“Mina Settembre”, Carmen Mauro: “Accende i riflettori sul nostro lavoro. Il Sud ha meno fondi del Nord”

In questo periodo il ruolo dell’Assistente Sociale è rappresentato dalla fiction “Mina Settembre” un successo di Rai1 che catalizza l’attenzione di oltre 6 milioni di telespettatori a puntata. Le vicende della protagonista interpretata da Serena Rossi sono ambientate a Napoli, e raccontano storie di disagio molto spesso legate alle problematiche sociali della città. Ma quanto è realistica la fiction? 

Lo chiediamo alla Dott.ssa Carmen Mauro, che per un decennio ha lavorato come assistente sociale presso il Comune di Napoli ed è attualmente in servizio al Ministero della Giustizia.

Dott.ssa Mauro, che effetto fa vedere la sua professione oggetto di una fiction di successo come Mina Settembre?

“Suscita sentimenti contrastanti. Già dal primo episodio, all’interno della comunità professionale si è aperto un dibattito sul tema. Una parte dei colleghi non si sente rappresentata dalle modalità operative messe in scena, altri invece esprimono maggiore entusiasmo. Al di là delle differenze tra le opinioni, ritengo sia importante che in questo momento storico qualcuno abbia avuto il coraggio di accendere i riflettori sul tema del disagio quotidiano e di mostrare quanto possa essere difficile, e a volte pericoloso, lavorare nel nostro campo”.

Nella fiction la protagonista sembra quasi un’eroina. E’ davvero così facile risolvere i problemi che trovate sul vostro cammino?

“Purtroppo non è così semplice. Nella fiction gli aspetti formali della professione risultano un po’ trascurati. Questo è un lavoro fatto anche di regole deontologiche, procedure e codici comportamentali da rispettare. E’ un’attività complessa in cui è richiesto un profondo senso di responsabilità. Basti pensare che del cattivo esercizio della professione ne rispondiamo in termini disciplinari, civili e penali. Detto questo, apprezzo il modus operandi di Mina, la sua empatia, la disponibilità all’ascolto e all’aiuto. Sono componenti fondamentali che costituiscono l’essenza di questo lavoro”.

Qual è stato il caso più difficile che ha incontrato?

“Venni contattata dalla Questura per garantire il diritto all’ascolto protetto di un minore adolescente deciso a denunciare gravi maltrattamenti in famiglia, di cui era vittima da anni. Quell’intervento durò una notte intera. Fu un gran dolore ascoltare quei racconti strazianti ai quali nessuno aveva voluto prestare attenzione. Di quel ragazzo resterà indelebile il ricordo di quando, con gli occhi azzurri e pieni di lacrime, mi ringraziava dicendomi che per la prima volta aveva avuto la sensazione che qualcuno si stesse prendendo cura di lui”.

Il suo lavoro cambia in termini di difficoltà da una città all’altra?

“Sì. Questo lavoro è legato a doppio filo alla conoscenza del territorio e alla disponibilità di risorse presenti in esso. Un obiettivo fondamentale della professione è quello di promuovere il benessere sociale della comunità in cui operiamo. Maggiore è il grado di disagio socio-economico-culturale che caratterizza un contesto, tanto più indispensabile diventa la nostra opera professionale. Spesso diventa una vera e propria sfida, soprattutto quando facciamo i conti con la carenza di risorse economiche e di servizi adeguati ai bisogni delle persone. Risorse e servizi che cambiano anche in modo rilevante da un territorio all’altro”.

Come viene vista la figura dell’assistente sociale a Napoli?

“Quando si sente parlare di Servizi Sociali molte persone provano grande preoccupazione, persino spavento. Esiste ancora una forte diffidenza legata a quel vecchio pregiudizio che ci relega nel ruolo di “ruba-bambini”. Lavoro da anni in un servizio territoriale e la prima cosa che faccio, quando incontro una persona nuova, è spiegare in modo chiaro che la mia è anzitutto una “professione di aiuto”. Spero che il personaggio di Mina Settembre, col senso di umanità che trasmette, possa in qualche modo contribuire a diffondere nel pubblico una percezione migliore della nostra professione”.

Ci racconta il momento più bello della sua carriera?

“All’inizio della pandemia ricevetti l’incarico di coordinare un ufficio di Servizio Sociale Territoriale. Eravamo in piena emergenza. Periodo intenso, faticoso ma anche molto creativo. Il virus ha cambiato le tradizionali prassi sociali basate sulla vicinanza fisica, sul contatto. Così anche le abituali modalità di erogazione dei servizi hanno dovuto subire aggiustamenti. Il nostro team di assistenti sociali, educatori e psicologi è riuscito a creare servizi alternativi di sostegno e vicinanza, in tempi brevissimi. Questa esperienza ha rafforzato nel gruppo la consapevolezza che il sapere tecnico deve essere sempre supportato da abilità personali improntate alla dinamicità e soprattutto al senso di umanità verso persone doppiamente colpite, dal disagio sociale e dalla pandemia”.

Perché si sceglie di fare questo lavoro?

“Nel primo episodio della fiction, Mina racconta al padre di voler diventare assistente sociale per sentirsi utile agli altri. Sa che per questo dovrà riprendere gli studi e accettare nuove sfide lavorative. Questa breve scena mi ha colpito molto, perché tocca una questione per noi cruciale. Spesso, nei periodi più difficili, tra colleghi riflettiamo sui motivi che ci hanno portato alla scelta di questo lavoro così impegnativo. Questa domanda la pongo a me stessa e la rivolgo sempre ai tirocinanti e agli studenti che mi capita di incontrare. In linea generale, le risposte si somigliano un po’ tutte. Si sceglie questo lavoro perché si è animati da ideali sociali e civili e da una forte propensione all’aiuto. Si parte da qui e si decide poi di intraprendere un percorso formativo universitario che porta al conseguimento della Laurea in Scienze del Servizio Sociale e, con superamento dell’Esame di Stato, alla iscrizione presso l’Ordine degli Assistenti Sociali, adempimento imprescindibile per l’esercizio della professione”.

Come vede il futuro di questa professione? Cosa manca a questa professione che potrebbe avere dalle autorità ad esempio per operare al meglio?

“Tra le principali difficoltà c’è la carenza di risorse disponibili. Purtroppo l’Italia fa registrare livelli di spesa sociale inferiori alle medie europee. Nel periodo 2011-2013 il settore è stato oggetto di tagli rilevanti, basti notare che rispetto al 2010 la quota di risorse del Fondo generale per le politiche sociali è diminuita di quasi la metà, un calo di cui ha risentito soprattutto il Sud. Attualmente nel Mezzogiorno la spesa sociale ammonta a soli 58 euro annui per abitante, contro la media dei 115 euro registrati nel Nord e dei 172 euro nel Nord-est. Eppure al Sud l’esigenza di politiche di sostegno è maggiore, anche a causa dei più alti tassi di povertà e di disoccupazione. Questo è un nodo cruciale. I Servizi Sociali possono offrire alle persone concrete opportunità di cambiamento e di emancipazione solo se messi in condizioni di operare efficacemente, e ciò può avvenire soltanto con adeguate risorse finanziarie e organizzative”.

Nunzio Zeccato