Per anni ci hanno raccontato che la Germania fosse il modello della stabilità europea.
Oggi proprio dalla Germania arriva una lezione politica che qualcuno farebbe bene a studiare.
La difficoltà di Friedrich Merz non è soltanto la difficoltà di un Cancelliere. È la crisi di un metodo: mettere insieme forze politicamente diverse non perché condividano davvero una visione, ma perché esiste qualcuno che non deve governare.
In Germania il nome è AfD.
Ma il problema riguarda tutta l’Europa. Perché quando la priorità diventa costruire un cordone sanitario intorno a milioni di elettori, invece di capire perché quei cittadini abbiano abbandonato i partiti tradizionali, si commette un errore politico enorme.
Il consenso non si cancella per decreto. E soprattutto non si combatte con la matematica parlamentare.
La CDU dovrebbe domandarsi perché una parte dell’elettorato conservatore non si riconosca più nel partito che per decenni ha rappresentato il centrodestra tedesco.
La SPD dovrebbe chiedersi perché la socialdemocrazia europea abbia progressivamente perso pezzi del proprio storico elettorato popolare.
E Bruxelles dovrebbe finalmente interrogarsi sul perché, da Roma a Berlino, da Parigi a Vienna, una parte crescente dell’opinione pubblica chieda politiche diverse su immigrazione, sicurezza, energia, industria, tasse e sovranità nazionale.
Invece, troppo spesso accade il contrario.
Prima si stabilisce chi non può governare. Poi si cerca una maggioranza qualsiasi per impedirglielo.
Ed è esattamente così che si finisce per rafforzare chi si vorrebbe indebolire.
L’Italia questa dinamica la conosce bene.
Per anni Giorgia Meloni è stata descritta come il pericolo da fermare, la destra incompatibile con l’Europa, la forza politica da isolare. Poi hanno votato gli italiani. E quella forza politica è arrivata al Governo.
Si può condividere o contestare ciò che quel Governo ha fatto. Ma il principio democratico resta uno: quando milioni di cittadini scelgono una direzione politica, la risposta non può essere semplicemente trovare il modo di neutralizzarne il voto.
La politica deve convincere, non squalificare.
Deve rispondere ai problemi, non spiegare agli elettori che stanno ponendo le domande sbagliate.
Ed è qui che il caso tedesco diventa un gigantesco campanello d’allarme per l’Europa.
Perché mentre CDU e SPD sono costrette a mediare continuamente per mantenere in piedi una maggioranza attraversata da profonde differenze politiche, l’AfD ha un vantaggio formidabile: può presentarsi come l’unica vera alternativa.
Più il sistema si coalizza per escluderla, più essa può raccontarsi come antisistema.
È un meccanismo politicamente quasi perfetto.
Ed è per questo che la domanda decisiva non è:
“Come fermiamo l’AfD ?”
La domanda è:
“Perché sempre più tedeschi la votano ?”
Vale per Berlino. Vale per Bruxelles. Ed è valso anche per Roma. Perché c’è una regola che le élite politiche europee sembrano dimenticare troppo spesso:
quando non ascolti il disagio degli elettori, prima o poi qualcun altro lo trasforma in consenso.
E allora non serviranno cordoni sanitari, grandi coalizioni o formule parlamentari.
Servirà semplicemente prendere atto di ciò che le urne stanno dicendo.
La democrazia non è rispettare il voto soltanto quando produce il risultato che ci piace.

