Lino D’Angiò: “Il teatro non è tutelato. Serve un albo degli attori come voleva il grande Eduardo” 

Il settore del teatro è forse quello più colpito in termini economici dalla pandemia e dalle dovute restrizioni. Un settore che rispetto ad altri, come quello della ristorazione o quello del turismo, è stato meno tutelato dai governi Conte e Draghi. 

Si parla di ripartenza, di riaperture e di sostegno al mondo dello spettacolo. Ma quali sono le necessità di un settore che molto spesso viene visto come hobby e non come una vera categoria professionale? Al di la della crisi dovuta dalla pandemia, quali sono le vere problematiche di uno dei settori che maggiormente ha reso celebre l’Italia nel mondo? 

Solo a pensare ad alcuni nomi del teatro quali: Eduardo De Filippo, Totò, Gigi Proietti, Giorgio Albertazzi e molti altri ancora, si fa fatica a credere che in Italia i diritti dei lavoratori dello spettacolo non siano tutelati. 

Ne parliamo con uno degli attori napoletani più amati dal grande publico: Lino D’Angiò, artista poliedrico, in tv in questi giorni con lo spettacolo “E che Teatro!”, insieme ad Alan De Luca. Uno spettacolo che va in scena dal Teatro Lendi di Sant’Arpino e che possiamo vedere ogni lunedì, mercoledì e venerdì alle 23.30 e il sabato, con una puntata speciale, alle 21.00 su Televomero canale 11.

Tutti dicono che il teatro riparte, ma diciamo anche che esiste una differenza dal far ripartire un teatro statale che riceve finanziamenti pubblici rispetto a un teatro privato che vive grazie alla vendita dei biglietti. 

“I grandi teatri che ricevono finanziamenti statali non vivono le difficoltà dei piccoli teatri  privati che vanno avanti solo ed esclusivamente grazie alla vendita dei biglietti. In questo periodo è anche complicato portare le persone a teatro, soprattutto visto il fatto che siamo a fine stagione, poi con il coprifuoco alle 22 sarà tutto più complicato”. 

Come ha gestito il Governo la situazione del comparto teatrale e dello spettacolo in generale? 

“Quando si parla di categorie che hanno subito la crisi, sento palare sempre e solo di ristoratori, di turismo, mentre il settore del teatro, della cultura non viene citato. Siamo visti come il calcio, dove sono tutti ricchi ma non è così. Quello dell’attore non viene considerato come un mestiere ma come un hobby”. 

Cosa pensa dell’idea di concedere spazi all’aperto per gli spettacoli teatrali? 

“Il comune di Napoli è stato credo uno dei pochi se non l’unico comune che ha concesso degli spazi come ad esempio il Maschio Angioino per la realizzazione di spettacoli. È sicuramente una soluzione, ovviamente adottando le misure anti covid quali il distanziamento, l’utilizzo delle mascherine. Quest’anno non so come andrà visto che ci sono le elezioni nel mese di ottobre. Non credo che l’amministrazione attuale possa prendere in considerazione questa questione”. 

Come ha affrontato il lockdown? 

“Durante il primo e difficile lockdown ho cercato di creare e comunque di fare qualcosa, ho liberato uno spazio che avevo a disposizione e ho realizzato un piccolo studio televisivo. Ho fatto anche qualcosa sul web. Io tendo verso la tv, e tra un lockdown e un altro ho lavorato al programma “Koprifuoco”. Adesso sono impegnato con questo bellissimo programma “E che Teatro!”. 

Parliamo appunto di questo nuovo format che nasce in una maniera insolita se non sbaglio? 

