Calcio malato: La sentenza della Cassazione su Rieti-Pomezia. Vecchione, De Fiore, Gagliano, Sibilia e Barbiero tremano. Gli avvocati Pucino ed Annella esultano – VENTICINQUESIMA PUNTATA

Non si può di certo negare che Malagò, questo improvvido soggettino, colui che, pomposamente, si definisce “il capo dello sport in Italia”, se li vada proprio a cercare, i guai, in una con le rogne e con le polemiche auto-distruttive. Intendiamoci: che sia, sotto il profilo istituzionale, di diritto e per carica, il “capo dello sport”, sarebbe anche vero.

Quando Malagò ha infilato il dito nel calcio, gli è stato metaforicamente mozzato (il dito)

Sarebbe, però, se non fosse che, dopo aver messo il dito nel calcio (la magna pars dello sport italico), quel dito gli è stato, metaforicamente, troncato di netto… Dunque, il capo de che? E dire che, non molti mesi or sono, Malagò sembrava irresistibilmente proiettato ad impossessarsene, del calcio. I Ruggiero Palombo, i Fulvio Bianchi & compagnia strombettante ed ossequiante, non perdevano occasione, per sviolinare a tutto spiano a favore del pariolino. Poi, l’anienista, conformemente al suo stile di gradasso e di superficialone da manuale, s’è lasciato andare ad alcune colossali ingenuità, come l’essersi fidato della lealtà di Cosimo Sibilia: un’autentica follia… Il resto, ce l’hanno messo la sua smodata ambizione, la sua enorme autostima, la vanagloriosa autoreferenzialità (come quella di essersi convinto di poter dominare il “capitone” Tavecchio e di poterlo strumentalizzare a piacimento), il suo ego ipertrofico. Forse, ancor più, la sua mancanza di rispetto per la massima disciplina sportiva in Italia. Il punto di non ritorno è stato quello della nomina di Roberto Fabbricini, per il calcio un quisque de populo ed un incompetente all’ennesima potenza. L’inizio della fine, poi, è da individuare nel suo eterno ossequio, di stampo anienistico, ai potenti.

 

Micciché, Balata e Sibilia: ma che trio…

Il capolavoro, in quest’ultimo senso: la scoperta di Gaetano Micciché (il fratello del ben più noto Gianfranco) come presidente della lega di A. Miccichè, oltretutto, andava a costituire un trio mostruoso, con l’inconsapevolissimo Mauro Balata (vertice della lega di B, per motivi ben noti a chi opera nell’ambito del calcio) e con l’incompetentissimo Cosimo Sibilia, a capo (per quanto, ancora?) addirittura della lega dilettanti, ovvero del calcio sociale.

 

Un trio inverosimile

Il trio più improbabile ed incredibile del mondo del calcio, dal 1898, anno della sua fondazione, centoventi anni fa. Un bel record, non v’è che dire… All’epoca del trionfo (in votazioni che di democratico non hanno avuto che una pallidissima parvenza) del trio, Malagò sembrava predestinato e concretamente avviato a fare un sol boccone, della federazione calcio e perfino del calcio come movimento. Ma le sue improbabili trovate, le sue guasconate in salsa pariolina, i suoi errori ed orrori, l’hanno fatto precipitare giù, per la china, quasi peggio dei suoi sponsor Matteo Renzi e Luca Lotti, in campo politico. Ciò, per rispolverare le labili memorie, su chi abbia innestato la politica nello sport… Un solo esito poteva preventivarsi (e c’è stato, puntualmente): il misero fallimento di tutti gli obiettivi del coni.

