Castellammare-Pompei, le rivelazioni choc di un investigatore: “Estorsioni, così Cesarano e D’Alessandro si dividono il territorio”

Da una parte il clan D’Alessandro, dall’altra il clan Cesarano, più spinto verso Santa Maria la Carità e Pompei.

E’ questa la geografia criminale di Castellammare di Stabia e dintorni, tracciata oggi in aula dall’ispettore Di Nunzio nell’ambito del processo “Olimpo”, a carico di un imprenditore e di esponenti di spicco dei due clan.

Prima di entrare nel vivo, la difesa dell’imprenditore (rappresentata dagli avvocati Maiello, Stravino e Riggi, Izzo per la parte civile) ha fatto presente che il proprio assistito è accusato di concorso esterno in associazione con il clan dei Casalesi. Ordinanza di custodia cautelare (notificatagli la settimana scorsa) che – secondo la difesa – “non ha alcun legame con questo procedimento, a carico di esponenti di spicco del clan D’Alessandro di Castellammare di Stabia, finiti a giudizio per le estorsioni agli imprenditori”.

Si è passati poi ad esaminare il teste Di Nunzio, all’epoca dei fatti in servizio al Commissariato di Polizia di Castellammare. Il teste ha fatto un excursus sulla geografia criminale della città facendo emergere la supremazia, da sempre, dei clan D’Alessandro e Cesarano.

“Tra i due clan – ha sottolineato l’ispettore – c’è stato sempre un patto di non belligeranza. In particolare, si sono divisi il territorio, con i Cesarano più spinti verso Santa Maria la Carità e Pompei. Ci sono poi gli Afeltra – Di Martino, egemoni a Gragnano e sui Monti Lattari.

Tuttavia, con l’avvento di Paolo Carolei e con l’unione del figlio con la figlia di Leonardo Di Martino, c’è stata una sorte di unione tra i due clan, condividendo entrambi interessi di tipo criminale”.

L’ascesa di Paolo Carolei

“Nel 2009 – racconta l’investigatore in aula – Vincenzo D’Alessandro si era reso latitante ma fu arrestato ad agosto e subito dopo ci fu motivo di ritenere che alla guida del clan di Scanzano c’era Paolo Carolei”.

Sulla figura di Gaetano Vitale, non imputato in questo processo, il teste ha confermato che si tratta di un “elemento organico al clan D’Alessandro. Mentre lady Teresa Martone, moglie del superboss defunto Michele D’Alessandro, assumeva sempre una posizione carismatica durante i vari blitz, da vero boss”.

L’attenzione dell’accusa è stata poi focalizzata sulla figura dell’imprenditore.

“L’azienda – sottolinea ancora l’ispettore Di Nunzio – sarebbe sotto la sfera del clan Cesarano, mentre il supermercato ‘Sole 365’, oggetto del raid dinamitardo rientra nella sfera dei D’Alessandro. Gli Apuzzo – secondo le indagini investigative – versavano tangenti ai Cesarano”.

“Un fatto anomalo”, ha fatto rilevare il Pm della Dda di Napoli. L’attentato, infatti, viene attribuito a Luigi Di Martino del clan Cesarano, in un territorio sotto la sfera dei D’Alessandro.