Calcio malato: Sibilia e la democrazia, una disperata lotta corpo a corpo. Era il calcio, il fine del Renzusconi di Lotti, Malagò e Tavecchio – PUNTATA N. 75

Nella puntata n. 74 di questa rubrica (quella immediatamente precedente, di martedì 2 luglio scorso), abbiamo scritto: “Cosimino il paladino della democrazia e della legalità vecchioniana: spiegheremo, prima o poi, che non è un’annotazione casuale”. Be’, abbiamo ritenuto che fosse giusto chiarirlo e delucidarlo subito, questo punto inquietante. Una premessa: Sibilia ama vantarsi, auto-glorificarsi, auto-incensarsi, auto-sbrodolarsi di essere un cultore, un difensore, un tutore, per l’appunto un paladino, della democrazia e della legalità. Ebbene, giudichi chi ha avuto l’amabilità, o la curiosità, di leggere queste note, chi ha seguito Calcio malato in queste settantacinque tappe, se un soggettino come Sibilia possa mai ardire di qualificarsi in quel modo. Semmai, esattamente l’inverso…

Ancora una volta, “fior da fiore”

Un solo esempio, fior da fiore, come era solito scrivere, quando intendeva mistificare la realtà. un iper-remunerato consulente sibiliano, rigorosamente (come tutti gli altri omologhi) sul groppone ed a spese delle società campane. Un solo esempio, sia chiaro, sulle decine e decine, che potrebbero essere richiamati. Questo: Cosimino il viceré, colui che s’illude di guadare, quasi quotidianamente, il fatidico Rubicone, per incamminarsi sulla strada del trionfo, ha negato, per mera tracotanza del potere, con la complicità dei suoi superiori, la convocazione di un’assemblea. Sotto sotto, perché era atterrito, Cosimo Capiluoghi Sibilia, dalla prospettiva (che egli, conoscendo i suoi antagonisti, era ben consapevole fosse un’autentica certezza) di essere mazzolato, non appena avesse guadato, sul suo cavallo bianco, il Rubicone… L’assemblea, alla quale si sta facendo riferimento, era quella richiesta, per il 4 luglio 2016, da quasi il novanta per cento delle società campane aventi diritto al voto. Cosimo (l’interlocutore) Sibilia si vide perduto. Ma come, dopo appena due mesi di commissariamento, con Pastore squalificato, in ambito sportivo, dalla compiacente giustizia domestica federale (domestica e tanto di più…), si ritrovava a dover sloggiare, sgombrare il campo, movere castra, a rimuovere tende, accampamenti militari, armi e bagagliSvaniva il sogno… Ed allora, eccoci al diniego della convocazione. Con la complicità, per esser chiari, dei Nino Cosentino, dei Carlo Tavecchio, dei Giovanni Malagò e dei Luca Lotti (Tavecchio, Malagò e Lotti: ve li raccomando… Leggete l’ultimo paragrafo della puntata odierna…).

 

So’ tre anni…

Si osservi che son passati tre anni, da quella ormai remota data del 4 luglio 2016, che, lo preannunciamo fin d’ora, sarà commemorata, annualmente, come la festa della liberazione da Sibilia. Un nuovo, ma senza esagerare nella retorica (Sibilia non è adeguato, neppure ad un larvato paragone del genere), comitato di liberazione nazionale. Semmai, si sta procedendo sul filo dell’ironia, del sarcasmo. Della verità… La liberazione, l’affrancamento, l’emancipazione da un dittatore da operetta. Un soggettino insicuro, balbettante, che vede ombre e nemici dappertutto, pantere e puma in agguato, alle sue spalle, coccodrilli, alligatori e squali, in un’innaturale commistione, pronti a ghermirlo. Ma torniamo a bomba. Un commissario, che nega, si rifiuta, col silenzio, con una vergognosa inerzia, di convocare un’assemblea elettiva, chiesta, formalmente, dalla quasi totalità degli aventi diritto, potrebbe mai, anche lontanamente, anche pallidamente, anche per un attimo, magari per scherzo, considerarsi un democratico, o, anche, un para-democratico, un semi-democratico, una frazione infinitesimale di democratico? No: Sibilia era ed è, semplicemente, tutt’altro. È sempre quello che, per vincere in un’assemblea elettiva, manipolò le schede elettorali, in combutta con i Ludovico Feole, i Massimo Costa, i Piero Di Cristinzi (quest’ultimo, incredibilmente, imperatore minghiano – sul modello degli imperatori cinesi della dinastia dei Ming – del Molise “calcistico”, da decenni…). E ci fermiamo qui.