 

A parte le Olimpiadi 2024 a Roma, sogno negato a Malagò da Virginia Raggi, tanti altri sono i fallimenti del coni…

In questa sede, tralasceremo le sanguinanti ferite, derivate a Malagò (ma che faccia cupa e rabbuiata, aveva in quei giorni…) dal secco no alle Olimpiadi a Roma, previste per il 2024 e perentoriamente rifiutate da Virginia Raggi. Il che, sia detto per inciso, a tutt’oggi configura il capolavoro autentico, l’unico faro di luce di una sindacatura, per il resto, catastrofica e da dimenticare. Ad ogni modo, per questa rassegna dei fiaschi malaghiani, ci limiteremo al calcio.

 

Eccoci a Fabbricini, l’inesperto… settantaduenne

Cominceremo dal 1° febbraio 2018, la data fatidica (sembra un secolo fa…) in cui, all’acme degli effetti di una sorta di complotto Malagò / Sibilia (ma guarda tu, che coppia, subito dopo però, all’atto delle spartenze delle cariche e di tutto il resto, puntualmente scoppiata…), il calcio precipitò, dal pericolo mortale (la proverbiale brace) di ritrovarsi come presidente nientepopodimeno che Cosimino da Avillino, direttamente nelle fiamme infernali di Fabbricini commissario. Che, solo per bonarietà e rispetto dell’età, definiremo l’inesperto settantaduenne. Ci rendiamo conto: è una contraddizione in termini, l’inesperienza a quell’età. Ma che ci possiamo fare, se, ad oltre settant’anni, costui non sapeva ancora un acca di calcio ed ha, ad aggravare la sua inconsapevolezza, avuto l’ardire di accettare di “guidarlo” (molto per modo di dire)?

 

Malagò contro Ancelotti: un calcettista del circolo Aniene contro un cardine della storia del calcio italiano…

Oggi, Malagò ci riprova. Quasi annichilito, azzerato, annientato da Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini, ha provato a risollevare il testolone bianco, impreziosito da una capigliatura alla Gianni Agnelli, fuor del sacco. Ed ha temerariamente accusato Ancelotti (e, con lui, il Calcio Napoli) di volersi “fare le regole da soli”. Con fantasia fervida ed ammirevole, Malagò, non avendo alcunché di suo da dire, ha accennato all’Inghilterra ed alla sua rivoluzione anti-hooligans, i violentissimi tifosi britannici, stesi da Margaret Thatcher, la dama di ferro. Senza dimenticare, Malagò, di invocare, nell’occasione, le “sanzioni ancora più pesanti”, che sono null’altro che il monotono, monocorde, stantio ritornello, guarda caso, di due uomini del coni, che non hanno mai amato il calcio e la sua organizzazione, se non quando conveniva a loro: Malagò e Sibilia. L’ennesimo inciso: ora non c’è tempo e non ne vale la pena. Ma, se qualcuno vorrà, elencheremo i motivi a base della nostra icastica affermazione.

 

Gira e rigira, Malagò non sa proporre altro che l’imitazione (in Italia) della Thatcher

Con struggente malinconia e nostalgia, Megalò (copyright di Susanna Agnelli) ha parlato di “cinque anni fa” (quando egli imperava incontrastato), delle sue proposte di allora (in concreto: lo zero assoluto) ed è tornato, invariabilmente, sulle orme della Thatcher. A dimostrazione che le sviolinate e le slinguate dei giornalisti menestrelli ed i soavi, leggiadri minuetti, orchestrati per glorificare ed osannare questi improbabili soggettini, lungi dal produrre l’auspicato feeling del popolo calcistico pro Malagò, hanno provocato una crisi di violento rigetto (per non definirlo diversamente, come sarebbe più appropriato…). Indi, Malagò è scivolato nelle sabbie mobili. Ha voluto scudisciare Carlo Ancelotti ed il suo nobile intervento a difesa e sostegno di Kalidou Koulibaly: “Ancelotti ed il Napoli non possono farsi le regole da soli. Le gare devono essere sospese dagli arbitri”. Ma davvero, Malagò? E della federazione calcio (quella dell’attuale gestione), che ne facciamo?

