canali legali e quindi quei numeri non sono ravvisabili dalla WWE. Quando vado in giro o nelle fiere ci sono tantissime persone che mi testimoniano di guardare la WWE, c’è chi la guarda in maniera discontinua ma sui giovani che nascono praticamente con il cellulare in mano, l’abitudine della fruizione del prodotto attraverso una via che non sia il referente nazionale televisivo è ahimè preponderante”.

 

Cosa possiamo fare noi fan per cercare di riportare la WWE ai fasti di un tempo o almeno sperare di rivedere uno show dal vivo in Italia?

 

“Come detto in precedenza, la WWE verifica nazione per nazione qual è il progresso del suo brand all’interno di quei confini. Servirebbe dunque innanzitutto aumentare gli ascolti su DMAX, magari accostandosi all’editore nelle iniziative che ha già avviato per far conoscere la WWE a più utenti possibili. Ma su questo punto partiamo già da un’ottima base e da dei dati di ascolto incoraggianti. E poi è necessario abbonarsi al WWE Network che propone i Premium Live Event, dimostrando che c’è interesse pure per loro; servirebbe comprare dagli store ufficiali della WWE anche se le spese di spedizione hanno una certa rilevanza. Bisogna dare una serie di segnali tali da far sì che la compagnia si accorga che il nostro è un mercato in fermento, e magari invece di portare una data aggiuntiva del tour in Regno Unito, la portano in Italia. Un buon primo passo potrebbe essere quello di condividere sui social i lanci di DMAX che annunciano la presenza delle puntate di Raw, SmackDown ed NXT, così da raggiungere un bacino di utenza sempre più ampio e allargare il cerchio cominciando da lì!”

Perché la presenza in NBA di Danilo Gallinari e prima di Marco Belinelli, i successi di Matteo Berrettini e Jannik Sinner hanno avvicinato gli italiani ai loro rispettivi sport ma questo non è successo con la presenza di Giovanni Vinci in WWE?

“Pallacanestro e Tennis sono sport ‘canonici’, nel mondo del wrestling invece si segue una sceneggiatura come accade in teatro. Il wrestling ha una barriera iniziale, non è uno sport ma è uno show, un romanzo in costante e continua evoluzione narrativa. Giovanni Vinci è un ottimo atleta con un fisico pazzesco, è migliorato tantissimo sotto numerosi punti di vista ma ha due ostacoli iniziali che non gli consentono di diventare un portacolori e diffondere in prima persona la disciplina in Italia: il primo è che il pubblico è distratto, non c’è un grande torneo, non c’è la prestazione sportiva che nel wrestling è al servizio della trama. Il secondo ostacolo è rappresentato dal fatto che se sei distante a prescindere dal wrestling, il Giovanni Vinci di turno dovrebbe vincere un titolo di grande rilevanza come successo con Sinner così da far parlare la stampa”.

 

Spesso ho sentito persone dire che “il wrestling è diseducativo”, come rispondi a questa affermazione?

“Il wrestling non nasce come mezzo educativo ed è una cosa evidente e lo stesso vale per la maggior parte dell’intrattenimento. Nasce per farti sognare, per farti emozionare, per toglierti il peso delle giornate, delle amarezze che hai, di quello che desideri e che non hai raggiunto o che forse non raggiungerai mai o ancora il peso delle mancanze di chi non fa più parte della tua vita e di chi non ne farà più parte. Il wrestling ha una funzione lenitiva e una funzione partecipativa perché poi ti fai travolgere dal rito collettivo dello show e ha una funzione quasi di sfogo. Simulando la violenza in qualche modo la trascendi, non hai bisogno di andare a duplicarla perché è come se l’avessi espulsa da te o almeno questo è quello che dovrebbe accadere.

 

Il wrestling inoltre ricalca costantemente l’eterna lotta tra il bene e il male. È vero quindi che non è propriamente educativo ma ha dentro di sé un antidoto, se si riesce a vederlo, a quella che può essere la naturale inclinazione violenta dell’uomo presente sin dagli albori. In quest’epoca l’attacco al bullismo, l’utilizzo della forza come mezzo soverchiante sugli altri, sono temi molto importanti per tutte le federazioni che sono impegnate in campagne di sensibilizzazione proprio per far capire meglio ai più giovani il proprio prodotto, evitando il più possibile il rischio emulazione”.

 

In passato hai scritto un libro intitolato “io, mio papà e il wrestling”, come è nata l’idea di scrivere questo libro?

 

“Mio padre non è mai stato un fan di wrestling ma ogni tanto ‘subiva’ il mio occupare l’unica tv di casa. È stato però il mio tag team partner segreto. Io non guido quindi in tanti momenti cruciali della mia carriera c’era lui a farmi da autista. Mi ha comprato le prime riviste americane, è lui che da ragazzino mi ha permesso di mettere in casa un impianto satellitare comprato con i miei risparmi per vedere tutte le federazioni visibili all’epoca. Nei suoi ultimi mesi di vita, segnati da un male non operabile, ho iniziato a pensare a quanto fosse stata fondamentale la sua figura in quello che sono riuscito a realizzare.