 

La legalità vecchioniana…

Quanto, poi, alla legalità sibiliana, questa rubrica ne ha offerto a iosa, di esempi. Di segnalazioni. Ma di quelle che fanno accapponare la pelle e rabbrividire. Ora, però, bando alle premesse e veniamo al dunque. La legalità sibiliana, ormai, la conoscete tutti. La democrazia sibiliana, idem. Resta da chiarire la legalità vecchioniana. Ce la sbrigheremo in breve. Attraverso qualche quesito, indirizzato a Gabriele Gravina, presidente federale, ed a Giuseppe Pecoraro, capo della procurella (piccola procura), parimenti federale. Il primo quesito: è ammissibile che un segretario (capo degli uffici del comitato) possa continuare ad essere il responsabile di tutti i servizi, dal giorno successivo al suo rinvio a giudizio, motivato da un gravissimo reato (falsificazione di una delibera di un giudice sportivo, ossia di un atto pubblico)? Per di più, eseguito in concorso con altre persone, non ancora identificate (non ancora, ma lo saranno…)? Il secondo: ci si vuole svelare il mistero della sostituzione di Vecchione come segretario (con il patetico Marco Cilio, oltretutto illegittimo ed incompatibile, nel ruolo e nelle funzioni), nonché, successivamente, l’arcano del suo reintegro (di Vecchione) nel ruolo e nelle funzioni?

 

Pecoraro, achtung!

Ancora: ma quando, il disinvolto Pecoraro, attiverà un’indagine, sia pure della sua procurina (la procura piccolina) federale? Tra una ventina d’anni? A babbo morto? Qual è il decoro di un ente, che si tiene Vecchione, rinviato a giudizio, come segretario; che tollera uno Zigarelli, cancellatore di tre “quarte ammonizioni”, nonché un disoccupato sulle spalle delle società campane, come presidente; che conferma, gelosamente, un soggettino due volte fallito come dirigente federale; che nomina, di anno in anno, un delegato provinciale, percettore di un iniquo, illegittimo “reddito federale” (mentre centinaia di migliaia di giovani sono in cerca di occupazione e di stipendio); che vanta, nel suo organico, un consigliere, Salvatore Errichiello, anch’egli rinviato a giudizio, per offese sessiste? Potremmo proseguire. Ma, per ora, basta così. Con un’annotazione a margine: ma in questo modo indegno, Gravina intende avviare la sua gestione presidenziale? Quanto a Pecoraro, glisson… Non ne vale la pena. S’è ben capito che le sue disinvolture, spigliatezze, disinibizioni, in una con quelle dei Balata e di quell’altro soggettino dal cognome a modello dei film di Totò, sono senza fine. No-limits. Finché non troverà chi gli intimerà l’alt. Dall’alto di ben altri tipi di procure: quelle meritevoli dell’iniziale maiuscola. Quelle non federali (un termine dequalificante in re ipsa), ma della Repubblica… Ma, nel frattempo, è chiaro cosa significhi legalità vecchioniana?

 

Bollettino parrocchiale n. 36

La performance del segretario rinviato a giudizio e del presidente cancellatore. Nella (tarda) serata del 3 luglio, ma ovviamente dopo aver letto Calcio malato che l’aveva già stigmatizzato, battendo ogni record, sono usciti i comunicati n. 1, della stagione sportiva 2009/2019, sia della lega dilettanti, sia del settore giovanile. Impregnati ed appesantiti dalle solite promesse da marinaio avellinese, sui risparmi sulle iscrizioni. Quelli che, poi, si trasformeranno in appesantimenti ed aggravamenti. Ovviamente, manco a dirlo, aggravamenti solo per le società.  Che pagheranno tanto di più, sotto forma di deferimenti, ammende, assicurazioni dei calciatori (sia lnd, sia sgs), oneri vari ed altre, varie prepotenzucce da dozzina…

 

La delicata posizione del f.a.p.

Sibilia è davvero senza pudore. Senza un minimo di coerenza. Parla, spiffera, blatera, accusa alla cieca e poi… gli si ritorce tutto contro. Come quando strepitò e starnazzò contro le diarie. Per, poi, prendersele tutte ed oltre il limite del tutto… Ma, oggi, Zigarelli, come sbarcherebbe il lunario, come risolverebbe il problema del desco quotidiano, di pranzo e cena, senza le diarie tavecchiane? Ed un onorevole si renderà mai conto che codeste barzellette possono durare un mese, tre mesi (e son già troppi), ma non certamente una vita? Che sono illegittime? La disinibizione di candidare Zigarelli come presidente del comitato, nella prospettiva che le società campane dovessero risolvere la sua problematica quotidiana (a quali costi?) è stata, invero, al di là di ogni confine. Con l’aggravante che, da qualche tempo, il f.a.p. si accompagna (a spese sempre delle società, deve dedursi) con la sua vice presidente, Giuliana Tambaro. Ormai, è una coppia fissa. In qualsiasi occasione, in qualsiasi circostanza, in qualsiasi sito, dai più vicini ai più lontani (povere società, che devono sostenere le spese di viaggio e le diarie di due persone): presenti Zigarelli / Tambaro (o, per essere cavalieri, Tambaro / Zigarelli).

