Il Covid e le conseguenze sui giovani: le testimonianze di alcuni studenti

Il Covid-19 ha cambiato inevitabilmente il modo di vivere delle persone, adulti e bambini. Tuttavia, tra le categorie più colpite ci sono gli adolescenti e i giovani adulti (14 e i 29 anni). Da marzo 2020 è stato chiesto a tutta la popolazione italiana un sacrificio importante: rinunciare, di punto in bianco, al proprio stile di vita. All’inizio del lockdown 2020 il Governo non ha preso in considerazione le conseguenze che una richiesta del genere, per quanto legittima, potesse avere soprattutto su alcune fasce della popolazione.

Ad ogni modo, la comunità scientifica ha colto il potenziale danno psicologico che questa situazione potesse avere: una indagine online, condotta nel primo lockdown (Di Vanni, Crupi, Incognito, 2020), su un campione di persone di età tra gli 11 e i 74 anni, identifica ragazze e ragazzi (11-23 anni) come la fascia più a rischio di sviluppare sofferenze psicologiche.
Dai risultati dell’indagine i giovani risultano essere i più colpiti da questa situazione di emergenza. Un ulteriore dato interessante è la correlazione tra la situazione lavorativa e preoccupazione: l’indagine rivela come gli studenti siano tra le categorie con il grado più alto di preoccupazione (insieme ai lavoratori in attesa e i disoccupati), maggiore anche del livello di preoccupazione espresso dai lavoratori sanitari.
Sono state davvero diverse le ricerche fatte in questa direzione, come ad esempio lo studio “I care” condotto dall’Università degli Studi di Palermo ed evidenzia che durante il primo lockdown in Italia, il 35% degli adolescenti abbia provato sentimenti di disagio, il 32% bassi livelli di ottimismo e il 50% basse aspettative per il futuro.

Bambini e adolescenti sono stati costretti a rimanere nelle proprie case senza possibilità di avere relazioni esterne con i propri coetanei, gli adulti e le attività che arricchiscono la loro quotidianità.
I problemi principali riscontrati sono dovuti in primo luogo alla DAD (il Rapporto Riscriviamo il futuro – Dove sono gli adolescenti? La voce degli studenti inascoltati nella crisi, pubblicato da Save the Children riporta che il 28% degli studenti dichiara che durante il primo lockdown almeno un compagno di classe ha deciso di abbandonare le lezioni; il 46% ha dichiarato che l’anno scolastico è stato un ‘anno sprecato’) e all’isolamento a cui sono stati costretti: avere come unico compagno giornaliero un computer per troppe ore li ha esposti a diverse conseguenze come lo stess (dovuto anche ai mezzi tecnologici inadeguati di cui molti disponevano), disturbi del sonno, disturbi comportamentali, aumento dell’aggressività, disturbi alimentari (l’Osservatorio epidemiologico del ministero della Salute ha stimato un aumento dei disturbi alimentari in bambini e ragazzi del 30%) e ancora paure e depressione, atti autolesivi, fino ad arrivare ai tentativi di suicidio.

Per quanto riguarda i ‘giovani adulti’ (18 – 29 anni) il quadro generale non è certo più roseo; infatti, secondo il report dell’OECD dal titolo: Youth and COVID-19 Response, Recovery, and Resilience (2020), la pandemia ha conseguenze sull’educazione universitaria, sulla ricerca del lavoro, sulla salute mentale e sulla liquidità dei giovani sia a breve che a lungo termine. I giovani che si stanno affacciando adesso al mondo del lavoro partiranno molto svantaggiati: è minore il numero di posti che vengono offerti e i redditi sono più bassi.
Un report dell’ILO riporta che un giovane su sei ha perso il proprio impiego durante il lockdown. La maggior parte dei giovani impiegati è insoddisfatto del proprio posto di lavoro e della retribuzione e i sentimenti di negatività con cui vivono la propria occupazione si sono amplificati durante la pandemia.

È oramai qualche anno che i giovani vivono il periodo universitario impauriti da ciò che accadrà dopo perché certi che sarà difficile ricoprire il ruolo per cui hanno duramente studiato e sono sempre più consapevoli che, nonostante l’impegno e i buoni voti, non sempre la meritocrazia fa il suo corso offrendo loro quello a cui anelano. Spesso la maggior parte si accontenta di lavori temporanei e mal pagati vivendo nella speranza che un giorno qualcuno si accorga di loro e li ripaghi dei sacrifici fatti.
La pandemia non ha fatto altro che ampliare paure, depressione, ansia e sentimenti di incertezza e spavento nei confronti sì del futuro, ma anche del presente dal momento che in Italia il sistema universitario è stata l’ultima delle preoccupazioni governative da marzo 2020.

A proposito di questo sono state raccolte diverse dichiarazione di giovani universitari italiani

“[…] Credo sinceramente che la pandemia mi abbia portato via qualcosa, è come una sindrome da stress postraumatico […]. Fa paura anche notare tante differenze, tante cose che prima davo per scontate come la facilità con la quale stavo in mezzo alla gente e in strada. Ora non è più facile, prima la solitudine mi faceva paura, ora mi fa paura quanto io ne sia assuefatta […].
In quanto universitaria mi sono sentita dimenticata dalle istituzioni competenti, siamo stati gli ultimi ad avere disposizioni su come poter continuare gli studi, l’organizzazione spesso è stata lasciata alla discrezione dei singoli professori rendendoci vittime della loro, anche se involontaria, volubilità. Ogni università ha gestito diversamente dalle altre, impedendoci come studenti anche di fare fronte comune.

