Castellammare, processo Olimpo: accolta la domanda risarcitoria all’imprenditore stabiese

Accolta la domanda risarcitoria avanzata dall’imprenditore di Castellammare di Stabia. È quanto emerge dalla sentenza di primo grado del rito ordinario del processo Olimpo, a firma del Giudice di Napoli Valentina Gallo. A settembre, invece, si terrà il rito ordinario che vede un imprenditore del latte alla sbarra in quanto  ritenuto dagli inquirenti l’anello di congiunzione tra le vittime delle estorsioni e gli stessi clan della zona stabiese.

Proprio il ruolo dell’imprenditore è uno dei punti chiave della vicenda Olimpo che ha scoperto il vaso di Pandora sul malaffare stabiese. L’imprenditore a Castellammare di Stabia aveva rapporti con la società civile, l’imprenditoria e la politica. Tuttavia, secondo le intercettazioni, era diventato anche un uomo al quale i clan chiedevano consigli per vessare gli imprenditori della zona. La sentenza, che ha condannato tutti e nove gli imputati, è solo il primo passo verso quello che è il rito ordinario del processo, che riprenderà a settembre.

In quel caso, nell’ambito della sentenza del primo grado ordinario, potrebbero pesare come un macigno le dichiarazioni del sovrintendente della Polizia di Stato, Nunzio Viscardi, che nella sua testimonianza in aula parlò di “buoni rapporti” tra l’imprenditore e i clan stabiesi. Rapporti favoriti dal suo ruolo di imprenditore che fungeva da collante tra due mondi diametralmente opposti.

Le intercettazioni hanno appunto evidenziato un ruolo attivo dell’imprenditore, che in uno degli incontri tenuti nei suoi uffici della Cil, a Castellammare di Stabia, spiegò al boss Raffaele Afeltra che “le persone si devono gestire, non si chiedono tanti soldi tutti insieme. Già te l’ho mandato per 5.000 euro…”, il tutto preceduto dall’introduzione “sei stato venti anni in galera…”. Un consiglio su come chiedere il pizzo agli imprenditori secondo quanto riportato dagli inquirenti che per anni hanno monitorato l’uomo. Secondo le forze dell’ordine il rapporto era talmente confidenziale che l’imprenditore chiamava Raffaele Afeltra “don Rafiluccio”.

L’imprenditore del latte è a processo per estorsione aggravata dalla matrice camorristica. Una vicenda che vede il suo nome intrecciarsi anche con quello di Nicola e Filippo Capaldo, nipoti del boss Michele Zagaria. Intrecci frutto di un’indagine che metteva in mostra tutto ciò che nascondeva il business del latte e che portò all’arresto anche di altre sei persone. Proprio in quel caso, la nuova ordinanza, andò a bloccare all’indomani la scarcerazione dell’uomo che era stata decisa per motivi di salute.
Intanto, il ruolo dello stabiese sarà definito proprio dal processo che si sta tenendo con il rito ordinario. Altri nove, invece, hanno scelto il rito abbreviato, che non vede alla sbarra l’imprenditore del latte e che ha portato alla condanna di tutti. Le pene sono state comminate per Teresa Martone (4 anni e 6 mesi al cospetto di una richiesta del pm di 9 anni); Liberato Paturzo, conosciuto come Cocò (5 anni e 4 mesi, richiesta di 12 anni), Vincenzo Di Vuolo (6 anni), Giovanni Cesarano detto Nicola (5 anni), Nicola Esposito detto ‘o mostro (5 anni e 4 mesi), Giovanni Gentile (5 anni e 4 mesi), Raffaele Afeltra detto ” ‘o burraccione” (5 anni e 4 mesi), Aniello Falanga (6 anni e 4 mesi), Francesco Afeltra (4 anni e 6 mesi).