Patto Governo-sindacati per il lavoro pubblico

Roma – È stato firmato ieri a Palazzo Chigi il “Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale” dal presidente del Consiglio Mario Draghi e dal ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, con i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pier Paolo Bombardieri.

“Il buon funzionamento del settore pubblico è al centro del buon funzionamento della società. Se il primo funziona, funziona anche la seconda. In caso contrario, la società diventa più fragile, più ingiusta”. In questo modo il presidente Draghi ha voluto sottolineare la centralità del settore pubblico nella sua agenda di governo. “Questo è ancor più vero con la pandemia -ha proseguito il premier- se pensate alla capacità e al sacrificio dei medici, degli infermieri, degli insegnanti, delle forze dell’ordine, del personale degli enti territoriali e statali nel fornire i servizi essenziali”.

“A fronte di questa centralità, se guardiamo alla situazione attuale, concludiamo che c’è veramente molto da fare”, ha aggiunto Draghi, evidenziando un punto di particolare preoccupazione per lo stato della Pubblica amministrazione: “L’età media oggi dei dipendenti pubblici è di quasi 51 anni, mentre venti anni fa era di 43 anni e mezzo. Dal punto di vista demografico, quindi, per ragioni che trovano la loro radice in eventi anche lontani, c’è stato un progressivo indebolimento della struttura demografica della pubblica amministrazione”.
Si è mostrato soddisfatto il ministro Brunetta, che domani, venerdì 12 marzo, convocherà le confederazioni sindacali per avviare il negoziato in tempo brevi. “”Questo patto inaugura una nuova stagione di relazioni sindacali e il negoziato che si apre per il rinnovo contrattuale avverrà in questo contesto. – spiega il ministro della Pubblica amministrazione – È per noi il migliore segno di ripartenza”. Notizia accolta con soddisfazione dai leader sindacali: “E’ una grande giornata: questo metodo di confronto per noi è importante perché non dovrà affrontare solo il tema del lavoro pubblico”, dice il segretario generale della Cgil Maurizio Landini.
L’accordo si basa su sei pilastri: rinnovi contrattuali relativi al triennio 2019-2021; lavoro agile; revisione dei sistemi di classificazione professionale; formazione del personale; sistemi di partecipazione sindacale; welfare contrattuale.

Un nuovo sistema contrattuale più vicino a quello privatistico
Per “la formazione” della pubblica amministrazione, “si spendono ben 48 euro, e lo dico ironicamente, e c’è un solo giorno dedicato alla formazione del personale pubblico”, ha detto il premier Draghi. La formazione continua dei dipendenti pubblici diventa così un diritto/dovere e un pilastro del nuovo negoziato.
Anche la contrattazione integrativa diventa centrale, sia perché permetterà di valutare e premiare la produttività, permettendone anche la corrispondente valorizzazione economica, sia perché sarà il criterio di organizzazione per lo smart working, che esce dalla fase emergenziale.

Fondamentali saranno anche l’investimento nella connettività, con la realizzazione di piattaforme efficienti e di facile utilizzo da parte dei cittadini, e l’aggiornamento continuo delle competenze dei dipendenti pubblici, “selezionando nelle assunzioni le migliori competenze e attitudini in modo rapido, efficiente e sicuro, senza costringere a lunghissime attese decine di migliaia di candidati”. I bisogni del personale, così, verranno adeguati alle nuove professionalità e competenze richieste, ma valorizzeranno anche le competenze finora acquisite e ignorate dalla contrattazione.
Vengono implementati, inoltre, gli istituti di welfare contrattuale, soprattutto a sostegno dei genitori, con misure che integrano e implementano le prestazioni pubbliche. Vengono estese al pubblico impiego le agevolazioni fiscali previste finora solo a vantaggio del settore privato.

Infine, per favorire il ricambio generazionale, è allo studio, come ha spiegato ieri il ministro Brunetta, un meccanismo volontario di incentivi all’esodo di persone vicine all’età pensionabile e con professionalità non adeguate a cogliere la sfida dell’innovazione tecnologica o non più motivate a rimanere nel settore pubblico. Si tratterebbe di un esodo che potrebbe anticipare fino a 5 anni dalla pensione di vecchiaia.

Sebastiano Santoro

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