​Oltre Fauci: quando l’informazione smette di fare domande

C’è qualcosa di più inquietante di una possibile contraddizione tra ciò che un uomo delle istituzioni diceva pubblicamente e ciò che annotava privatamente: il silenzio di chi, per mestiere, dovrebbe accertarla.

Per anni Anthony Fauci non è stato semplicemente intervistato. È stato elevato a simbolo dell’autorità scientifica, al punto che contestare le sue ricostruzioni significava spesso essere sospettati di contestare la scienza stessa.
Era già questo il primo errore. La scienza non ha sacerdoti. Ha prove. Il giornalismo non ha verità da custodire. Ha poteri da controllare.

Eppure, sulle origini del Covid, il confine tra informazione, istituzioni e costruzione della narrazione pubblica è diventato progressivamente troppo sottile.
Domande che oggi appaiono perfettamente legittime furono per lungo tempo bollate come sospette.

Ipotesi che meritavano verifica vennero trasformate in tabù. Il dubbio — che dovrebbe essere il motore tanto della scienza quanto del giornalismo — divenne quasi una colpa.
Ora dopo la diffusione del diario privato di Fauci, secondo chi lo ha divulgato, si imporrebbe un severo riesame di molte delle sue dichiarazioni pubbliche.

E cosa fanno molti dei grandi megafoni che per anni ne rilanciavano ogni parola ?

Abbassano improvvisamente il volume.
Ed è precisamente questo che dovrebbe insospettire anche chi non ha alcuna opinione precostituita su Fauci.
Perché un giornale serio non deve stabilire preventivamente se quei documenti assolvano o condannino qualcuno.

Deve fare qualcosa di molto più semplice:
pubblicarli, verificarli, contestualizzarli e fare domande.

Se dimostrano poco, lo si spieghi.
Se sono stati strumentalizzati, lo si dimostri.
Se non contraddicono Fauci, si mettano le sue parole pubbliche accanto a quelle private e siano i fatti a parlare.

Ma il silenzio non è fact-checking.

Il silenzio è sottrazione del fatto al giudizio dell’opinione pubblica.
Ed è qui che la vicenda smette di riguardare soltanto Fauci.
Perché se gli stessi media che ieri decidevano quali esperti fossero “affidabili”, quali ipotesi fossero “disinformazione” e quali domande fossero socialmente accettabili oggi decidessero anche quali documenti meritino di essere conosciuti, avremmo un problema molto più grave della credibilità di un singolo funzionario.

Avremmo un problema di credibilità dell’intero meccanismo attraverso il quale viene costruita la realtà pubblica. Il punto non è sostenere che Fauci abbia mentito prima che ogni documento sia verificato e contestualizzato.
Il punto è pretendere una risposta alla domanda che il giornalismo dovrebbe avere il coraggio di formulare:
Anthony Fauci diceva pubblicamente tutto ciò che sapeva privatamente sulle possibili origini del Covid ?

E subito dopo ne viene un’altra: perché chi per anni pretendeva trasparenza da chiunque oggi sembra così poco curioso di scoprirlo?

Forse è questa la domanda più devastante.
Perché le democrazie possono sopravvivere agli errori degli scienziati, dei funzionari e dei governi.
Possono persino sopravvivere alle loro menzogne, quando vengono scoperte.
Ciò a cui difficilmente sopravvive la fiducia pubblica è la sensazione che chi avrebbe dovuto scoprire quelle menzogne fosse troppo impegnato a difendere la propria precedente narrazione per volerle cercare.
Per anni ci hanno ripetuto: “fidatevi della scienza”.
Era una formula sbagliata. La scienza non chiede fiducia. Chiede verifica.

E il giornalismo dovrebbe fare esattamente la stessa cosa.
Perché quando l’informazione smette di controllare il potere e comincia a selezionare quali verità il pubblico sia autorizzato a discutere, non sta più informando una democrazia. Sta amministrando il consenso.

Vincenzo Aiello