Il calcio italiano e l’arte di cambiare tutto per non cambiare nulla

C’è qualcosa di profondamente ingannevole nel racconto che si sta costruendo attorno alle prossime elezioni della FIGC. Lo schema è quello classico: personalizzare lo scontro, ridurlo a una sfida tra nomi, evocare la possibilità di una svolta. In realtà, siamo di fronte all’ennesima rappresentazione di un sistema che ha fatto della conservazione la propria unica vera competenza.

Il confronto tra Giovanni Malagò e Giancarlo Abete non è il preludio di un cambiamento, ma la sua negazione più evidente. Due figure che, per percorsi, responsabilità e collocazione, incarnano perfettamente la continuità. Non c’è rottura, non c’è discontinuità, non c’è nemmeno un tentativo credibile di costruirla. Parlare di “nuovo corso” in questo contesto significa abusare del linguaggio.

Il punto è che non esiste alcun vero conflitto. Esiste, piuttosto, una redistribuzione interna del potere. La Serie A che guarda a Malagò, il mondo dilettantistico che si ricompatta attorno ad Abete: non è uno scontro tra visioni, ma tra interessi. E quando il terreno della competizione è occupato dagli interessi, le idee diventano accessorie, se non superflue.

In questo scenario, il ruolo di figure come Giuseppe Marotta non introduce elementi di novità, ma rafforza una dinamica già nota: quella di una tecnocrazia del consenso, in cui ciò che conta non è il progetto, ma la capacità di garantire stabilità agli equilibri esistenti. Non si sceglie chi cambierà il sistema, ma chi saprà gestirlo senza scosse.

E poi c’è la politica. O meglio, la sua ambiguità. Il richiamo alle “mire del governo” serve a costruire una narrazione di interferenza esterna, ma rischia di diventare un alibi. La verità è più scomoda: la politica non entra per riformare il calcio, ma per utilizzarlo. Lo delegittima quando serve, lo asseconda quando conviene. In ogni caso, evita accuratamente di metterne in discussione le fondamenta.

Il risultato è un circuito chiuso, impermeabile a qualsiasi forma di innovazione reale. Il sistema elettorale federale premia le coalizioni consolidate, i grandi elettori replicano sé stessi, il capitale relazionale vale più delle competenze. In queste condizioni, l’assenza di alternative non è un incidente, ma una conseguenza inevitabile.

E allora la domanda non è chi vincerà. La domanda è se esista ancora, dentro il calcio italiano, uno spazio per perdere — perdere consenso, perdere posizioni, perdere rendite — in nome di un cambiamento vero. Perché è esattamente questo che nessuno sembra disposto a fare. Alla fine, tutto si riduce a una constatazione tanto semplice quanto scomoda: non siamo davanti a una crisi di leadership, ma a una crisi di sistema. E i sistemi, quando funzionano così bene nel proteggere sé stessi, non cambiano. Si limitano a sostituire i volti, lasciando intatte le logiche.

È l’arte, tutta italiana, di cambiare tutto per non cambiare nulla.