 

La coesione ed aggregazione sibiliana: che tonfo…

Ed Errichiello, il rinviato a giudizio, mastica amaro. Credeva d’essere lui, il predestinato alla carica di vice presidente. In attesa di ascendere, addirittura, a quella di vertice, nonostante sia, per l’appunto, un rinviato a giudizio (a proposito, procura federale, ma quando intervieni? Mai? E ne hai, almeno, un po’ di rossore? Ma, per carità, quale rossore…). Errichiello è, per la verità, già un miracolato. Perché la Tambaro proprio non lo voleva e lo spifferava a tanti, in giro. Poi, qualche problema recondito ha indotto Cosimino a recedere, sulla decisione di trombare Errichiello. Ma Zigarelli, almeno sulla carica di vice presidente, è stato irremovibile (molto per modo di dire: evidentemente, conveniva anche a Cosimino, scegliere un cancellatore di tre quarte ammonizioni, al confronto con un rinviato a giudizio…). Ma vedete un po’, a che stato s’è ridotta, la parrocchiella…

 

“La chanson de Cosimin”

 

Di seguito, il “ventiseiesimo atto”, “parte ventiseiesima”, della filastrocca di Giacomo Erda (le prime venticinque parti sono state inserite nelle puntate dalla n. 50 alla n. 74). La “parte ventisettesima”  e quelle successive saranno pubblicate nelle prossime puntate.

 

Talmente pronta ad ogni spigliatezza,

la giustizia sportiva, e nefandezza,

che arrivò a “graziar” Enzo Faccenda,

autor di un’aggressione da tregenda,

 

indegna, volgare ed indecente,

conforme a ben altra genia di gente…

Era, però, nello stile imperante,

a modello del “supremo comandante”…

 

Il cosiddetto “tribunal federale”,

forse distratto (non pensiamo a male!),

all’indegno “delegato provinciale”

(annullando il “reddito federale”,

 

illegittimo regal di Cosimino,

il sempre più disinvolto “occhiolino”)

avea inflitto stroncant’inibizione

di un anno: “Via, fuori dal pallone!”.

 

Mite, ma sputtanante punizione,

da aggiungere all’altra sanzione,

di quando l’incontinente Faccenda

offese un suo compagno di merenda,

 

con l’ingiuria (a padre appen defunto:

parolacce da cafone bisunto!):

“Che brutta fine, il nostro mestiere…

Fa l’arbitro il figlio d’un salumiere…”.

 

Faccenda avea fatto il “carnevale”

in una cupa assemblea arbitrale…

Il cumulo di quelle due sanzioni

l’avrebbe espulso dalle federazioni…

 

Fu amica, la giustizia sportiva,

già scansandogli la grave “recidiva”…

Ma a Cosimin ancora non bastava:

un Faccenda “radiato” l’angosciava…

 

Chissà cosa mai avrebbe spifferato,

il “federal”, del “reddito” privato…

Ci pensò un disinvolto presidente,

della federal corte, un impudente,

 

tale Gerardo Mastandrea, poi promosso

giudice in serie A, a rotta d’osso:

“Error della procur! Tutt’annullato!”…

Così, l’aggressor fu “miracolato”…

 

SEGUE

 

Quando, sui “social”, il calcio femminile si ribellò all’improvvido Cosimino…

Fonte: “Il Sole 24 ore”, mica un modesto sito web. Che segnala, a fine luglio del 2018, la rivolta del calcio femminile, dei suoi aficionados, dei suoi simpatizzanti, o, semplicemente, delle persone giuste e serie, alle prepotenze, improvvidamente, ingenuamente, scegliendo una causa sballatissima, attivate dal furbastro, ma ben poco strategico e acuto, Cosimo il viceré Sibilia. Si verificò, la rivoluzione rosa, una delle più sferzanti e schioccanti scudisciate sul muso di Cosimino l’occhiolino (n trucco, che, evidentemente, con le donne non funziona…), subito dopo l’incredibile decisione della cosiddetta corte federale d’appello, che aveva dato ragione a Sibilia, prima del tracollo al frattiniano collegio di garanzia del coni. “Sono professioniste, non dilettanti #sibiliagiùlemani dal calcio femminile!!!. Firmato: Andrea Canton”. Il quale (ma che strano…) non risulta si sia beccato un deferimento… “Vi proclamate da sempre grandi sostenitori del calcio femminile, ma quando c’è la prima grande svolta vi comportate così. L’Italia non sarà MAI pronta a trattare il calcio femminile come merita fino a quando gente come voi metterà il bastone tra le ruote al progresso. Che schifo… twitter di Rose”. Annota Il Sole: “In particolar modo, sui social, viene criticata la presa di posizione del presidente lnd Cosimo Sibilia che, in merito alla sentenza della corte federale, ha dichiarato: ‘Giustizia è fatta, avevamo ragione’ ”. Sibilia, del tutto evidentemente, s’illudeva di poter commentare nello “stile” (definiamolo cos’…) utilizzato per i pecoroni del comitato campano…

 