 

Malagò ignora il parere del presidente della federazione calcio

Gravina, il presidente, ha sostenuto che non si possano gravare gli arbitri di una responsabilità così onerosa, ovvero la sospensione delle partite (con la conseguenza della punizione sportiva della perdita della gara: anche in serie A, non solo in terza categoria, o nell’ultima serie del calcio a cinque, la disciplina praticata da Malagò). Nella sua assoluta modestia, Calcio malato, nella precedente puntata, ha sottolineato subito i terribili guasti e le tremende contraddizioni, insite in una rivoluzione del genere, tutta protesa (inutilmente) a tentare di salvare Nicchi, Rizzoli (ammesso che conti qualcosa) e l’arbitro Mazzoleni, dai guai (potenzialmente, anche di natura penale) e dalla palude melmosa, in cui essi si sono cacciati, con la mancata interruzione (per tre volte!) e, conseguenzialmente, con la mancata sospensione di Inter-Napoli del 26 dicembre 2018.

 

Malagò contro Salvini, il suo detronizzatore…

Infine, Malagò non ha esitato, perso per perso, a polemizzare col ferrigno Matteo Salvini: Dice che ognuno deve fare il proprio mestiere. Ma io mi devo occupare di sport” (a voler suggerire una secca, implicita, indisponente e non dichiarata aggiunta alla frase: io mi devo occupare di sport, non Salvini…”). Insomma, la confusione è massima. Alla Ennio Flaiano, la situazione è grave, ma non è seria… Questi improbabili capi e capetti dello sport, che si beccano come i capponi di Renzo, non sanno davvero che pesci prendere. Dunque, tentiamo di riepilogare un po’. Ancelotti, come Calcio malato ha evidenziato, dichiarò, sillabando (pur con toni e voce apparentemente tranquilli), che il Napoli non era più disposto a perdonare i lassismi arbitrali, le loro inerzie, più o meno in buona fede (noi, in proposito, la nostra idea l’abbiamo già espressa), i loro mancati interventi anti-ululati.

 

Gli esempi emblematici di razzismo

Ci limiteremo, sul punto, a rammentare, ai soliti smemorati, alcuni significativi, emblematici esempi. Sono quelli (alcuni dei quali, già rievocati da Calcio malato nelle precedenti puntate), implicitamente finalizzati ad una reazione, insieme, dignitosa e sdegnata. Sì, ma con la giusta dose di compostezza, frammista ad ironia, per evitare le insopportabili ottusità ed iniquità arbitrali. I nicchiani, invero, non ci pensano su due volte, prima di intervenire, sotto forma di ammonizione, o addirittura di espulsione. Beninteso, non a carico dei razzisti, no… Assurdamente, ai danni delle vittime del razzismo. Per intenderci: alla Mazzoleni, o alla “Ku Klux Klan” (copyright di Piero Sansonetti). Il giornalista, come già riferito da Calcio malato, ha bollato, con questa appropriatissima espressione, la squalifica per due giornate, ingiustissimamente inflitta al perfidamente dileggiato e ferocemente offeso Koulibaly… Quella squalifica, peraltro, è stata deliberata, quasi “senza saper né leggere, né scrivere”, dal davvero improbabile (e soprattutto insensibile) giudice sportivo della lega di serie A.

 

Dani Alves, Eto’o e Zoro, che hanno preceduto Koulibaly

Il blaugrana Dani Alves, per difendersi dal razzismo, esorcizzandolo e prendendolo in giro, il 27 aprile 2014, in Villareal-Barcellona, ebbe la magistrale, geniale trovata di mangiare, platealmente e pubblicamente, una banana, che un tifoso del Villareal (oltretutto, allenatore di una squadra giovanile del club) gli aveva lanciato dagli spalti. Per inciso, fu forse questo l’episodio che suggerì a Tavecchio, mente fervida e brillante, il famoso “Optì Pobà” dell’11 agosto 2014, giorno dell’elezione del brianzolo a presidente federale, irrimediabilmente marchiata dalla sua frase razzista. Che fu punita dall’UEFA, ma mai dalla federazione calcio, a dimostrazione della limpida indipendenza della giustizia sportiva

