Luciana Lamorgese, il nuovo, indecifrabile ministro italiano dell’Interno, non individuando alcunché di meglio a cui dedicarsi, si diletta e si gingilla ad invitare, addirittura al Viminale, le Ong tedesche, olandesi e delle altre Nazioni (europee…), che traghettano in Italia i migranti e (Carola Rachete) speronano le motovedette della Guardia di Finanza. Il disinvoltissimo premier Giuseppe Conte (che ora ha ben altre gatte rognose da pelare) straparla di accordi umanitari e solidaristici degli altri Paesi dell’Unione Europea con l’Italia. In tutta codesta confusione, la verità è comunque emersa, prepotentemente ed in tutta la sua brutalità. Ci ha pensato Paolo Del Debbio, il conduttore di Dritto e rovescio, la puntuta trasmissione televisiva di Rete 4. Del Debbio sta ospitando una rubrica a puntate, sulla realizzazione effettiva (e non a chiacchiere e nuvole) dei predetti, tanto strombazzati accordi di Malta. Nella sua ultima edizione, quella della notte del 31 ottobre scorso, Dritto e rovescio ha mandato in onda un formidabile scoop.
Il ministro dell’Interno tedesco svela, spudoratamente, la verità sulla “ricollocazione” dei migranti
L’unico sistema valido, per sapere, attraverso il micidiale mezzo televisivo, la verità sulla “ricollocazione” dei migranti era di rivolgersi direttamente alla fonte, cioè all’Unione Europea, meglio ancora alla sua vera “padrona”, la Germania. Oltretutto, nel corso di una riunione ufficiale. Prima che essa iniziasse, l’intraprendente inviato di Del Debbio (davvero ammirevole: giovane, tosto ed irriducibile, assolutamente indisponibile a farsi prendere in giro) ha tentato, invano, di farsi rilasciare qualche dichiarazione seria da Horst Seehofer, l’ultra-conservatore teutonico, Ministro dell’Interno tedesco.
S’è beccata una pacca sulle spalle, che sapeva tanto di fondellata ed aveva un vago senso di “ragazzo italiano, lasciaci lavorare”. Con il voluminoso e burbanzoso Seehofer, uno di quei democristianoni tedeschi vestiti da democristianoni, che ha provvidamente mascherato il suo imbarazzo e la sua stizza con un atteggiamento da cuffiatore napoletano in salsa tedesca: cioè, un qualcosa di geneticamente incompatibile in sé… Il rampante inviato, però, non se l’è tenuta. Ha atteso il momento della conferenza pubblica ed ha lanciato il suo attacco mortale. Al quale il tedescone proprio non poteva esimersi, di dare una risposta.
La sicurezza nazionale vale solo per la Germania…
E leggetela, la risposta di un Seehofer messo all’angolo da una domanda fatale, fondata sui numeri dei rifiuti tedeschi dei migranti, volta per volta, Ong dopo Ong, Carola Rachete inclusa: “Rispetteremo gli accordi presi solo quando avrò la certezza che i migranti non costituiscano una minaccia per la nostra sicurezza”. Alla faccia di chi s’affaccia… Alle spicce: stanato, il volpone tedesco ha perso anche l’aplomb ed è sbottato con una risposta intrisa di rabbia e disprezzo. Ma, ahilui, imbevuta anche di verità, mai più rinnegabile, né mistificabile… Non c’è che dire: la sicurezza nazionale… Peccato che abbia a cuore solo quella tedesca e che abbia dichiarato, Seehofer, sia pure indirettamente (ma più chiaro di così non avrebbe mai potuto essere), che i migranti, quando sbarcano in Sicilia ed oggi anche in Puglia (ma anche nella Salerno deluchiana), sono, di per sé, un pericoloso attentato alla sicurezza nazionale… Che figuraccia, per la misteriosa Lamorgese e per lo sfacciato Conte, il premier mai votato e senza esercito. Uno storico, inequivocabile endorsement, involontario e quindi ancora più gustoso, per Matteo Salvini ed il suo lapidario porti chiusi. Con un’ineludibile chiosa: ed ora, gli anti italiani, messi brutalmente al cospetto di questo messaggio merkeliano (una sorta di micidiale “Italiani, arrangiatevi…”), cosa avranno il coraggio di bisbigliare?
Renzi incalza il derelitto governo giallorososso
Avendo annusato, da tempo, l’aria che spira, Matteo Renzi incalza quotidianamente il disorientato governo dimaian / zingarettiano (figuriamoci…) sulla manovra. Auto aziendali, plastica, zucchero, le nuove tasse… Un Renzi in versione sciacallo, come aveva preannunciato Carlo Calenda. Uno che vede prossima la morte politica della preda Zingaretti e, cinicamente, l’azzanna… Gli ha risposto il Movimento 5 Stelle, al quale è rimasta solo la metodologia (disperata) delle repliche minacciose: “Non esiste futuro per questa legislatura, se qualcuno prova a mettere in discussione il presidente Conte con giochini di palazzo”. Di rinforzo (si fa per dire), un Dario Franceschini sempre più sconvolto: “Con queste allusioni, si fa il gioco della destra. Forse sarebbe ora di smetterla”. Come si vede, nessun ragionamento, nessuna analisi, nessuna proposta. Solo il Babau, il mostro, evocato ed agitato attraverso lo spettro, ripetitivo e senza neppure un pizzico di fantasia argomentata, del mantra “attenti al lupo Salvini”. Un qualcosa che serve solo ad iniettare nuova linfa, proprio nelle vene di quella Lega, che invece si vorrebbe annientare.