Non l’avesse mai scritto, Sibilia… S’è beccata una scarica di contumelie…

“Ma quale giustizia e giustizia, è una vergogna per lo sport nel nostro Paese!!!”, gli risponde Anna Dell’Olivastro. “State rovinando il calcio femminile ora che cominciava ad avere visibilità”, scrive Ersy. E, ancora, Cesco: “Bel modo di far crescere il calcio femminile. Tutti si lamentano che siamo indietro rispetto all’Europa e poi si comportano da dilettanti orgogliosi di essere dilettanti”. Infine un laconico: “Le solite cose all’italiana”, di Alessandro Botti. Il gravissimo problema di Cosimo Sibilia, che gli ottenebra la mente e gli fa perdere ogni barlume di lucidità e di razionalità (e lasciamo stare altre considerazioni, sul punto), è che si sente invitto, invincibile, inviolabile, intangibile, irraggiungibile. Salvo, poi, quando scivola, quando precipita, quando ruzzola, schiumare di rabbia. Oltre ad essere circondato dai soliti consulenti, iper-pagati, che, spudoratamente, lo insufflano, l’incoraggiano, lo blandiscono. Inducendolo ad affrontare battaglie, alle quali sarebbe stato decisamente, infinitamente rinunciare a priori. Avrebbe fatto una limpida figura (troppa grazia, Sant’Antonio…), Sibilia, se, alla prima pronuncia del tribunale federale nazionale, che approvò la delibera di Fabbricini (che spogliava la lega dilettanti dei campionati di serie A e B del calcio femminile), avesse tirato i classici remi in barca, si fosse arreso, avesse alzato le mani, avesse ripiegato l’inadeguata bandiera della lnd… Davvero non ne imbrocca una giusta, Sibilia!

 

Eppure, bastava poco, per capire l’antifona…

Magari (ma era chiedere troppo, ad un Sibilia) augurando anche le migliori fortune ad un calcio femminile, che intendeva proiettarsi verso altre ed alte vette, previa emancipazione dall’ambito deprimente della lega sibiliana… E. poi, si vorrebbe disconoscere che le donne abbiano più coraggio e determinazione degli uomini… Quantomeno nella lega dilettanti, un ambito triste e demoralizzante, nessuno parla, tranne le donne. Ed allora, viva il calcio femminile, che ha sferzato senza pietà l’improvvido irpino…Inizio modulE Fine modulo

Per poi, però, mietere quel po’ po’ di successi, ai campionati mondiali in Francia. Quelli, che non sarebbero stati mai attinti e raggiunti, sotto l’egida della lega sibiliana. Perché? È una domanda da non porre. La risposta è banale, elementare. Perché, con la lega dilettanti, veniva meno un elemento, un fattore, un ingrediente, un pepe formidabile: l’entusiasmo. Sibilia, evidentemente, o non lo sapeva, o non l’aveva capito, come canta l’impareggiabile Vasco Rossi. Oppure, come il proverbiale Pippo della filastrocchina canzonatoria di tanti anni fa, “ma Cosimino non lo sa…”.

 

Il collegio di garanzia dell’aiac disintegra l’ex pupillo “ulivieriano”, Biagio Savarese

Nella sua riunione del 1° luglio scorso, gli avvocati Simone Mariani (presidente), Pietro Alosi e Paolo Busanca, i tre componenti del collegio di garanzia dell’associazione italiana allenatori calcio, hanno giustiziato “l’associato Biagio Savarese”. Fingendo, però, con soave, sovrana disinvoltura e spigliatezza, quasi di assolverlo, quasi di salvarlo, comunque di ridimensionarne le responsabilità, configurate, dal collegio, in una “prassi  sicuramente  censurabile… nel  quale il  Savarese aveva avuto un ruolo rilevante ma non esclusivo” (quasi un’evocazione del mozartiano “Così fan tutte…”). Dopo tutto questo po’ po’ di giustificazioni (omettiamo le altre, per non annoiare i nostri affezionati lettori, che avranno comunque ben capito la soavità delle considerazioni del collegio), all’ex vice presidente nazionale dell’aiac, Biagio Savarese, è stata inflitto il provvedimento della “sospensione di mesi diciotto, per avere… in occasione del corso uefa B, svoltosi a Caserta dal 15/1/2018 al 29/3/2018, cui (Savarese) partecipava in qualità di docente, accettato dai partecipanti una somma di denaro contante al fine di poter acquistare un omaggio di suo gradimento”.

 

Una figuraccia, l’ennesima, per Renzo Ulivieri…

Che figuraccia, non solo per Savarese, del quale questa rubrica s’è più volte interessata, doverosamente, nelle precedenti puntate, ma anche, se non soprattutto, per Renzo Ulivieri. Il quale, nonostante fosse stato messo in guardia dal comitato campano, dell’epoca di Enzo Pastore, non se n’è mai curato. Che facciamo, Giuseppe Pecoraro, lo vogliamo attivare, un bel procedimentino disciplinare, per culpa in vigilando, a carico di Ulivieri? O è troppo in alto, come presidente dell’aiac, per poterlo mettere sotto accusa? Sintesi estrema della vicenda: Ulivieri e l’aiac si sono liberati di una zavorra incomoda e scomoda, quella rappresentata da Biagio Savarese. Con una manfrina che non può di certo considerarsi elegante, ma che libera da un imbarazzo greve, che sembrava irrisolvibile. In pratica, Savarese game over, out. Ma con uno zuccherino caramellato tra i denti… Che ci volete fare: è il principio dell’obbligo della lealtà, probità e correttezza. Ma ci si faccia, ancora una volta, il piacere!

