La recensione del professor De Rosa del romanzo giallo del giornalista Giovanni Taranto: “Promuove formazione e prevenzione per i giovani della Generazione Z. Un libro inchiesta, uno studio attento di scottanti problematiche. Entra con forza nella vita dei lettori per la vividezza di immagini ed espressioni”.
È impossibile scindere la potenza dall’atto, così anche la forma dalla sostanza, tranne per la divinità, perché tutte le cose sono “sinoli”, unione di due momenti assolutamente indistricabili. Così diceva Aristotele nell’Etica.
Il suo insegnamento è però trasferibile per una giusta commistione di piani, anche sull’ambito letterario: chiedersi se sia possibile una prevalenza della scrittura sulla vicenda espressa o viceversa. Per sua stessa natura non è divisibile il romanzo tra l’anima e la scrittura. Dioniso nella mitologia si guarda allo specchio, ma, invece, di vedere sé stesso, osserva il mondo. Così fa il giornalista e scrittore Giovanni Taranto.
Anzi, la sua anima e la sua scrittura ricreano l’universo dell’esistente incidendo su di esso, per il sentimento della vita che promana dalla sua anima e dalla sua stessa scrittura.
Nella fase avanti testuale di progettazione di qualsiasi opera, è possibile che la razionalità del romanziere suggerisca elementi strutturali o di impianto, però nella fase vera della composizione è l’opera stessa che detta a poco a poco e sempre più, la sua volontà all’autore.
E questo si legge bene nell’opera “Mala fede” (edita da Avagliano). Intorno a personaggi sublimati, a fitti intrighi, ad un intreccio complicato, che penso “non si è fatto apposta” con le parole del Manzoni, a più livelli di eleganza “pessoana”, brulicano le note più evidenti di un romanzo giallo.
Difatti “Mala fede” appare quale un viaggio e come tale parte dal racconto del furto sacrilego di una sacra immagine a Pompei, attorno a cui si snoda un groviglio di storie e sentimenti diversi.
Un viaggio che ha la tendenza di farsi ora artistica, ora archeologica, ora storica, ruotando attorno alla vita pompeiana, al suo territorio, al suo mondo intimo e religioso: alla sua supplica nella sua Chiesa.
Al di dentro si snocciola il Destino Manifesto per usare una locuzione dell’800.
E ritroviamo personaggi legati a consorterie mafiose, al reclutamento di giovani nelle loro maglie: Don Alfonso con la sua insita perversione teologica, si sente onnipotente, investito da Dio del ruolo di “al di sopra di tutto e tutti”, cui è permesso decidere della vita e della morte, e che per l’affronto alla Madonna e per il furto del quadro reclama vendetta e uccisioni e le fa compiere.
Incontriamo personaggi legati alle sette sataniche, al culto di Satana con omaggi e preghiere, orgia spirituale, avversario del Dio cristiano. I CANI NERI con i simboli di bestia e il “666”, croci rovesciate, guidati da un leader che inneggia a Nerone e questo rientra (in un riferimento diretto all’antipapalino e anticlericale Bartolo Longo prima della conversione, quando era uno stimato sacerdote satanista e spiritista che comunicava con il demonio che gli appariva sotto le mentite spoglie dell’Arcangelo Gabriele.
Ci troviamo di fronte, infine, ad altri personaggi legati alla vera e umile religiosità cristiana popolare, a lode di un impalpabile misticismo-devozionismo.
Un romanzo, insomma dietro a questa narrazione che crea Valore, perché decodificando i tristi fenomeni proclamati, promuove un lavoro di formazione e prevenzione per i giovani della Generazione Z, ne smuove le coscienze, ne apre la mente ed infonde fiducia e speranza in una nuova umanità, in linea con la tematica principe del Giubileo, detto il Giubileo della Speranza.
“Mala fede” è un libro inchiesta, uno studio attento delle scottanti problematiche in tutte le loro sfaccettature, che entra con forza nella vita dei lettori per l’accurata vividezza di immagini e soprattutto di espressioni.
Giovanni, da esperto giornalista di cronaca, ha la capacità di andare fino in fondo, di analizzare con pulizia, precisione e sobrietà, di ricostruire storie e vicende, e da scrittore agile ha la coscienza critica per spiegare i fenomeni del vivere di oggi per il tramite di una trama di fantasia avvincente, che con il susseguirsi di date, luoghi storici, fornisce un’acuta e lungimirante analisi policentrica del tessuto vesuviano con una scrittura fatta di linguaggi, espressioni, aggettivazioni senza spettacolarizzazione.
E nel suo libro “Mala fede” pare di udire un sussurro che spira emozioni nel cuore e lo dilata fino a quanto prende pienamente spazio nell’anima, per il sapore di vita intima di una caserma, di un focolare domestico semplice, di balzi frequenti all’indietro di eventi.
E ancora di una tenera empatia amorosa di Emidio per Virginia, donna che nasconde tanti segreti; di una semplice religiosità di Corcione che spiega che la povera gente ha bisogno dei miracoli, quali la colomba che appare svolazzando nel Santuario.
E grande valore assume il presentarci il protagonista, Capitano Giulio Mariani, quale uno di noi, un antieroe, dal fiuto investigativo, dal dolore di schiena, dal nervosismo di trovare presto il colpevole.
Altrettanto valgono le istantanee del comune quotidiano; del tempo che è la vera sostanza narrativa e che avviluppa ogni segmento della vicenda; dell’Io narrante che fa trasparire il proprio vissuto con una carica di energia che diventa il cuore palpitante del libro del BENE e della FEDE.
Prof Salvatore De Rosa
Dirigente Scolastico del liceo “Brescia” di Pompei