La lezioncina umbra…
La lezioncina umbra, ben poco francescana, non ha insegnato proprio un fico secco, alle quattro / cinque sinistre di governo (provvisorio). Il professor Conte appare sempre più chiuso nella sua autoreferenzialità, dopo quella sua infelicissima espressione (“l’Umbria è grande come la provincia di Lecce”), che ha fatto sfracelli, nelle urne, scudisciando la letale inconsapevolezza del premier per caso… Oggi, peggio che ieri, Conte è alle prese con drammi non da poco. Ormai, insomma, il professore è caduto da cavallo. Senza neppure la leggiadria di Luigia Pallavicini, la pupilla di Ugo Foscolo. Ma lo psicodramma del rabberciato governo giallorosso non si ferma qui. Lo aspetta un autentico Vietnam, in Parlamento, sulla manovra. Quando, cioè, Conte, Di Maio e Zingaretti (che pure non si amano, neppure tra di loro) dovranno fare fronte comune, per guardarsi non solo dagli attacchi della Lega e di Fratelli d’Italia (lasciando perdere, per una forma di umana pietà, il povero Berlusconi, la moribonda forza / debolezza Italia ed il codardo oltraggio delle preannunciate diaspore delle sue amazzoni), ma anche (se non soprattutto) da quelli, ancor più insidiosi perché “fuoco amico”, del tosco dispittoso, Matteo Renzi, e di tutti i renziani di complemento.
L’angoscia emilian / romagnola
Con un’angoscia in prospettiva: le prossime elezioni regionali. A cominciare da quelle in Emilia Romagna. Laddove un angosciato Stefano Bonaccini, il governatore piddino uscente, non sapendo più che pesci prendere, invoca il soccorso di Luigi Di Guaio. Che, puntualmente, glielo nega. E marcerà, Di Maio, da solo: verso il nulla… La sinistra (anzi, le quattro / cinque sinistre: l’imperituro, insanabile problema della sinistra, all’eterna ricerca della sua irreperibile unione) s’è incartata da sola. Ha forzato oltre ogni limite i suoi elettori. Col paradosso umbro di una coalizione tra le due formazioni politiche che se l’erano date di santa ragione e che, paradossalmente proprio nella terra di San Francesco, erano riuscite ad attingere la vetta estrema: i grillini che mandano a casa, per corruzione, il sistema piddino di governo regionale, per poi ricongiungersi, tutti insieme, ma tutt’altro che appassionatamente, in un raffazzonato assemblaggio pre-elettorale. A pochi giorni dal voto. E s’illudevano perfino di vincere… Li marchiò bene Salvini: “L’unione di due perdenti non crea un vincente…”.
Il leader logora chi non ce l’ha…
La leadership logora chi non ce l’ha. È, questo, l’ultimo, doveroso aggiornamento del famoso motto andreottiano: quello sul potere. S’è esposto, in prima fila, Vauro Senese, il vignettista celebre per le sue ultra-provocatorie strisce. Vauro ha proclamato, nelle sue comparsate televisive, nei talk-show politici, di provare una sorta di ribrezzo, per la figura del leader. Alludeva, ovviamente, a Matteo Salvini. Magari, anche a Giorgia Meloni. La verità vera è che chi sa di non poter contare neppure su un leader minimo, senza speranze di disporre, neppure in prospettiva, di uno maximo, rosica e si dispera. Di conseguenza, non gli resta che delegittimare, come autoritari e magari fascisti, i partiti che si avvalgano di una leadership indiscussa. Che è, poi, la quintessenza della politica con la barra dritta. Senza dover dare troppo conto a correnti e correntine e spezzatini vari. Né tantomeno, scendere a compromessi che confondono le idee agli elettori.