Do you remember, Malagò, a proposito dell’autonomia dello sport e della sua giurisdizione? Il secondo esempio è quello, già rievocato da Calcio malato, di Eto’o, che dovette “inventarsi” una sorta di “danza della scimmia”, per reagire, in un Inter-Cagliari del 26 maggio 2011, ad un estremamente offensivo e perfido lancio di noccioline, da parte dei tifosi del Cagliari. Una danza per non rischiare, con una reazione diversa, la beffa di un’espulsione, che sarebbe stata anch’essa alla “Ku Klux Klan”. Il terzo caso clamoroso fu quello di Zoro, in occasione di Messina-Inter del 27 novembre 2005.

L’instancabile calciatore livoriano, esasperato dai buuuuu dei tifosi interisti (aridaje…), in preda ad un’irrefrenabile indignazione, dovette imitare il ragazzino “chiattunciello”, quello che si prendeva in braccio il pallone di sua proprietà e se lo portava via, quando i compagni di gioco gli negavano un posticino nella partitella in piazzetta. In Messina-Inter, ovviamente, Zoro non era il proprietario della sfera. Ma della propria dignità, certamente sì. E la spiattellò sul muso dei razzisti e dei loro complici, volontari o inconsapevoli, a cominciare (ma che vergogna!) dall’arbitro della partita. Vi rendete conto, infatti, di quale sia la costante, immutabile nei decenni, di questi episodi e di tutti (tutti!) gli altri analoghi, che, purtroppo, non si contano più?

È proprio la mortificante, deprimente, desolante circostanza ripetitiva dell’inerzia, del cinismo, dell’incapacità decisionale, della noncuranza, dell’insensibilità assoluta dei direttori di gara delle massime categorie del calcio professionistico. Quando non si arriva, addirittura, rovesciando le posizioni con indigeribile perfidia, ad ammonire, o ad espellere, l’esasperato calciatore dal colore della pelle diverso, rispetto al bianco pallido.

 

Che squallore, l’indifferenza al razzismo degli arbitri “nicchiani”

Ammaestrati da Nicchi, ma non preparati ad una vicenda imprevista e, di conseguenza, terrorizzati all’idea di doversi assumere una responsabilità, senza sapere in via preventiva quali possano essere la reazione ed il giudizio del fumantino e dispittoso presidente dell’associazione arbitri, i tremebondi direttori delle gare di serie A restano di pietra, di sasso, di sale, incapaci sia di separare il grano dal loglio, sia di un’adeguata, consapevole reattività. Si lasciano travolgere dall’onda degli eventi.

Non lasciatevi ingannare dai tatuaggi, dalle fasce e fascette, dalle mezze maniche mentre imperversa la tormenta, dal piglio impettito e supponente. È tutta sceneggiata. È tutta apparenza. Sotto la maschera, niente. Ma ci fate caso? Nicchi non parla, ma induce Gravina ad esporsi per lui. Sibilia, il vicario senza voce (e che avrebbe potuto mai dire?), resta, per l’appunto, muto come un pesce impaurito. Malagò, che non vede l’ora di vendicarsi di Giorgetti e Salvini, apre bocca, ma sparando a vanvera, nella migliore delle ipotesi a salve. In quali mani è finito lo sport. In quali, il calcio…

 

