Roma. Il 6 marzo 2011, a Daraa, capoluogo della regione agricola e tribale dell’Hawran, un gruppo di ragazzini tra 13 e 16 anni viene arrestato e brutalizzato con l’accusa di aver scritto con lo spray sui muri della città: “Echaab yourid iskat enidham” (il popolo vuole la caduta del regime). È un fatto senza precedenti nei 40 anni al potere della famiglia Assad.
Lo slogan si è poi amplificato su Facebook, che il regime aveva appena autorizzato, poiché bandito fino a quel momento per controllare il divampare delle proteste. Da lì, è una reazione a catena. L’arresto dei ragazzini provoca subito le prime reazioni.
Il 13 marzo le famiglie di Daraa prendono coraggio e scendono in piazza arrabbiate. Su un muro si legge “Bashar vattene!” (Erhal ya Bashar), in riferimento all’attuale presidente siriano Bashar al Asad. Poco lontano, i manifestanti abbattono anche la statua del defunto Hafez al Asad, padre del raìs, al potere dal 1970 al 2000. Viene incendiata anche la sede del Baath, partito al potere da quasi mezzo secolo, così come vengono assaltati e dati alle fiamme il palazzo di giustizia e gli uffici di una delle compagnie telefoniche cellulari di proprietà di un influente cugino del presidente.
“Il muro della paura è crollato”, è lo slogan del gruppo Facebook dedicato all’ “Intifada siriana del 15 marzo”, seguito da quasi 60.000 utenti. Il 15 marzo le manifestazioni accendono diverse piazze del Paese, Latakia, Hama, Damasco. La reazione delle autorità di Damasco è durissima. La conta delle vittime comincia ad aumentare.
È l’inizio irruento, disperato, della guerra civile siriana. Una “rivoluzione” che è diventata un lungo e sanguinoso conflitto che dura da dieci anni, e che ha trasformato la Siria in un campo di battaglia con un’infinità di attori coinvolti, fazioni ribelli, gruppi jihadisti e interessi stranieri. Ad oggi, il bilancio è di circa 12 milioni di sfollati e oltre 387 mila morti, di cui 118 mila civili e 20 mila bambini. Bambini, appunto. Da cui tutto è iniziato. A dieci anni dalle prime proteste, la soluzione del conflitto appare ancora lontana, nel frattempo, però, si aggrava la crisi economica e umanitaria, con le vite e il futuro di una generazione di ragazzi appesi a un filo.
Sebastiano Santoro

