Torre Annunziata, si occupò dello stoccaggio di 50 chili di coca per conto del clan Tamarisco: niente scarcerazione per lo spedizioniere infedele

Matteo Rispoli, condannato a sei anni di reclusione nell’ambito del processo al clan Tamarisco di Torre Annunziata per gli ingenti traffici di droga dall’Ecuador al porto di Salerno, resta agli arresti domiciliari. E’ quanto disposto dai giudici della Corte di Cassazione che confermano quanto disposto a gennaio di quest’anno dal Tribunale della Libertà di Napoli.

A Rispoli viene contestato un tentativo di importazione dall’Ecuador – nel gennaio 2015 – di cinquanta chilogrammi di cocaina (reato per il quale egli ha riportato condanna in primo grado, con rito abbreviato, alla pena di anni sei di reclusione e euro 20.000 di multa, come da sentenza in data 12/03/2018).

Lo stesso ha proposto ricorso, formulando un unico motivo, con il quale ha dedotto violazione della legge processuale penale e vizio della motivazione con riferimento alla valutazione di perdurante sussistenza delle esigenze cautelari, oltre al travisamento delle dichiarazioni rese dall’imputato all’udienza del 12 marzo 2018 nel corso del giudizio abbreviato. La difesa ha, in particolare, rilevato che l’argomentare dei giudici del tribunale sarebbe stato contraddittorio, avendo costoro attribuito al tentativo del delitto contestato all’imputato le conseguenze proprie di un reato consumato, vale a dire l’avere incrementato le proficue attività illecite del sodalizio.

Inoltre, si è obiettato che il sopravvenuto licenziamento di Rispoli implicherebbe l’impossibilità di proseguire la sua collaborazione con il clan.

Tuttavia, gli argomenti della difesa non convincono i Giudici ermellini.

Secondo la Cassazione, infatti, “Rispoli si trova agli arresti domiciliari in relazione ad un’accusa ridottasi nel giudizio, per essere stato assolto dal reato di associazione finalizzata al narco traffico, facente capo al clan Tamarisco, operante nello specifico settore in Torre Annunziata e altrove. Quanto all’episodio per il quale è già intervenuta condanna, nell’ordinanza impugnata si è dato atto che la sostanza era giunta al porto di Salerno nel gennaio 2015 e che il concorso del Rispoli nell’episodio era stato ricondotto alla sua posizione di operatore portuale con il compito di recuperare la droga all’interno di container e provvedere personalmente alla consegna nei luoghi di stoccaggio e custodia individuati dal sodalizio”.

Ciò posto – si legge ancora nella sentenza – quel giudice ha ritenuto la permanenza delle esigenze special preventive che avevano giustificato l’originario titolo cautelare, sottolineando, da un lato, il pregnante disvalore della condotta posta in essere dal Rispoli a favore di un clan che si era certamente avvantaggiato della sua posizione all’interno dell’area portuale per portare avanti una proficua attività criminosa; richiamando, dall’altro, la circostanza che Rispoli non aveva manifestato alcuna seria intenzione di recidere i rapporti con l’ambiente nel quale i fatti erano maturati, che costituirebbero ancora una pericolosa occasione di ricaduta nel reato”.