La Camorra in giacca e cravatta, gli insospettabili “professionisti” della corruzione

Tutto cambia, anche la camorra. Dalle lupare ai colletti bianchi, la camorra cambia pelle e si infiltra nel tessuto economico e sociale attraverso avvocati, commercialisti, ingegneri, politici, amministratori pubblici, uomini della grande finanza e delle istituzioni, gente che gestisce il Potere e persino alte cariche ecclesiali.

Se prima consideravamo le imprese e la politica vittime della criminalità organizzata, oggi possiamo dire che è proprio nel mondo del legale che si insinua il germe della malavita. È solo grazie alle relazioni con i colletti bianchi che le associazioni criminali riescono ad accedere allo Stato.

“’O sistema” si mimetizza nella società, ed è molto più borghese rispetto all’idea del mafioso “coppola e lupara” diffusa tradizionalmente nell’immaginario collettivo. Il ruolo che si sono ritagliati i clan storici della camorra è stato agevolato da una società civile spesso indifferente, da una borghesia indolente che spesso vede nell’illegalità una possibilità di arricchimento.

Così, corrotti e camorristi si incontrano, due forme di criminalità che si saldano e diventano due facce della stessa medaglia. La criminalità si è imborghesita ed ha conquistato potere sempre più diffuso. Fino a fare apparire normalità persino malcostume e comportamenti illegali e anormali comportamenti virtuosi e semplicemente legali, a sfidare le parti sane della pubblica opinione e a irriderli per la loro ingenua considerazione dei criteri di giustizia sociale.

A far sì che la maggioranza acquisita dai cosiddetti “colletti bianchi” abbia buon gioco contribuisce ora anche la politica e, per meglio dire, la malapolitica. L’intreccio tra politica e camorra è oramai l’argomento di maggiore attualità di questi ultimi tempi e per certi versi risale anche a precedenti e non sospetti tempi.

Partiamo dal 1848 quando Ferdinando II decise di avviare una sistematica opera di repressione dei camorristi; egli aveva intuito che fra le sette liberali e la camorra era nata una sorta di alleanza favorita da forze esterne che avevano l’obiettivo di destabilizzare il Regno: la camorra diventa liberale e si mette al servizio del movimento costituzionale, intuendo che quel potere (che prima o poi si sarebbe costituito) sarebbe stato così debole e caotico da poterlo manipolare e dirigere, cosa impossibile con un sovrano assoluto e determinato come Ferdinando II.

Il periodo del passaggio dal Regno Borbonico a quello dei Savoia rappresentò per la camorra un’occasione servita su un piatto d’argento. Liborio Romano, si materializza al potere nel giugno del 1860, al momento della concessione della Costituzione da parte di Francesco II, come Prefetto di Polizia e poco dopo diventa Ministro dell’Interno. Uomo della camorra liberale, già da tempo in contatto con Cavour e Garibaldi, il suo obiettivo è preparare l’ingresso di Garibaldi a Napoli, cosa che farà regolarmente accogliendolo poi alla stazione il 7 settembre 1860.

Egli non fu un fedele suddito della dinastia, infatti Ferdinando II lo trattenne in carcere per tre anni. Liborio Romano sia scese a patti con la camorra, trasformando incalliti criminali in forza dell’ordine armata e repressiva contro la forte componente lealista presente nella capitale, acquisendo sempre più potere e macchiandosi dei crimini più atroci.

Salvatore de Crescenzo, primo vero capo della camorra, chiamato nelle stanze della prefettura di Liborio Romano con una proposta: redimersi per diventare guardia cittadina, con quanti compagni avesse voluto, col fine di assicurare l’ordine. In cambio, i camorristi in divisa avrebbero goduto di amnistia incondizionata e stipendio governativo. Solo un’ora bastò a Crescenzo per decidere il da farsi. Il capo camorra tornò in prefettura con un suo compagno e accettò la proposta. A raccontare l’episodio è lo stesso prefetto nelle sue Memorie, definendo la camorra “partito del disordine”.

Come mai da 150 anni continuiamo a parlare di camorra e di colletti bianchi? Perche non abbiamo sconfitto il problema più grave: la corruzione. La lezione della storia insegna che in Italia la corruzione non è una patologia criminale contingente legata a una particolare stagione storica, e non è riducibile a una mera sommatoria aritmetica di cadute individuali, di reati commessi da singole pecore nere nel gregge delle pecore bianche, ma è piuttosto un fenomeno sistemico di settori significativi delle classi dirigenti, una componente strutturale della costituzione materiale del paese dall’Unità d’Italia sino ai nostri giorni e, come tale, non governabile con i normali strumenti della legalità legislativa e giudiziale. Quindi, per combattere la camorra e la corruzione, è necessaria una legalità che sia al servizio del bene comune, della dignità e dei diritti delle persone.

Adoperiamoci quotidianamente per costruire una comunità che si basa su questi valori, perchè solo insieme, in un percorso comune, è possibile andare verso orizzonti di giustizia sociale. Interroghiamoci sul proprio modo di agire e sulle possibili azioni positive da attivare a partire dal proprio contesto di vita. La camorra non sarebbe tale se non avesse relazioni con chi dovrebbe combatterla.

Cav. Domenico Giuseppe Costabile