Muro di Berlino, la notte in cui crollò e finì un mondo Il 9 novembre di 30 anni fa tra le picconate e gli abbracci

Gioia e picconate, abbracci e idranti, sbarre che si alzano e fiumane di vessati che sfociano nella libertà, l’euforico stordimento prodotto dall’onda d’urto del treno della Storia quando passa sferragliando e fischiando così sonoramente da rendere impossibile non accorgersene: la notte della caduta del Muro di Berlino, 30 anni fa, fu tutto questo e definirla ‘storica’ è quasi riduttivo. Era il 9 novembre del 1989.

Il simbolo della fine della cortina di ferro, del mondo diviso in due blocchi atomici, della riunificazione della Germania era stato preparato e preannunciato dalle fughe estive di tedeschi orientali attraverso Ungheria e Cecoslovacchia. Ma anche, il 18 ottobre, dalle dimissioni del leader della Ddr, Erich Honecker, che ancora a gennaio aveva preconizzato vanamente altri ‘cento anni di Muro’.

Quella notte cominciò poco prima delle 19 con la conferenza stampa del portavoce del governo della Ddr, Guenter Schabowski, in cui l’allora corrispondente dell’ANSA a Berlino est, Riccardo Ehrman, con una sua domanda ne innescò altre che poi portarono all’annuncio: in pratica, si poteva oltrepassare il Muro. La diretta tv che inquadrava Ehrman seduto ai piedi del tavolone da cui parlava Schabowski spinse decine di migliaia di berlinesi dell’est verso i posti di frontiera fra le due parti della città. Le guardie, colte di sorpresa da un afflusso così massiccio, chiesero ordini su come comportarsi ma comunque alzarono le sbarre bianche e rosse permettendo a tutti di passare senza controlli: una resistenza senza equipaggiamenti anti-sommossa, del resto, era tecnicamente impossibile o sanguinosamente inutile. All’inizio ci fu stupore e incredulità per la beffa ai Vopos, gli agenti della Polizia del popolo che per quasi 30 anni avevano sparato contro chiunque tentasse di scavalcare il Muro e che si erano resi responsabili più o meno direttamente della morte di almeno 140 fuggiaschi solo a Berlino.

Poi, per tutta la notte, solo festa per il flusso di tedeschi dell’est accolto dagli applausi di tanti concittadini dell’ovest: si urla “libertà” e ci si abbraccia, anche fra parenti costretti a vivere divisi per decenni. Giovani – giovane era gran parte di chi si mosse quella notte – che vedono luoghi di cui avevano solo sentito parlare dai più anziani, come l’elegante viale Ku’damm. Si stappano bottiglie, si accendono fiaccole, si sventolano bandiere della Germania e prime copie di un tabloid che già annunciava ‘Berlino è di nuovo Berlino’.

Ma l’iconografia scolpita nelle menti è fatta anche e, forse soprattutto, dai ragazzi che si arrampicano sul Muro tirandosi su a vicenda; dal piccone che solleva solo polvere dalla granitica e ormai affollata sommità della barriera; dal lavorio di martelli grandi e piccoli, dei primissimi ‘Mauerspechte’, i ‘picchi del Muro’. E poi i potenti idranti cui si resiste in piedi o, in maniera irridente, accovacciati dietro un ombrello con una confusa consapevolezza che sono solo schizzi alzati dal debole colpo di coda di un regime ormai agonizzante: in tre giorni, due milioni di persone passarono il confine sancendo la fine di un mondo. “Il muro era come una macchina del tempo.

Si passava Checkpoint Charlie e si piombava nel passato, negli anni Cinquanta. Meno luci, niente insegne, anche l’aria aveva un altro odore, impestata dalle Trabant, le vetturette in plastica simbolo dell’industria nella Ddr”, ha scritto Roberto Giardina, giornalista e scrittore, testimone di quegli anni.