Scuola, aggiornamento e formazione professionale: questione di “merito”

In conformità agli orientamenti europei, tesi a valutare l’assetto prestazionale dei docenti con proporzionale incidenza sulla corresponsione della retribuzione accessoria, la L. 107/2015 ha novellato le previsioni di cui all’art. 11 del d.lgs. 297/1994 e istituito, per l’aggiornamento e la formazione professionale, lo strumento della Carta elettronica, limitato nondimeno al personale di ruolo (art. 1, c. 121, L. 107/2015).

Se, dunque, non sono previsti reali incrementi stipendiali finalizzati all’adeguamento al costo della vita, all’allineamento agli standard europei e alla riduzione del cuneo fiscale, è contemplata in astratto la possibilità di fruire di un “bonus” legato al merito e della suddetta Carta di importo nominale pari a 500 Euro annui. Come noto, si tratta di un dispositivo non costituente reddito imponibile, né monetizzabile, in quanto è piuttosto finalizzato all’acquisto di libri e di testi, di hardware e software, all’’iscrizione a corsi di qualificazione delle competenze professionali, a corsi di laurea o post lauream, a  master  universitari  inerenti  al  profilo  professionale, ad agevolare la partecipazione ad attività culturali, teatrali e cinematografiche,  nonché  a promuovere iniziative  coerenti con la pianificazione didattico-formativa delle istituzioni scolastiche autonome e con il Piano nazionale di formazione.

Ma ritorniamo alla controversa questione del riconoscimento del “merito”, in assenza di differenziazioni codificate nell’assolvimento di incarichi e funzioni aggiuntive o del riconoscimento giuridico-economico dei cosiddetti “quadri intermedi”, non applicandosi al Comparto scuola le previsioni di cui al d.lgs. 150/2009. È doveroso premettere che la funzione docente scolpita nel CCNL 2006-2009 – come novellato dal CCNL 2016-2018 – non è comprimibile in parametri oggettivi, né è commisurabile – quanto agli effetti – nel breve e medio periodo, estrinsecandosi piuttosto nell’immaterialità del processo di insegnamento e di apprendimento.

Ed è singolare che il Legislatore del 2015 parli di valutazione dei “docenti” e non di valutazione del “servizio” (com’era invece previsto nel d.lgs. 297/1994): indipendentemente da speciose letture analitiche, è infatti asseribile che la finalità sottesa non sia quella di quantificare l’operato professionale, ma di valorizzare piuttosto la figura del docente in base a parametri dinamici:  la “[…] qualità dell’insegnamento e [il] contributo al miglioramento  dell’istituzione  scolastica, [il] successo formativo e scolastico degli studenti;  [i] risultati ottenuti dal docente o dal gruppo di docenti in relazione al potenziamento delle competenze degli alunni e dell’innovazione didattica e metodologica, nonché della collaborazione alla ricerca didattica, alla documentazione e alla diffusione di buone pratiche didattiche; [le] responsabilità assunte nel coordinamento  organizzativo e didattico e nella formazione del personale” (art. 1, c. 121, L.107/2015). Che tali indicatori pertengano all’ampliarsi delle attribuzioni della funzione docente, pur in assenza di una correlata elevazione del tenore economico, è incontrovertibile.

Ma allora quali possono essere i meccanismi realmente incentivanti applicabili al Comparto scuola, oltre al doveroso adeguamento stipendiale? Non ci dilunghiamo sull’uso distorto della Carta Docenti che in questi anni è stato spesse volte rilevato, a riprova della sua inadeguatezza: ci preme sottolineare una questione su cui il neo Ministro Fioramonti si è di recente pronunciato.

Ritenendo che il bonus sia uno strumento inidoneo al riconoscimento del merito, ne ipotizza l’abolizione. Il motivo è riconducibile all’amplia discrezionalità riconosciuta al Dirigente Scolastico che, sulla base dei criteri individuati dal Comitato per la valutazione dei Docenti, assegna annualmente una somma del fondo, pur motivando tale scelta.

Mentre si contesta il rischio derivato di opacizzare il principio di pubblicità e di trasparenza e di favorire ulteriormente la tendenza all’autoreferenzialità, sorge legittimo il dubbio che le ragioni economiche, imbellettate artatamente, condizionino ancora una volta la politica scolastica, rimettendo la questione del merito a puri criteri reputazionali.

Professoressa Ilaria Di Leva

Professore Antonio Langella