Oltre lo scandalo Conte-Piantedosi: il dispositivo sessista che protegge il sistema di potere

Negli ultimi giorni i nomi di Claudia Conte e Matteo Piantedosi sono tornati al centro dell’attenzione mediatica, così come, poco prima, quelli di Maria Rosaria Boccia e Gennaro Sangiuliano. Ma al di là dei fatti specifici, che spettano eventualmente ad altri accertare e valutare, ciò che merita davvero di essere osservato è il dispositivo culturale che ogni volta si riattiva con impressionante puntualità.

In Italia basta che una donna entri in prossimità di un luogo di potere perché il racconto pubblico imbocchi quasi subito una traiettoria prevedibile: la sua presenza viene sospettata, il suo ruolo ridimensionato, il suo valore relativizzato. La domanda implicita è sempre la stessa, anche quando non viene formulata apertamente: “È lì per competenza o per relazione?” E, cosa ancora più grave, la risposta sembra spesso già scritta in partenza.

Non è un riflesso innocente. È un automatismo profondamente sessista, che continua a leggere le donne non come soggetti autonomi, ma come figure la cui legittimazione deve essere costantemente verificata, insinuata, sospesa. L’uomo coinvolto, nella maggior parte dei casi, resta sullo sfondo come centro silenzioso del potere; la donna, invece, diventa immediatamente oggetto di scrutinio morale, mediatico, persino simbolico. È lei a essere raccontata, sezionata, esposta. È su di lei che si concentra il sospetto. Come se il potere, di per sé, non fosse mai imputabile a chi lo esercita, ma solo a chi vi gravita intorno.

Ed è qui che emerge l’ipocrisia più grande. Perché anche ammesso che in alcuni casi vi siano stati favoritismi, corsie preferenziali, canali opachi o relazioni personali capaci di accelerare percorsi professionali, il nodo non dovrebbe essere la donna indicata come “favorita”. Il nodo dovrebbe essere il sistema che rende normali, praticabili e persino ordinari questi meccanismi. Un sistema che non nasce nei salotti della cronaca scandalistica, ma che attraversa strutturalmente la società italiana: amministrazioni pubbliche, sanità, università, informazione, enti locali, ordini professionali, politica. Ovunque reti informali, cooptazioni, fedeltà, appartenenze e scambi di convenienza continuano a contare più delle procedure, più del merito, più della trasparenza.

Eppure, quando questa patologia strutturale affiora in casi mediaticamente appetibili, il discorso collettivo deraglia quasi sempre verso la forma più sterile e regressiva possibile: il pettegolezzo. Non interessa capire come si costruiscono davvero le filiere del potere, come si distribuiscono incarichi, come si consolidano le appartenenze, come si aggirano i criteri di selezione. Interessa il dettaglio allusivo, il messaggio privato, la fotografia compromettente, il sottotesto sentimentale o sessuale. Il sistema scompare; resta la sceneggiatura.

Questo slittamento non è casuale, né neutrale. È una precisa forma di rimozione collettiva. Il gossip funziona come anestetico sociale: produce eccitazione morale, ma impedisce qualsiasi analisi seria. Trasforma un problema pubblico in una vicenda privata, una distorsione istituzionale in un feuilleton, una questione di responsabilità politica in consumo voyeuristico. Così il Paese si sente indignato, ma non mette in discussione nulla; si scandalizza, ma non riforma; condanna i personaggi, ma assolve i meccanismi.

Il danno, allora, è duplice. Da una parte si consolida l’idea tossica che le donne arrivino in certi spazi soprattutto per prossimità personale e non per capacità, alimentando un sospetto permanente che finisce per colpire tutte, anche quelle che non hanno alcun legame con simili vicende. Dall’altra si protegge il cuore vero del problema: un sistema di potere opaco, familistico, relazionale, in cui la meritocrazia è spesso solo una parola ornamentale buona per i discorsi pubblici e quasi mai per la prassi.

Ed è forse questa la verità più scomoda: lo scandalo, in sé, racconta meno dell’Italia di quanto non faccia il modo in cui l’Italia sceglie di raccontarlo. Perché il punto non è soltanto che esistano dinamiche malsane; il punto è che continuiamo a rappresentarle nel modo più utile a conservarle. Personalizziamo ciò che è strutturale. Sessualizziamo ciò che è politico. Moralizziamo ciò che dovrebbe essere analizzato istituzionalmente. Riduciamo a deviazione individuale ciò che invece è un modello sistemico di funzionamento.

Finché continueremo a fare di ogni vicenda un tribunale del costume invece che un’indagine sul potere, non cambierà nulla. Continueremo a produrre colpevoli mediatici e innocenti sistemici. Continueremo a colpire i volti e a salvare gli apparati. Continueremo, soprattutto, a fingere che il problema siano le persone che emergono, invece delle regole — o dell’assenza di regole — che consentono loro di emergere in quel modo.

E allora il vero scandalo non è solo ciò che accade, ma la nostra ostinazione a non voler vedere dove il problema comincia davvero: non nella singola relazione, non nella singola donna esposta al pubblico ludibrio, ma in una cultura del potere che si regge sulla discrezionalità, sull’opacità e su una complicità collettiva troppo spesso mascherata da indignazione.