 

È già aria di elezioni arbitrali: ritorna d’attualità Marcello Nicchi

Stavolta, abbiamo proprio la sensazione che Marcello Nicchi se la vedrà nerissima. Cominciamo dalle notizie minimali. È apparso, sui siti web, l’annuncio di un’iniziativa, intitolata “Movimento arbitrale 2020”. Una palese allusione alle elezioni arbitrali nazionali, che, per l’appunto, sono in programma (come tutte le altre endofederali) l’anno prossimo. Ne diamo conto, per dovere di cronaca. Secondo i proponenti, si tratterebbe di un “nuovo progetto”. Molto scarno, però. I punti cardine, invero, sarebbero: scuola per dirigenti arbitrali; cancellazione assoluta dei doppi incarichi (quelli che consentono a Nicchi di vincere… prima di cominciare); snellimento della burocrazia; riunificazione degli arbitri di serie A e B; confronto tra le parti (arbitri, calciatori, allenatori e dirigenti delle società); “concessione regolamentata” (chissà mai cosa significhi) di interviste post-gara agli arbitri di serie A… Avremmo tante osservazioni da fare, ma, per il momento, sorvoleremo.

 

E Nicchi, novello Mussolini alla Di Cristinzi, si presenterà per la quarta volta

Semmai, ci stimola la frase conclusiva: “Nel 2020 ricordiamo che si chiuderà il terzo mandato dell’attuale presidente aia Marcello Nicchi”. Capite? Si chiude il terzo mandato, con il tosco dispittoso che ha già annunciato, a modello di un Winston Churchill, che si ricandiderà… Ecco, caro Giorgetti, Sottosegretario allo Sport, una delle piaghe purulente, nelle quali affondare, spietatamente, senza remore, il bisturi purificatore. Dopo averlo ben cosparso e ricoperto di disinfettante, di igienizzante, di pasta antibiotica ad amplissimo spettro… Ma, prima di chiudere la parentesi, ci sentiamo in dovere di fare una puntualizzazione. Vuoi vedere che, dietro codesta neonata associazione arbitrale, ci sia, magari, il miracolato Luigi Repace, ex arbitro, graziato dal collegio di garanzia del coni, a modello Enzo Faccenda (anch’egli ex arbitro), salvato dalla corte federale d’appello? Attenti, Nicchi e Sibilia… Aprite gli occhi. Se ci riuscite… Sibilia, ma non eri un aggregatore? Un uomo di coesione?

 

Il sito web Kintsugi insiste, incalzando Nicchi, l’ex amico…

Già dall’intitolazione, ci appare molto più significativo (rispetto all’iniziativa para-repaciana, innanzi segnalata) il convegno del 3 luglio scorso a Castiglion Fiorentino (“Siamo arbitri o caporali?” – parte seconda), organizzato dal sito Kintsugi, una positiva conoscenza di questa nostra rubrica. Cristina Parnetti, presidente di Kintsugi, con molto acume (ed una robusta dose d’ironia anti-nicchiana), era partita da un sondaggio e da un approfondimento del regolamento elettorale arbitrale, anti-democraticamente e vergognosamente approvato dal consiglio federale della figc, sulla strumentale, furbesca ma anche arrogante proposta di Nicchi, nell’imminenza dell’assemblea arbitrale elettiva del 2016. Dalla premessa, è venuto fuori un documento programmatico, una sorta di decalogo dei cambiamenti, auspicati da Kintsugi e dai suoi aficionados. Il presupposto di partenza è che l’attuale regolamento elettorale dell’aia (sotto il profilo para-filosofico e para-concettuale (molto, ma molto para), analogo a quello della lega dilettanti, sfavorisce, sfacciatamente, gli eventuali candidati avversi a Nicchi. Il quale, tanto per cominciare, si presenterà, nel tentativo di appropriarsi addirittura del quarto mandato consecutivo, avvicinandosi quindi, lui comunistone d’antan, al tanto aborrito regime ventennale di Benito Mussolini…

 

L’ironia anti-despota

Si chiede Kintsugi, sulla base delle norme, non a fantasia: “Nel 2020 le Olimpiadi di Tokio finiranno il 3 agosto. Avremo quindi le elezioni il 2 settembre? Vedremo sezioni  aperte durante le ferie? Uno scenario comico ma possibile anzi già visto!”. Indi, il sito web passa alle sferzate: “Sono interessi e denari di tutti. Ricordiamocelo. Non è una associazione di beneficenza né una riunione di condomini ma una organizzazione che ha ricevuto sino ad oggi ben 56 milioni dal coni, che PAGHIAMO TUTTI”. Indi, incalza: “l’aia è stata da sempre una associazione libera, prima di perdere i suoi connotati di democraticità”. Ma è possibile, si chiede Calcio malato, non solo Kintsugi, che una così pesante accusa di dittatura cada nel nulla, ignorata da Gabriele Gravina? In cosa e come, intende differenziarsi il presidente abruzzese dall’indecoroso Carlo Tavecchio, o, peggio, da un Cosimo Sibilia?

