Aristotele amava ripetere sempre durante i suoi incontri, “…l’essere umano tende per sua stessa natura alla socialità, è un animale sociale…”.
«La civica Boscoreale 2.0 di cui mi onoro di far parte, insieme al gruppo di amici che vi hanno aderito, profonderà il massimo sforzo per far sì che i giovani si riapproprino dei loro spazi e recuperino sempre maggiore consapevolezza di rappresentare la più importante risorsa per la nostra comunità».
Così l’avvocato Vincenzo Aiello, candidato al consiglio comunale nella lista civica Boscoreale 2.0 a sostegno del candidato sindaco Francesco Faraone.
«Il confronto di questi giorni con i nostri attivisti e i simpatizzanti, in vista della tornata elettorale del 14 e 15 maggio, ci ha resi ancor più consapevoli del fatto che, il nuovo contesto mediale, caratterizzato dall’uso sempre più diffuso dei social, è oggi ampiamente riconosciuto come il luogo privilegiato di osservazione delle dinamiche sociocomunicative emergenti.
È in questo nuovo contesto che avvengono le trasformazioni significative nell’agire comunicativo dei soggetti e dei gruppi sociali. I social sono diventati luogo di relazione e come tale, si prestano ad essere abitati secondo modalità diversificate, articolate, complesse, che talvolta possono scadere nel dileggio, nella censura o peggio ancora nella calunnia».
Poi ancora: «L’espansione del capitale sociale, relazionale, che essi offrono alle persone, ha un impatto rilevante sul modo di percepirsi e di comportarsi come consumatore, così come di percepirsi e di vivere il territorio come “cittadino”, vale a dire sul modo di affrontare tematiche di interesse generale, di rapportarsi alle istituzioni pubbliche, di partecipare alla vita della comunità.
Questi strumenti, aumentano le possibilità di produrre informazione ed esprimere le proprie opinioni in pubblico senza mediazioni, superando logiche mainstreaming, di condividere pensieri e iniziative che possono tradursi in alcuni casi in movimenti, in azioni politiche (spesso e volentieri in opposizione a qualcosa o qualcuno), di creare community attive sul versante della solidarietà».
Il processo di costruzione identitaria, difficoltoso per gli adulti che sperimentano, spesso, realtà incerte e portatrici di continui cambiamenti, diventa particolarmente complesso per le giovani generazioni che vivono anche le trasformazioni interne ed esterne sulla loro persona.
«Il paradigma della scelta – sottolinea Aiello che vive il mondo adulto viene amplificato in quello giovanile; nella società di oggi non c’è “una” identità giovanile prevalente, ma mobilità, fluidità, oscillazione, coesistenza di differenze.
E’ per questo che diventa estremamente importante conoscere, capire e favorire le dinamiche associative e partecipative dei giovani adolescenti, in quanto rappresenta un canale privilegiato per l’acquisizione di una identità più stabile.
In una fase dell’esistenza in cui “si forgia la personalità”, le relazioni che nascono all’interno di gruppi, o di associazioni, possono restituire ai giovani ambiti di identificazione e progettualità che assicurano valori stabili all’interno della comunità sociale; quelle stesse relazioni, che creano collegamenti e “ponti” con l’esterno, favorendo un processo più agevole di inserimento sociale».
«Aderire ad un’associazione civica piuttosto che ad un partito, permette ai giovani di interagire con persone diverse da quelle conosciute, di assumersi maggiori responsabilità, di mettersi alla prova, sperimentando ruoli nuovi; sul piano interpersonale può essere un modo per incontrare coetanei, approfondire amicizie all’interno di contesti che forniscono un orizzonte e uno scopo allo stare insieme.
Sono tutte occasioni che generano quel capitale sociale che arricchisce la vita collettiva e traccia la strada per gli anni a venire.
Come ha avuto modo di ricordare il politologo Francesco Raniolo: “…la storia della locuzione “partecipazione politica” è strettamente associata a quella della parola “democrazia”, le due nozioni si sovrappongono al punto che non è difficile, andando alla ricerca del significato dell’una, imbattersi nell’altra, e viceversa…”.
Tutto questo, non deve tuttavia farci distogliere lo sguardo dalle patologie che l’uso, meglio l’abuso, di tali strumenti può causare nello sviluppo del pensiero critico.
In questo contesto iperconnesso, la realtà è che la solitudine si fa sempre più sentire, provocando la carenza di rapporti umani di valore, autentici, generando un eccesso di relazioni distaccate, prive del contatto fisico, che è una parte fondamentale delle relazioni umane».
A sentir parlare l’avvocato Aiello, «l’Università della Pennsylvania (Usa) ha recentemente dichiarato di aver rilevato un legame tra la quantità di tempo speso sui social e l’aumento di depressione e solitudine. Negli ultimi anni si parla addirittura di una patologia propria dei social, la FOMO, o “fear of missing out”, che consiste nella costante paura di perdersi un post su un social, una story di un personaggio famoso, al punto che la prima azione svolta la mattina e l’ultima prima del sonno è proprio controllare i propri profili social. In molti, guardando a se stessi, possono riconoscere questa abitudine malsana.
Sicchè, nonostante i social nascano proprio per essere più connessi e andare ad alleviare la solitudine, alla fine tendono a creare una situazione inversa, dove la solitudine non è più quella dell’era pre-social ma è costante, facendoci sentire privi di qualcosa in ogni momento.
Il limite dello spazio non esiste più, il limite del tempo neppure. La profonda connettività che ci circonda sta arrivando a confondere reale e immaginario, fisico e virtuale. Tutto è immediato e per sempre.
L’interrogativo che dobbiamo sollecitare nella testa dei nostri giovani e a cui dobbiamo provare a dare risposta è questo:
Questi limiti – apparentemente invalicabili, ma già abbondantemente oltrepassati – sono solo una grande conquista? Siamo ancora in grado di rapportarci tra di noi liberamente, senza la mediazione di uno schermo?».