 

Ora ti racconto un aneddoto divertente: al termine di uno show a Milano che avevo raggiunto grazie al mio collega Luca Franchini, torno a casa insieme a un mio amico e mio padre, che ci teneva ad essere presente per vedermi lavorare in una grande kermesse, vista l’età non se la sentiva di guidare e ha deciso di andare insieme agli amici. Una volta tornato a casa decido di aspettare mio padre per cena ma dopo più di un’ora in cui non rispondeva a telefono inizio a preoccuparmi seriamente. All’improvviso suona il telefono e scopro che era andato in pizzeria con gli amici. L’idea di scrivere il libro mi è venuta quando ormai le speranze non c’erano più. Mio padre non ha mai saputo di questo libro che ho scritto per riconoscenza, gratitudine per tutto quello che ha fatto per me.

 

La vita mi ha dato molto di più di quanto abbia dato a lui e quando entravo nei palazzetti e la gente cantava il mio nome, in realtà il coro andava fatto per lui ma non l’ha mai ricevuto perché davanti alla telecamera andavo io, senza di lui però io non ci sarei stato. Il libro è un modo minimale per ringraziarlo e ricambiare quello che ha fatto, del campione che è stato. È anche un modo per dimostrare a chi l’ha letto e a chi lo leggerà, tutti i legami familiari all’interno di questa disciplina ma anche quanto sia importante cercare i propri miti in coloro che abbiamo al nostro fianco perché la quotidianità di quello che fanno, perde l’eccezionalità che ha proprio perché accade ogni volta. La filosofia del libro era quella di dare la platea e l’applauso virtuale a qualcuno che probabilmente l’ha meritato più di me.”

 

Insieme al tuo storico partner di telecronaca Luca Franchini hai avuto la straordinaria opportunità di commentare dal vivo, in prima fila, WrestleMania che è l’evento più atteso dell’anno in WWE, qual è il ricordo più bello delle tre esperienze?

 

“Faccio fatica a mettere su delle classifiche e a ordinare le emozioni. Sicuramente la prima volta che siamo andati, siccome era un qualcosa di nuovo che ci faceva uscire dal turbinio della consuetudine, ha avuto una magia in più. Era il mio primo viaggio in America, eravamo i primi telecronisti italiani a raggiungere tale obiettivo, avevamo l’ebrezza di poter intervistare tantissimi atleti WWE nelle conferenze stampa dei giorni precedenti allo show. Non c’è quindi un momento specifico ma è tutta l’esperienza ad aver avuto una marcia in più”.

 

Nella tua ormai ultra ventennale carriera da commentatore, il linguaggio utilizzato in cabina di commento che modifiche ha subito con il passare degli anni e dell’arrivo del politically correct?

 

“Sicuramente noi che abbiamo per le mani una disciplina che può essere ruvida abbiamo ricevuto molte più attenzioni. Abbiamo ricevuto richieste di edulcorare o rendere potabili anche parole che non sono così volgari. Il wrestling non ha, tranne in rarissimi casi, parolacce o insulti feroci almeno da metà degli anni 2000 ad oggi. A volte ho l’impressione che avendo delle limitazioni, temendo che dicendo qualcosa che un tempo era accettato ma che ora potrebbe risultare borderline o che possa creare malumore in qualcuno, mi faccia sentire meno brillante, meno improvvisatore. Mentre ragiono su cosa dire devo fare attenzione a non andare oltre. Devo giocare con sinonimi e con figure retoriche ma è difficile trovarne sempre di nuove. Quindi si, è cambiata tanto la nostra telecronaca anche più di altri ambiti in quanto il wrestling, nei pensieri di molti, parte già svantaggiato”.

 

Ad oggi preferiresti andare nuovamente a WrestleMania a commentare dal vivo oppure commentare una puntata dal vivo di Raw o SmackDown in Italia?

 

“Andare a WrestleMania è la miglior esperienza per chiunque, dal fan al telecronista. Dipende da dove sei posizionato, se sei a bordo ring vedi molti dettagli che non puoi notare dalla tua cabina di commento, se ti mettono in tribuna stampa è come fare la telecronaca dall’Italia anche se in aggiunta hai le sensazioni dell’arena che sicuramente percepisci meglio ma il monitor che osservi ti trasmette le stesse immagini che vedresti a Milano, Roma, Napoli. Da bordo ring quindi al 100% WrestleMania, se non sei a bordo ring ed essendo già stato 3 volte allo showcase degli immortali, a questo punto preferirei lo show in Italia che sarebbe una festa per tutti i fan italiani che manca da troppo tempo. Non avrei neanche la necessità di commentare questo eventuale show, posso viverlo anche da fan. In definitiva, da bordo ring dico WrestleMania altrimenti lo show in Italia a prescindere dal mio ruolo”.

 

Un ringraziamento speciale va a Michele Posa per la disponibilità, la gentilezza, la professionalità e la sensibilità dimostrata in questa intervista. Approfittiamo per ricordare che la WWE va in onda sui canali ufficiali Warner Bros. Discovery, ovvero la piattaforma streaming discovery+ e il canale free-to-air DMAX (canale 52), che ogni settimana trasmettono live con commento originale e on demand con commento italiano di Posa-Franchini i magazine Raw®, SmackDown® e NXT®

 

Francesco Pio Scaramozza