 

Il decalogo di Kintsugi: null’altro che l’abc della democrazia…

Ed eccoci al decalogo, che riprodurremo integralmente. Chi non abbia mai fatto parte dell’aia, resterà basito. Ma perché, si chiederà, è così difficile, anzi quasi impossibile, come sembrerebbe, far valere i canoni della più elementare democrazia, in ambito arbitrale? Ma è mai possibile? La risposta, obbligata, è: con Nicchi alla guida dell’aia, s’è giunti a questo punto qui. Con la riserva mentale, tipicamente nicchiana, di peggiorare lo status quo. A Nicchi, come a Sibilia, interessa, invero, solo un argomento: vincere! Con tutti i mezzi. A qualsiasi prezzo. Tanto, il prezzo lo paga la figc. Lo pagano le società di calcio. Ad ogni buon conto, eccolo, il decalogo:

 

  1. Conoscere i candidati a presidente dell’aia prima delle elezioni.
  2. I candidati a presidente aia debbono presentare insieme all’intenzione di voto. Idem, il loro programma (ora, elezioni e candidature al buio: elementi eccitanti, ma poco rassicuranti…).
  3. Le sezioni oltre ad esprimere i delegati debbono esprimere il mandato in modo da vincolare gli elettori di secondo livello.
  4. La raccolta delle firme per candidarsi (anche successiva alla elezione dei delegati) deve essere limitata al 4-5 % degli aventi diritto al voto.
  5. Raggiunto il quorum di firme ogni candidato deve astenersi da ulteriore raccolta.
  6. I delegati debbono impegnarsi a non accettare alcun incarico di nomina nel periodo antecedente l’elezione del presidente aia.
  7. Il presidente aia ed ogni membro del comitato nazionale se candidati debbono impegnarsi a non nominare alcun delegato in alcun incarico.
  8. Il presidente aia deve impegnarsi a promulgare le elezioni con almeno 90 giorni di preavviso.
  9. Ad ogni candidato la segreteria aia deve assicurare pari disponibilità di posti e camere dell’albergo della sede scelta per l’assemblea generale.
  10. L’ordine di intervento in assemblea sia dei candidati che di semplici elettori deve essere sorteggiato il giorno prima con udienza pubblica suddividendo gli interventi prima per i candidati e poi per i singoli elettori.

 

In una successiva puntata, analizzeremo l’innanzi trascritto decalogo, commentandolo. Per ora, basti un semplice quesito. Da rivolgere a Gabriele Gravina: si rende conto della gravità della situazione arbitrale, sotto il profilo di un minimo di decenza istituzionale, di parità di condizioni, di agibilità e fluidità democratica (entrambi i fattori, inesistenti)? Se lei non interverrà, ne dovremo dedurre che l’attuale situazione le stia bene, così com’è. In questo caso, non resta che chiedere al Sottosegretario Giorgetti di farsi carico anche di questa rogna puteolente. Come abbiamo più volte sottolineato, di certo non rivolgeremo alcuna istanza al complice di Tavecchio e Nicchi, che è sempre stato Giovanni Malagò. In una con il più inverosimile ministro della storia della Repubblica italiana: Luca Lotti… Dal che (basterebbe solo quest’ultima considerazione), sia Giorgetti, sia Gravina (quest’ultimo, anche per la parte di sua diretta ed ineludibile responsabilità istituzionale ed organizzativa), dovrebbero decidersi a ricavare e riepilogare lo stato dell’arte, in seno all’aia. Un’organizzazione ultra-verticistica, molto  più simile ad un regime brezneviano, o staliniano, o hitleriano, che ad una sia pur larvata parvenza di democrazia partecipata. A maggior ragione (in linea ideale, si capisce…), in ambito sportivo.

 

L’indecorosa, tragicomica telenovela del PalermoInizio modulo

 