Il grande vantaggio di Lega e Fratelli d’Italia
Insomma, tutto quello che è, attualmente, il grande vantaggio di Lega e Fratelli d’Italia. Che peccato, che nessuno se ne sia accorto, di codesta lapalissiana novità, nemmeno ad agosto, nel periodo di quell’improvvisa, subitanea, fulminea crisi della Lega. Passata, d’emblée, dal governo all’opposizione. Fosse successo al PD, o ai 5 Stelle, ne sarebbe scaturita una catastrofe. La Lega, invece, non ha battuto ciglio. Ha marciato coesa, compatta, a falange: ed ha trionfato nella rossa Umbria. Ma, alle sinistre, esempi di tal genere non insegnano nulla. Non possono. La tara ereditaria della disunione è troppo forte, a sinistra. Non a caso, fu inventato il motto / monito, geniale: “Mai nemici a sinistra!”. Che, in sintesi, la diceva (e la dice ancor più oggi) tutta… Una chiosa conclusiva, ritornando all’opportunistico e tutt’altro che sincero ripudio dei leader: per farla breve, non piace per nulla, la figura del leader, proprio a chi adorava Mao, Stalin, Fidel Castro e, per saltare ai tempi attuali, s’inginocchiava ai vari Lula e Chavez… Alla faccia della coerenza. Ma il popolo ha cervello. E Salvini e la Meloni se la ridono…
Salvini e i suoi sostenitori involontari…
Si delinea il quadro dei grandi promoter di Salvini: tutti quelli che, imperterriti ed incorreggibili, ancora oggi, dopo la bastonata in Umbria, continuano a parlare di governo anti-Salvini, di blocco contro i populismi ed i sovranismi ed amenità varie. Risultato: i due sovranisti, Salvini e la Meloni, trionfano. L’ambiguo Berlusconi, non a caso, si sta riducendo al lumicino. È un’Italia orientata ed incamminata a destra. Che fa scoppiare il fegato agli anti-tutto. Basterà che Salvini e la Meloni rassicurino un po’ gli iper-opportunisti, per fare asso pigliatutto. Una prospettiva, però, da prendere davvero con le molle: spaventerebbe, questa volta per davvero, il popolo. Il quale, invece, nel frattempo, fin quando non sprofonderà in qualche sindrome da angoscia, più vengono dileggiati i sovranisti e più li suffraga. All’entusiasmo popolare non è estraneo il gusto di fondellare i radical chic alla Gruber, o i radical travestiti da filo-popolari, alla Tiziana Panella.
Il ritorno dei perbenisti
Il dato più importante, che conforta i tanto esecrati perbenisti (categoria in fase di crescendo rossiniano), è che il popolo, dopo una breve fase di sbandamento e di iniziale propensione all’opportunismo del momento, ci ha ripensato. Abbacinato da Grillo, il volpone dalla vista sempre meno lunga, s’era adeguato all’accordo piddin / grillino, che ben pochi, dall’una e dall’altra parte, amavano, nel loro intimo. È stato il momento del trionfo di Renzi. Che ha potuto sbattere sul muso, a Salvini, nello scontro col freno a mano, da Bruno Vespa, che s’era fatto corbellare, gabbare, uccellare, addirittura arrivando, ma guarda un po’, a credere alla buona fede di un Renzi e di uno Zingaretti. Un autentico paradosso estremo, quello renziano. Poi, anche per via delle conflittualità e delle inconsapevolezze, a getto continuo, della scombiccherata coalizione giallorossa, delle pomposità vuote e vacue di Conte, il popolo s’è (anche molto velocemente, a dire il vero: complimenti!) svegliato.
Punizione senza sconti
Ed ha punito, senza sconti, gli improvvisatori. Con l’unica arma democratica, ancora non sottratta del tutto ad esso: il voto. Eppure, grazie anche ai silenzi di Mattarella ed, in via attiva e diretta, all’UE, le fortune italiane erano state affidate alla flessibilità europea. Una flessibilità indigeribilmente a comando e non disciplinata da alcuna regola: furono Mieli e Ricolfi i primi, a denudare questa spaventosa realtà. Anche questo, con grande sorpresa degli anti-populisti, il popolo verace, genuino, disinteressato, non l’ha perdonato. E ora? In Emilia Romagna, ci sono due o tre cosucce, delle quali tener conto: l’eccellente candidata, scelta da Salvini (Lucia Borgonzoni, una delle donne prontissime anche al ruolo di premier, con Alessandra Ghisleri e Giorgia Meloni), che non darà tregua agli antagonisti; l’opportunismo, tipico degli emilian/romagnoli (memento Predappio, un sito simbolico del fascismo, passato, senza pensarci su mezza volta, dalla camicia nera a quella rossa, senza neppure le gradazioni cromatiche intermedie); l’onda lunga, travolgente, che spinge il centrodestra (o, se si preferisce, la destra sovranista); i dati della pia fondazione Migrantes della CEI, sulla sostituzione etnica in atto; i grandi assist che, a Salvini ed alla Meloni, regalano le Luciana Lamorgese, i Fioramonti, i Giuseppe Conte (del quale, un tassello dopo l’altro, si sta componendo un mosaico cupo e torbido). E ci fermiamo qui… Nella curiosissima attesa di vedere come se la caverà, lo sceriffo De Luca, in un palcoscenico del genere…
La rubrica “Chiacchiere e nuvole”, come programmato, si chiude qui, alla sua cinquantunesima ed ultima puntata. Un cordiale grazie, per la cortese attenzione, ai lettori di ERREEMME NEWS.it.