“Credo sia l’esperienza più bella della mia vita. Nasce dalla precedente esperienza di “Koprifuoco”, questo programma che poi è stato affidato ad altri. È da lì ci è venuta l’idea di questo nuovo format. Il tutto è partito grazie ad una diretta sui social. Uno spettatore ci diede l’idea di una colletta e così grazie ad un’operazione di crowdfunding siamo riusciti a realizzare un progetto importante con una raccolta fondi. La cifra iniziale che abbiamo raggiunto è stata 20 mila euro. L’idea ha scatenato un interesse incredibile, che ad un certo punto è intervenuta Televomero nella persona del suo editore Giovanni Taiani che ha sposato il progetto e ci ha dato la disponibilità enorme di andare in onda più volte alla settimana. Ne siamo felici in quanto è una storica emittente napoletana ed ha una importante posizione al numero 11. Poi sono arrivati gli sponsor e abbiamo potuto coprire tutte le spese. Oggi muoviamo un’economia importante”. 

“È un programma televisivo in un teatro ma allo stesso tempo è uno spettacolo teatrale in televisione. Sono 20 puntate e grazie a questo progetto abbiamo dato la possibilità di lavorare a moltissime persone. Un’idea partita dal pubblico, ed è proprio questo pubblico che in un periodo di difficoltà decide di investire per vederti in tv. Ci inviano messaggi bellissimi che ci emozionano ogni volta. Io non pensavo che le persone potessero smuoversi e donare per la realizzazione di un progetto teatrale in tv. È una cosa unica. Il pubblico che paga per vedere in tv un programma teatrale”. 

Il progetto ha una casa: il Teatro Lendi diretto da Francesco Scarano. Come nasce questo sodalizio? 

“Francesco Scarano ci ha dato la possibilità di avere un teatro. Francesco è straordinario io gli devo tantissimo è una delle persone più belle che conosco e mi rammarico di averlo conosciuto da poco. Ha un entusiasmo e una voglia di fare incredibile. Da 13 anni dirige il Teatro Lendi, lui è felicissimo di questa iniziativa, piangeva all’idea. Un giorno mi disse: “La gioia che mi stai dando di vedere vivo il mio teatro è incredibile, era tutto fermo e vedere le persone muoversi e lavorare dentro al teatro è bellissimo”. Solo il fatto di vederlo contento e soddisfatto mi riempie di gioia”. 

Perchè questo nome “E che Teatro!”? 

“In napoletano usiamo quest’espressione quando c’è un momento di confusione, quello che stiamo vivendo da un anno a questa parte è un anno di confusione totale, quindi il titolo del programma sposa perfettamente l’epoca attuale. Vuole anche simboleggiare la riapertura del teatro. Infatti la scena si rifà ad un teatro abbandonato con oggetti di scena sul palco. Noi rappresentiamo proprio una compagnia che prende possesso di questo teatro. Ogni puntata ospitiamo uno spettatore come simbolo di quel pubblico che al momento non può essere in sala, a cui regaliamo un telecomando simbolico, ed è proprio lo spettatore ospite che fa partire il programma con il telecomando”.  

Difficoltà del momento del periodo pandemico a parte, vi sentite tutelati? 

“Il teatro non è tutelato, noi artisti non siamo tutelati. Il teatro amatoriale ha in un certo qual modo “danneggiato” un po’ il settore. Non credo sia giusto che nel teatro amatoriale circolino soldi. Io domani non vado a fare il chirurgo amatoriale. 

Crede che la costituzione di un albo possa essere una soluzione? 

“Si! Credo sia una soluzione e un passo in avanti importante. Il grande Eduardo De Filippo ne parlava già moltissimi anni fa. Un albo degli artisti che tuteli la categoria. Nessuno vieta che tu possa fare la commedia per hobby ma se girano soldi non è più un hobby. Sono secoli che se ne parla, se non è riuscito Eduardo a far capire l’importanza di un albo, come possiamo riuscirci noi oggi”. 

Fedez ha sposato la causa degli operatori dello spettacolo, quanto è importante che un personaggio così noto sposi una causa come quella dello spettacolo? 

“Ben vengano personaggi come Fedez che sposano cause come quella degli operatori dello spettacolo. Se grazie alla loro visibilità possono smuovere l’interesse di chi di dovere a perorare la causa degli operatori dello spettacolo o a promuovere raccolte fondi per aiutare, che sia il settore dello spettacolo o qualsiasi altro settore ben vengano persone come lui”.