I primi mesi di esami online sono stati un inferno, tra scritti che diventavano orali e professori che si preoccupavano dell’imbroglio più facile rendendoci gli esami molto più ansiogeni di quello che normalmente fossero. Ho apprezzato allo stesso tempo tantissimi dei miei professori, tutti medici, che a volte hanno dovuto farci lezione dagli ospedali, in tuta e mascherina, e che nonostante questo cercavano di dare forza a noi che eravamo a casa al caldo. L’organizzazione sarà stata pessima, ma il cuore c’era tutto”, studentessa di medicina, 24 anni.

“Sicuramente gli ultimi due anni sono stati molto complicati sia dal punto di vista universitario che personale. L’ università è un punto di incontro, un luogo di scambio di opinioni, confronti e un modo per socializzare molto valido: credo che quest’ ultimo punto sia venuto meno più di tutti. Socializzare dietro uno schermo, che sia un tablet o uno smartphone, non è equiparabile al socializzare di persona, è tutto molto più freddo.

Ovviamente è molto soggettivo, chi mi conosce sa quanto sia aperto e socievole e il lockdown sicuramente ha pesato molto sotto questo aspetto. Nonostante questo, mi rendo conto (e purtroppo non posso dire lo stesso di tante altre persone) che lo stare a casa soprattutto i primi mesi di pandemia sia stato necessario anche se non è bastato dato che ho contratto il COVID-19 poche settimane dopo la scoperta della sua presenza in Italia. Fortunatamente asintomatico, la convivenza con il virus in quella settimana da positivo, non è stata facile. La paura di aver contratto un virus sconosciuto faceva da padrona nella mia quotidianità, nei giorni successivi all’ esito del tampone è stato un chiodo fisso. Fortunatamente è andato tutto bene, conoscendo tempi di incubazione e avendo capito da chi lo avessi contratto, ho tirato le somme e mi sono tranquillizzato.

A due anni quasi dall’inizio della pandemia, credo siano stati fatti tantissimi passi avanti, dallo sviluppo dei vaccini a terapie più mirate per il SARS-COV-2, la scienza è riuscita a salvare migliaia e migliaia di persone, lo dicono i dati. Nonostante questo, vi sono ancora individui che constatano l’esatto opposto dell’evidenza affermando che i vaccini sono inutili, che il Covid è una influenza, che il Green Pass è una dittatura mascherata e altre fantasiose (anche meravigliose) fake news.

Queste persone non si rendono conto di quanto sia subdolo il virus e di quanto sia importante sottoporsi al ciclo vaccinale, non si rendono conto che se il paese si blocca, se la Sanità va al collasso è solo ed unicamente a causa loro che non vaccinandosi contraggono il virus e hanno alte possibilità di essere ricoverati, nel peggiore dei casi in terapia intensiva rischiando anche la vita. Studiando nel settore, l’unica cosa che mi sento di dire è di fidarsi della scienza e del parere dei medici che sicuramente sono di gran lunga più preparati di un banale pagina Internet con news categoricamente false e prive di fondamento scientifico. […]

Il Covid-19 ha intaccato anche i miei hobby, sono appassionato di calcio, sono un arbitro e l’impossibilità di fare ciò che mi piace è frustrante. Lo sport è sempre stato una valvola di sfogo per lo stress universitario e questi due anni di pandemia. Ora la situazione è sicuramente cambiata e vi è la possibilità di praticare sport, ma il 2020 sotto questo aspetto è stato devastante. Ne ha risentito non solo il fisico ma soprattutto la psiche, non avere quella valvola di sfogo e accumulare stress e tensioni ha pesato molto psicologicamente; arrangiandomi come potevo a casa, più o meno sono riuscito a distrarmi da quello che effettivamente stava accadendo fuori”, studente di Chimica e Tecniche Farmaceutiche, 24 anni.

Il COVID-19 è stata sicuramente la causa della maggior parte dei mali degli ultimi due anni, ma quello che agli occhi dei giovani è apparso chiaro è stato il disinteresse delle istituzioni e dell’interna popolazione non vaccinata. I primi in quanto non sono stati in grado di dare risposte e soluzioni tempestive al problema, facendo vivere decine di migliaia di universitari nella più totale inquietudine e incertezza. Il problema, inevitabilmente, si pone anche sul piano lavorativo, perché ciò che ci si aspetta da uno Stato che decanta un alto grado di “welfare” è che rassicuri (e assicuri) i propri giovani sull’avvenire; quello che sta dimostrando lo Stato italiano, invece, è che non è in grado di proteggere e garantire un presente e un futuro ai propri universitari e futuri lavoratori e che sperimenterà negli anni avvenire una sempre crescente fuga di cervelli.

Per quanto riguarda la popolazione no-vax, quello che si dovrebbe capire è che il vaccino non è solo un dovere verso sè stessi ma verso gli altri, perché se è vero che la libertà di uno finisce dove inizia quella dell’altro, allora ognuno di noi ha il dovere di aiutare la collettività a tornare alla normalità e di smettere di vivere in una situazione di perenne pericolo e di inquietudine consentendo a tutti di avere una chance di realizzare il proprio avvenire.

Sara Letizia Serafini

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