San Gennaro e il Vesuvio, viaggio nella storia tra fede e devozione

Carlo III di Borbone nel 1738 dava inizio ai lavori per la costruzione della Reggia di Portici nonostante conoscesse bene la pericolosità del Vesuvio molto attivo in quegli anni. Le sue prime parole furono: “Per il Vesuvio… ci penserà Iddio, ci penserà Maria Immacolata e S. Gennaro”. Il Re nell’invocare l’aiuto di Dio e dei Santi perché il Vesuvio non producesse danni con le eruzioni, si rifaceva ad una tradizione consolidata a Napoli e nell’area vesuviana, che poteva farsi risalire all’eruzione del 1631.

Ma la devozione per S. Gennaro nasce un secolo prima, tra il 1525 e il 1527 Napoli visse uno dei suoi periodi peggiori: l’esercito Francese incombeva ed era pronto a conquistare la città; una epidemia di colera sterminò buona parte della popolazione e dal Vesuvio fuoriusciva lava senza sosta che oramai lambiva la città, con una sequenza di terremoti che rase al suolo gran parte delle abitazioni.

La popolazione, ormai allo stremo, come ultima speranza, decise di affidarsi in tutto e per tutto al “suo” Santo: attraverso gli eletti dei Sedili, fece voto a San Gennaro, con un contratto notarile, di costruire una nuova e grande cappella dove custodire le sacre reliquie e l’intero tesoro, in cambio della salvezza. E sappiamo come andò a finire e come si consolidò un profondo quanto indissolubile «feeling» tra il sacro e il profano tra i napoletani e San Gennaro.

Fu in quella occasione che nacque la «Eccellentissima deputazione della reale cappella del tesoro di San Gennaro, che tutt’oggi provvede alla custodia del sangue e del tesoro. Fu Sua Eminenza l’Arcivescovo di Napoli, Francesco Buoncompagni, ad raccomandare a S. Gennaro le sorti della città di Napoli minacciata dall’apocalittica eruzione del 1631. L’Arcivescovo, il 16 dicembre fu costretto a lasciare il suo soggiorno di piacere nella città di Torre del Greco, per raggiungere La capitale del Regno.

Appena giunto in città fece esporre il Santissimo Sacramento per implorare la misericordia divina ed organizzò una solenne processione per le vie di Napoli con tutto il clero partenopeo, il Vicerè (Manuel de Zùniga y Fonseca, Conte di Monterey, 1631- 37) con il suo seguito e un folto stuolo di fedeli napoletani. Il corteo, partito dalla Cattedrale, si diresse alle catacombe di S. Gennaro. Il giorno dopo il sangue del Santo fu trovato liquefatto; il miracolo fu interpretato come segno di buon auspicio per l’evoluzione dell’eruzione.

A ricordo di quest’evento fu posta una lapide nell’atrio della Chiesa di S. Gennaro dei Poveri a Capodimonte ed in onore del Patrono la Chiesa, nel 1632, istituì una terza festività annuale il 16 dicembre. Il sangue si sciolse e il magma, miracolosamente, si arrestò. Per farsi un’idea del prodigio, basta ammirare la splendida tela di Micco Spadaro (oggi appartenente a una collezione privata) che ritrae l’avvenimento, di cui fu testimone oculare.

Successivamente, tale miracolo sarà chiesto ed invocato numerose volte nei secoli successivi, poiché più volte il Vesuvio con le sue eruzioni minaccerà le città vesuviane. La storia del vulcano s’interseca con quella dei miracoli del Santo, così non manca il tentativo di leggere le vicende del Vesuvio alla luce della fede. S. Gennaro non é solo il patrono di Napoli, è anche il patrono di tanti comuni vesuviani insieme ai santi locali. Le eruzioni ed i miracoli sviluppano una ricca iconografia religiosa e popolare a Napoli e nelle città vesuviane, proliferano cappelle votive, immagini sacre popolari, leggende.

Anche in occasione dell’ultima eruzione del 1944 non sono mancate le processioni con i santi protettori per preservare le città alle pendici del vulcano dalle colate di lava. Lo scampato pericolo fu accolto come un miracolo ed a futura memoria dell’evento, sul luogo dove le sacre immagini sostarono e fermarono il flusso di lava fu eretta una croce.

L’invocazione del miracolo da parte delle popolazioni esposte alle eruzioni é un segno di riconoscimento del mistero che avvolge il vulcano ed i riti religiosi sono necessari per arrestare l’evento e ricostituire l’ordine turbato. L’invocazione del Santo fu richiesta anche nell’immane eruzione avvenuta dal 15 al 24 giugno del 1794, che distrusse i tre quarti della città di Torre del Greco.

Questa fu un’eruzione distruttiva per la fuoriuscita di una grande quantità di lava, da bocche eccentriche poste a circa 450 metri di altezza. Dei 18.000 mila abitanti della città fuggirono ben 15.000, mentre la lava velocemente raggiunse e coprì l’abitato inoltrandosi per oltre 100 metri nel mare. La lava in alcuni punti era alta oltre venti metri, e se non fosse stata per la fede e la tenacia del “Curato d’ars” di S. Croce, don Vincenzo Romano, che infuse ai torresi la carica necessaria a ricostruire la loro città subito dopo il disastro, forse oggi non esisterebbe Torre del Greco.

Il giovane Sacerdote, rimboccatesi le maniche, lavorò alla costruzione della di strutta chiesa di S. Croce, recando a tutti una parola di conforto. Egli fu prodigo d’incitamenti e assicurò i torresi che se riedificavano la loro città, il Vesuvio non l’avrebbe mai più distrutta. Questa profezia di Don Vincenzo Romano, ora Santo, fino ad oggi si è avverata. In tutte le eruzioni dell’800 come in quella violentissima del 1906 che distrusse i territori di Torre Annunziata e Boscotrecase, provocando 300 morti e 34.232 profughi e un danno di oltre 60 milioni di lire alle coltivazioni, Torre del Greco non fu colpita.

In conclusione il culto di San Gennaro nel mondo, conta oltre 25 milioni di devoti , soprattutto a New York, a Los Angeles, a Rosario in Argentina, a San Paolo del Brasile, a Chicago, a Toronto, a Melbourne, a Sidney e nei luoghi più disparati della Terra, lo si deve soprattutto a causa dell’immane tragedia che si è consumata alla fine dell’800: l’emigrazione. Il più grande esodo della storia moderna.

E’ giusto ricordare anche una simpatica scenetta durante il Concilio Vaticano II°, la venerazione di S.Gennaro fu limitata in ambito locale: in pratica fu declassificato come Santo di serie “B”. Ma la devozione dei napoletani fu, ed e’, tale che pochi giorni dopo sui muri della citta’ fu scritto: “San Genna’, futtetenne!”

Nonostante tutto moltissimi napoletani, ed io sono tra quelli, nel giorno in cui si presume avvenga il miracolo, si affolla nel duomo per cercare di vedere le sacre ampolle ed onorare il Santo.

Cav. Domenico Giuseppe Costabile