C’è un paradosso che attraversa oggi la politica italiana e che i recenti eventi referendari hanno reso evidente con particolare chiarezza: mentre il sistema istituzionale continua a reggere sul piano formale, la sua sostanza si svuota progressivamente. Non siamo di fronte a una crisi della Costituzione, ma a una crisi ben più profonda e insidiosa: quella della politica come funzione.
Il referendum, che dovrebbe rappresentare uno dei momenti più alti della partecipazione democratica, è stato trasformato in un campo di battaglia. Non uno spazio di decisione collettiva su questioni complesse, ma un dispositivo di legittimazione politica, piegato alle esigenze del conflitto tra schieramenti. In questo slittamento si coglie il segno di una mutazione: la politica non è più chiamata a risolvere problemi, ma a produrre consenso attraverso la rappresentazione del conflitto.
La destra di governo ha interpretato questa trasformazione secondo una logica coerente, ma non priva di rischi. Da un lato, ha costruito una narrazione fortemente identitaria, fondata sulla contrapposizione tra “popolo” e “apparati”, tra cittadini e istituzioni percepite come ostili. Dall’altro, ha fatto largo uso di strumenti comunicativi semplificati, emotivi, spesso polarizzanti. Il risultato è un decisionismo dichiarato che però si rivela fragile quando incontra la complessità delle riforme strutturali. La promessa di governabilità si traduce così in una continua tensione tra ambizione riformatrice e incapacità di costruire consenso largo, mentre il rischio più grave resta quello di una progressiva delegittimazione degli stessi organi di garanzia su cui si fonda l’equilibrio costituzionale.
E tuttavia, sarebbe un errore leggere questa crisi come responsabilità unilaterale. La sinistra, che pure rivendica una vocazione istituzionale e una funzione di presidio costituzionale, appare sempre più prigioniera di una contraddizione altrettanto evidente. La difesa della Costituzione, anziché configurarsi come elaborazione di un progetto politico alternativo, si riduce spesso a strumento retorico, a bandiera identitaria utilizzata per delegittimare l’avversario. In questa dinamica, il richiamo ai principi rischia di perdere forza normativa e di trasformarsi in una postura.
Il punto più critico, tuttavia, è un altro. La sinistra sembra aver progressivamente smarrito la propria funzione rappresentativa, sostituendola con una logica di posizionamento. Più che costruire visioni, gestisce equilibri; più che interpretare bisogni sociali, presidia spazi di potere. Il referendum, anche in questo caso, non è stato occasione di proposta, ma strumento di opposizione. Non un momento per articolare una diversa idea di giustizia, ma un passaggio utile a indebolire il governo. È qui che la critica di una politica orientata prevalentemente al potere trova il suo fondamento più solido.
A questa crisi si aggiunge un ulteriore elemento, spesso sottovalutato ma decisivo: l’eterogeneità strutturale dello schieramento di sinistra. Non si tratta semplicemente di pluralismo interno, fisiologico in ogni democrazia, ma di una vera e propria frammentazione strategica e identitaria. Le posizioni di Conte, Schlein, Fratoianni, Bonelli, Renzi e Calenda non divergono solo nei toni o nelle priorità, ma nella stessa concezione della funzione politica, del ruolo dello Stato, del rapporto con l’economia e con l’Europa.
Da un lato si collocano visioni più marcatamente assistenziali e populiste, dall’altro impostazioni liberal-riformiste; da un lato una sensibilità movimentista e radicale, dall’altro una cultura di governo tecnocratica e centrista. Questa pluralità, in assenza di una sintesi, non si traduce in ricchezza, ma in paralisi. Il risultato è l’impossibilità di costruire un programma unitario credibile, capace di offrire agli elettori non solo un’alternativa al governo in carica, ma una direzione chiara.
In questo contesto, l’unità diventa puramente tattica, spesso limitata alla dimensione elettorale o alla convergenza contro un avversario comune. Manca invece una convergenza sostanziale sui contenuti: politica economica, giustizia, politica industriale, collocazione internazionale. Ne deriva una coalizione potenziale che esiste più nella somma delle leadership che nella coerenza del progetto.
Questa frammentazione accentua la percezione di una politica orientata al potere piuttosto che al governo. Se l’obiettivo principale diventa costruire alleanze per vincere, senza una preventiva definizione di ciò che si vuole realizzare, il rischio è quello di riprodurre instabilità e incoerenza anche in caso di vittoria. La mancanza di un programma condiviso non è solo un limite elettorale, ma un problema di credibilità istituzionale.
Il risultato è una convergenza nelle degenerazioni. La personalizzazione estrema del confronto, la riduzione dei contenuti a slogan, l’uso strumentale delle istituzioni e una crescente distanza tra élite e cittadini non sono fenomeni alternativi, ma complementari. Destra e sinistra, pur nelle differenze, finiscono per alimentare lo stesso circuito: quello di una politica che vive di consenso immediato e rinvia continuamente il momento della decisione.
In questo quadro, parlare di crisi della democrazia può apparire eccessivo. Le procedure funzionano, le elezioni si svolgono regolarmente, i poteri dello Stato continuano a operare. Ma sarebbe altrettanto ingenuo non cogliere il segnale di una trasformazione più profonda: la progressiva perdita di significato della rappresentanza. Quando il voto diventa espressione di appartenenza e non di scelta consapevole, quando il dibattito pubblico si riduce a competizione narrativa, la democrazia non crolla, ma si svuota.
La vera frattura, allora, non è tra destra e sinistra, ma tra ciò che la politica dovrebbe essere e ciò che è diventata. Tra una funzione orientata al governo della complessità e una pratica sempre più centrata sulla gestione del consenso. In questa distanza si colloca il nodo irrisolto della politica italiana contemporanea. E finché questo nodo non verrà affrontato — finché il potere resterà il fine e non il mezzo — ogni alternanza sarà solo apparente, ogni scontro solo rappresentazione, ogni riforma solo promessa.

