Strage bus ungherese, avvocati chiedono esclusione parti civili per dubbio di parentela

Verona. Nella mattinata di mercoledì 27 gennaio, si è tenuta una nuova udienza del processo legato alla strage del bus ungherese. La tragedia si consumò il 20 gennaio del 2017, quando il mezzo di trasporto andò ad impattare contro un pilone del cavalcavia dell’autostrada A4 a Verona est, all’altezza di San Martino Buon Albergo. Delle 54 persone a bordo, ne morirono in 17, tra cui 11 studenti minorenni di un liceo ungherese. A distanza di due anni, si spense anche Vigh Gyorgy, che salvò tante vita, ma non quelle dei suoi figli.

Presenti in aula l’Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada Onlus, con il presidente Alberto Pallotti, e il legale, referente anche delle vittime, avv. Davide Tirozzi. 

“L’udienza è andata bene. C’è stata una battaglia giuridica, in quanto sono state presentate diverse eccezioni sulla questione parte civile – afferma Tirozzi -. Il giudice ha dovuto prendere una chiara posizione, accogliendo le nostre tesi difensive, basate sull’infondatezza di tali contestazioni, ed ammettendo tutte le parti civili. È stata confermata la presenza dell’associazione in quanto soggetto titolato e legittimato per essere parte effettiva nel procedimento. Siamo, quindi, totalmente soddisfatti e fiduciosi per la prossima udienza che si terrà il 22 marzo. In quell’occasione verranno formulare le ultime eccezioni preliminari e procedurali”.

Ferrata la posizione del presidente dell’A.I.F.V.S. Onlus, Alberto Pallotti: “Le difese degli imputati si sono battute per l’esclusione delle parte civili, motivando la posizioni tenuta con il dubbio di parentela diretta dei presenti in aula. Il tutto è stato fatto nonostante esista una sentenza preliminare del giudice Gorra e siano stati effettuati i test del DNA per riconoscere i corpi. Avremmo compreso la rivisitazione delle posizioni delle parti civili, ma non la loro esclusione.

Alla conoscenza del documento ufficiale, i parenti delle vittime si sono profondamente dispiaciuti e, con grande compostezza ed eleganza, non hanno aperto bocca. Hanno riconosciuto il sostegno della nostra associazione e, allontanandosi dall’aula, hanno esternato tutto il loro disgusto per le vergognose parole pronunciate dagli avvocati. Noi, come loro, le riteniamo a dir poco offensive.

Il legislatore deve fissare un limite per il diritto di difesa; le persone non possono essere maltrattate in questo modo. Chiediamo che tale limite possa sfociare, da codice civile, in reati come diffamazione et simila, perseguibili dalla legge. La giudice ha rigettato tutte le istanze, dando seguito a quel percorso legislativo che tanto auspichiamo per tutti i tribunali italiani”.

Marton Laszlo, padre della vittima Mark, è stato sempre presente in tutte le udienze tenute negli ultimi 4 anni: “Siamo in prima linea dalle prime fasi di questa vicenda e dobbiamo ancora ascoltare avvocati che mettono in dubbio le parentele con le vittime – dice in rappresentanza delle famiglie ungheresi -. Non credevo avrei mai assistito ad una scena simile: abbiamo chiesto all’avvocato per quale motivo abbia optato per questa difesa, ma non ci ha degnato di una risposta. Questa mattina abbiamo compreso il motivo per il quale volevano escluderci e siamo a dir poco indignati. Ringraziamo l’A.I.F.V.S. Onlus per la grande vicinanza mostrata. Siamo contenti per la scelta della giudice e fiduciosi per il prosieguo”.