Catello Cesarano attaccava i manifesti elettorali del figlio di un noto imprenditore d Castellammare di Stabia, finito a processo per concorso esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso insieme ad esponenti di spicco del clan D’Alessandro.
E’ quanto emerso ieri pomeriggio nell’aula Siani del Tribunale di Torre Annunziata nel corso del processo scaturito dall’inchiesta “Olimpo”.
Ad introdurre la figura dell’imputato, è stato l’ispettore Di Nunzio, il quale f un accenno alla campagna elettorale.
“Era l’8 maggio del 2013 – esordisce l’investigatore all’epoca dei fatti in forza al Commissariato di Polizia di Torre Annunziata -. Erano le 16 circa, quando notai Catello Cesarano che stava attaccando i manifesti del candidato a Castellammare di Stabia. Un particolare che mi è rimasto nella mente perché Cesarano è un volto noto per noi, in quanto legato ai “Pagliaroni”, affiliati al clan D’Alessandro”.
Tuttavia, rispondendo alle domande del Pm dell’Antimafia, l’ispettore ha aggiunto che “non ci risulta che sia stato portato in campagna elettorale dalla camorra”.
Di Nunzio ha poi fatto un excursus sulla geografia criminale della città facendo emergere la supremazia, da sempre, dei clan D’Alessandro e Cesarano.
“Tra i due clan – ha sottolineato l’ispettore – c’è stato sempre un rapporto di non belligeranza. In particolare, si sono divisi il territorio, con i Cesarano più spinti verso Santa Maria la Carità e Pompei. Ci sono poi gli Afeltra – Di Martino, egemoni a Gragnano e sui Monti Lattari.
Tuttavia, con l’avvento di Paolo Carolei e con l’unione del figlio con la figlia di Leonardo Di Martino, c’è stata una sorte di unione tra i due clan, condividendo entrambi interessi di tipo criminale”.
L’ascesa di Paolo Carolei
“Nel 2009 – racconta l’investigatore in aula – Vincenzo D’Alessandro si era reso latitante ma fu arrestato ad agosto e subito dopo ci fu motivo di ritenere che alla guida del clan di Scanzano c’era Paolo Carolei”.
Sulla figura di Gaetano Vitale, non imputato in questo processo, il teste ha confermato che si tratta di un “elemento organico al clan D’Alessandro. Mentre lady Teresa Martone, moglie del superboss defunto Michele D’Alessandro, assumeva sempre una posizione carismatica durante i vari blitz, da vero boss”.
L’attenzione dell’accusa è stata poi focalizzata sulla figura dell’imprenditore stabiese.
“L’azienda – sottolinea ancora l’ispettore Di Nunzio – sarebbe sotto la sfera del clan Cesarano, mentre il supermercato ‘Sole 365’, oggetto del raid dinamitardo rientra nella sfera dei D’Alessandro. Gli Apuzzo – secondo le indagini investigative – versavano tangenti ai Cesarano”.
“Un fatto anomalo”, ha fatto rilevare il Pm della Dda di Napoli. L’attentato, infatti, viene attribuito a Luigi Di Martino del clan Cesarano, in un territorio sotto la sfera dei D’Alessandro.

