Castellammare-Monti Lattari, il racconto choc in aula di un imprenditore: “Così il clan D’Alessandro imponeva il pizzo”

“Così i clan D’Alessandro e Cesarano mi imponevano la tangente. Ora vi racconto tutto io”. Entra nel vivo il processo a carico dell’imprenditore di Castellammare di Stabia finito a processo nell’ambito dell’inchiesta “Olimpo” per estorsione insieme ad alcuni esponenti del clan D’Alessandro i quali, secondo l’accusa, imponevano l’acquisto del latte nel comune stabiese e nelle città dell’hinterland.

Oggi pomeriggio in aula, dinanzi ai giudici della Prima Sezione penale del Tribunale di Torre Annunziata, è stato ascoltato proprio l’imprenditore Greco.

In videoconferenza l’imputato Luigi Di Martino, mentre Attilio Di Somma, per problemi di salute ha rinunciato a presenziare.

“Io mi professo innocente”, ha esordito l’imprenditore stabiese.

Le risulta che i suoi estorsori sono stati condannati? Gli ha chiesto il Pubblico Ministero.

“Sì”. E perché non ha mai denunciato queste persone? Ha replicato il Pm.

“Per paura – ha replicato -. Purtroppo, da noi chi denuncia o viene ucciso oppure viene ferito. Quello che poi è accaduto ai vari Luigi Cioffi, Michele Cavaliere, Michele Principe, Ciro Moccia. Insomma avevo paura”.

Quando il Pm dell’accusa gli chiede se ha conosciuto i vari esponenti della famiglia D’Alessandro, lui risponde: “Ho conosciuto tanti anni fa Pasquale D’Alessandro che venne da me per chiedermi se potevo fornire panna per un suo amico. Mi riservai e dopo dieci giorni risposi che non potevo.

All’epoca la dottoressa Troncone mi interrogò e risposi quanto detto poc’anzi.

All’epoca sì, pagavo la tangente ma anche allora risposi che non avevo denunciato per timore. Temevo tutti, non uno in particolare”.

L’attenzione dell’imprenditore stabiese si sposta poi su altre persone: “Mi incontravo quasi tutte le mattine con Bruno Di Somma e parlavamo di tutto. Se è stato nominato qualche clan è perché magari si commentava qualche articolo pubblicato”.

Poi ancora: “Ho conosciuto Luigi Di Martino quando, da giovane, lavorava nel caseificio di un mio parente. Poi l’ho rivisto quando mi ha chiesto l’estorsione”.

Il Pm poi chiede in merito a rapporti con Raffaele Afeltra.

“Ho conosciuto il fratello di Raffaele Afeltra – risponde ancora l’imprenditore di Castellammare -, in quanto fidanzato con la figlioccia di mia moglie.

Dopo un po’ si presentarono entrambi al mio cospetto e Raffaele Afeltra mi chiese se ero in grado di fornire un prestito a un imprenditore edile di Gragnano che doveva realizzare un grosso progetto.

Aveva bisogno di un milione di euro. Risposi che i prestiti personali erano reato e comunque non ero in grado di fornire una somma così importante”.

L’udienza è stata poi rinviata a febbraio prossimo.