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Dettagli di premessa: dimissioni a giostra continua, tra i dirigenti di quella che fu la società rosanero. Ventilato divieto delle multiproprietà: come a dire, un no aprioristico a Ferrero, Cairo e Preziosi. Lo spettro di oltre trent’anni or sono, quando si verificò lo stesso indegno minuetto, con gli Orlando ed i Vizzini senior. Salvatore Tuttolomondo che rivendica di “averci messi soldi veri”, nel Palermo, e spara minacce di risarcimento, condite da accuse agli organi di controllo della figc e della lega di B, oltre che al suo improbabile presidente, Mauro Balata.. Interventi mediatici di taluni soggettini, a caccia di pubblicità a basso costo, che sciorina le solite menate, su Palermo piazza storica, quinta città d’Italia, sulle proprietà che devono essere serie e solidi, sui tifosi che soffrono… Intanto, chi intende restare con i piedi per tea, considera che l’ex presidente Zamparini è ancora ai domiciliari.  Un dato significativo. Anzi, eloquente di per sé. Intanto, si spiattella, sugli organi d’informazione, che sarà l’avv. Francesco Di Ciommo, a “guidare la battaglia legale del Palermo”. Con quale fine? E chi lo sa… Forse, per una strumentale perdita di tempo… Ma le manfrine, non le inscena soltanto il Palermo. Che dire della decisione, recentissima, del cosiddetto tribunale federale nazionale, che ha inflitto un punto di penalizzazione, da scontare nel campionato di competenza della prossima stagione sportiva. Con la circostanza aggravante che, nell’ipotesi di ripartenza dei rosanero dalla serie D, la nuova società, che dovesse eventualmente nascere dalle ceneri miserevoli del Palermo annichilito, sarebbe “esentata”, per l’appunto in quanto nuovo sodalizio, dal dover scontare la pur minimale penalizzazione (determinata, per inciso, da una questione di competenze economiche, non versate, relative al calciatore ivoriano Bamba).

 

La Covisoc, che dovrebbe scomparire dall’orizzonte, invece decreta ancora…

Palermo out. Trapani ok. È uno dei verdetti della dequalificatissima, improbabilissima, inadeguatissima commissione di vigilanza sulle società calcistiche. Un organismo da sempre discusso. Da sempre sospettato, oltre i limiti dell’umana decenza. Ma, nel periodo tavecchiano e poi balatiano, addirittura nell’occhio del ciclone. Indecentemente… I primi sussurri e grida rivelerebbero che per il Trapani sia tutto ok, come anche per il Chievo (strano, dopo le vicissitudini vergognose dello scorso anno, allorquando la società di Campedelli si salvò dalla retrocessione solo in ragione di un imperdonabile errore procedurale dell’inadeguata procura federale). Com’era ampiamente previsto, disco rosso, invece, per il Palermo, che sarebbe manchevole in tutto e per tutto. Ma la disinvolta covisoc se ne sarebbe accorta solo ora… Conseguenza: neinte ripescaggio per il Padova. Ma i biancoscudati non hanno, però, alcuna intenzione di inalberare la bandiera bianca della resa senza condizioni… E si apprestano a dare battaglia. Con la conseguenza che si prevede un’altra annata balatiana. Ovvero, dalle ballate infinite…

 

Ma sentite che faccia tosta, Balata…

Sulla serie B che torna a venti squadre, Mauro Balata, il delegittimato presidente della lega di B, che Claudio Lotito punta, con tutte le sue forze (ma sott’acqua, come un sottomarino), a mandare a casa, addirittura si sbrodola: “Ci sono delle norme — ha spiegato — che grazie al nostro essere costantemente sul pezzo sono state riformate. La Serie B dopo 17 anni è tornata ad avere un format ideale, sostenibile, che dà maggiore qualità anche dal punto di vista tecnico ed agonistico al campionato. Sono norme che prevedono 20 squadre quindi non credo che le norme possano essere disattese, a meno che non le riscriviamo, ma non mi pare che sia nell’agenda della federazione”. Parole in libertà, in perfetto stile democristianone. Soprattutto, parole senza senso, se pronunciate da chi, il caos in argomento, l’ha cagionato quasi da solo (con la sola collaborazione del consiglio direttivo della serie B). Ricomincia, dunque, la sarabanda in salsa balatiana. Salsa intesa come danza… Ma che ci si può attendere, se non caos e confusione, da un Balata? Ed, inoltre, chi l’ha creata, alimentata, quasi coltivata, codesta confusione caotica ed indescrivibile, indistricabile, irrisolvibile? Ma è possibile che nessuno se ne renda conto? O cosa c’è, dietro tutti questi indecorosi (altro che gloriosi) misteri balatiani?

 

L’incontro “tutorio” di Balata con il Sottosegretario Giorgetti

Un’autentica imprudenza. Possiamo definirlo solo così, l’incauto incontro di Giorgetti con Balata, l’incredibile presidente, molto pro-tempore, della lega di B. Il colloquio, invero, sarebbe stato incentrato su “aspettti come la sostenibilità del sistema, la necessaria trasparenza e il rispetto delle regole”. Tutti fattori ignorati del tutto, da Balata. Dov’è, infatti, la trasparenza, dove è stato esercitato, il rispetto delle regole? Semmai, come il caso Palermo certifica, esattamente l’inverso. Visto che il consiglio direttivo della serie B s’è erto a protagonista della più marchiana violazione delle regole, invadendo addirittura il campo della giustizia sportiva. Nessuno se n’è ancora dimenticato. Da quella vergogna, è scaturito tutto il resto. Con strascichi che si stanno pagando ancora oggi. Palermo retrocesso d’ufficio. Palermo recuperato. Palermo di nuovo in terza serie… La classifica del secondo campionato italiano dettata da un consiglio direttivo in palese conflitto d’interessi (Marco Mezzaroma, anche se uscito dalla sala della riunione). Giuseppe Pecoraro che, more solito, resta inerte, silente, fermo. Ebbene, deve desumersi che Balata sia andato a piagnucolare sotto “la pettola” di Giorgetti, Ma ci sembra davvero impossibile che il tosto Sottosegretario gli abbia potuto dare un minimo di credito. Dopo quello che l’incompetente ed inconsapevole Balata ha combinato in questi due anni… Si ribadisce: due anni, non due ore…

 

Prosciolto Lo Monaco

Una considerazione sinteticissima, imposta dalla lettura del comunicato ufficiale (o bollettino porporale) del predetto tfn. Prendiamo atto, con soddisfazione, del proscioglimento di Pietro Lo Monaco, il torrese (di Torre Annunziata), che, nella sua qualità di amministratore delegato del Catania, era stato (assurdamente, dalla sempre più inadeguata procura federale) messo sotto accusa, per aver É stato invece prosciolto Pietro Lo Monaco, all’epoca dei fatti amministratore delegato del Catania, deferito per aver “espresso dichiarazioni lesive del prestigio, della reputazione e della credibilità dell’istituzione federale in un’intervista rilasciata in seguito alla sconfitta per 20-0” (sì, venti a zero!) “subita dalla società Pro Piacenza ad opera del Cuneo in una gara valevole per il campionato di Lega Pro”.

Modesta, ma chiara e non di certo provocatoria, proposta di questa rubrica: in casi del genere, anziché deferire, bisognerebbe premiare, ma subito, chi abbia il coraggio ed il senso civico di esprimersi contro la cosiddetta istituzione federale. La quale, come il punteggio indecoroso dimostra ampiamente (e come Calcio malato ha ampiamente riferito), tutto è, ormai, fuorché meritevole di prestigio, reputazione e credibilità…

 

Le intercettazioni dei colloqui telefonici dell’ex ministro dello sport, Luca Lotti

Nella giornata di ieri sono state pubblicate, sui quotidiani ed i siti web che ne avevano voglia e determinazione, le inquietanti risultanze delle intercettazioni telefoniche dei colloqui di Luca Lotti, detto “lampadina”. Lotti, come i nostri affezionati lettori ricorderanno, è stato, addirittura, ministro dello sport. Figurarsi, un ministro soprannominato “lampadina”… È quanto dire. Anzi, è proprio illuminante,,, In codesta, inverosimile veste ministeriale, il disinvolto “giglietto magico”, arruffato e scarmigliato, fu il protagonista dello scandaloso “inciucione” tra gli spregiudicati, disinibiti, spigliatissimi Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Quella manovra di palazzaccio, che Marco Travaglio definì, in chiaro senso dispregiativo, “il Renzusconi”. Sulla base del quale, Cosimo (l’inconsapevole) Sibilia fu, addirittura, gruato, ovvero trasportato aggrappato ad una gru, alla presidenza della lega nazionale dilettanti. Lo ribadiamo, perché, dal testo delle intercettazioni lottiane, emerge, con chiarezza cristallina, la sua non velata, ma chiarissima intenzione di inserirsi ed ingerirsi nel mondo del calcio. Anzi, nella parte più tenera, appetibile e sostanziosa: quella dei diritti televisivi. Con addentellati arabi (leggasi: la presidenza della Roma a qualche emiro…). Ci vorrebbe un nuovo Rino Gaetano, lo splendido cantore / fustigatore degli intrallazzi politici, para-arabi, sub-massonici, petroliferi, di tanti decenni or sono. Il mitico Rino ci ricamerebbe su una delle sue deliziose melodie, con parole sferzanti, insinuanti, profondamente allusive. Sulle quali, i più maligni ed infami se la cavavano, delegittimandole come non-sense. Laddove, invece, il senso, alla Vasco Rossi, c’era, eccome. Per chi volesse coglierlo. Ora, s’è svelato quale fosse davvero, il fine del Renzusconi: impossessarsi del calcio. Anzi, più che del calcio, mettere le mani, infilare le grinfie da arpia nel suo tessuto economico più ricco (ad esempio, i diritti televisivi). Proiettando un inconsapevole ed incompetente come Sibilia alla guida del calcio sociale. Come mero pigiabottoni, quale Cosimino l’occhiolino garantiva di essere, avendo dimostrato di esserlo fin dal primo giorno del suo ingresso al Parlamento: silente, mai un intervento, mai una parola, mai nulla. Dunque, ecco svelato, ancor meglio che nelle precedenti puntate (non potevamo di certo sapere di intercettazioni del genere), il mistero di una presidenza, per altri aspetti, indecifrabile, vista la caratura (inesistente) del destinatario, del privilegiato, del beneficiato Sibilia. Un trenino Berlusconi / Renzi / Lotti / Gianni Letta / Malagò / Tavecchio (nelle funzioni di esecutore sotto pressione, per non dire sotto ricatto…)  Gallavotti e poi, a distanza siderale, Sibilia. Chissà cosa ci riserveranno le prossime puntate della telenovela Lotti / Palamara & compagnia arrembante. Chissà…

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