Le dichiarazioni inopportune e maldestre

Ebbene, al cospetto di questa inettitudine, di questa irresponsabile inerzia, Gravina se ne esce (quasi certamente, su suggerimento recondito del suo vicario, l’incompetente Sibilia, che il presidente federale dichiarò di aver “sentito”, ovvero consultato: ma a che pro?) mettendo out, fuori causa, contro ogni norma, gli arbitri, per la prima volta nella storia del calcio, come abbiamo già puntualizzato nelle precedenti puntate. Malagò, da parte sua e da par suo, se la prende con chi non intende restare immobile e silente, cioè il grandissimo, umanissimo, concretissimo Carlo Ancelotti. Un uomo vero che, nella scelta tra i propri interessi (anche sportivi) ed un essere umano, non ha dubbi: opta per il rispetto dei sentimenti di umanità. E Nicchi, che fa? Non apre il becco, furbo come sempre. Ma la verità, unica e sola, è che, al cospetto dell’intollerabile finzione e congiura del silenzio, da parte degli arbitri, ci vuole pur qualcuno che intervenga, che dia una lezione ai beceri buuisti. Bravissimo, dunque, Ancelotti! Nun e’ pensa’! Ovvero, di costoro, futtetenne! Si parla tanto di disobbedienza civile: ebbene, eccone un esempio fulgido, non strumentale, addirittura contro-interessato e, quindi, ultra-spontaneo. Fregatene, Ancelotti, di Malagò, Gravina, Nicchi e Sibilia, tutti e quattro messi insieme… C’è da chiedervi, affezionati amici di Calcio malato, per chi mai tifiate, sanamente e con purezza di spirito? Per Ancelotti, o per il quartetto Cetra appena citato?

 

Nicchi mortificato nella “sua” Arezzo: una Waterloo, altro che nemo propheta in patria…

La notizia è arrivata nel bel mezzo della bufera Koulibaly, dell’incombente arrembaggio Ancelotti, della disobbedienza civile del Napoli contro le prepotenze, juventine (a nostro avviso, sempre) ed arbitrali insieme. Sentitela… Il quotidiano “La Nazione”, nella sua edizione aretina, ha pubblicato, mercoledì scorso, una notizia che ha del sensazionale: “La ventenne ginnasta valdarnese Lara Mori rivince il nostro concorso ‘Lo sportivo dell’anno’, grazie agli 8.476 voti on line dei lettori (28%); seconda la tennista, campionessa italiana giovanile, Matilde Mariani, con 7.265 voti (24%); terzo il calciatore Andrea Settembrini, con 7.181 voti (24%); quarto” (nettamente distanziato, quindi) il presidente nazionale degli arbitri, Marcello Nicchi, con 6.559 voti (22%)”.

La sconvolgente “novità”, del tutto imprevista, è stata commentata con parole di fuoco dal sito Kintsugi (sottotitolo: “Per ri-costruire un’aia nuova”): “… questi sondaggi rappresentano benissimo quello che sarà… le nuove leve avanzano e spazzano via le cariatidi del tempo che fu… Si tratta di un sogno premonitore e chiarissimo del futuro dell’AIA”. Ma chi l’avrebbe mai detto? Nicchi, il capo assoluto degli arbitri, il dittatore senza paura, il dominatore dell’universo arbitrale, il terminator di tutte le opposizioni, lo sterminatore degli antagonisti, che viene mortificato e zittito, a casa sua, da una ventenne… Lo dicevamo noi: mala tempora currunt, per Nicchi (e per Sibilia, come stiamo per vedere, a proposito della richiesta di rinvio a giudizio, a carico del segretario Vecchione e di “persone allo stato non ancora individuate”)…

 

Ritorna d’attualità il caso “coni / Giulivi / D’Elia / Marrazzo” (Rieti-Pomezia)

Dopo ventun anni e sette mesi, ritorna prepotentemente d’attualità una vicenda tristissima, emblema dell’opacità, dell’ambiguità, delle scorrettezze, delle estreme disinvolture, esercitate, con sovrano senso ed intima convinzione della propria assoluta impunità, dall’organizzazione sportiva e calcistica italiana. Ovvero, dai rappresentanti del coni, della lega dilettanti e dell’associazione italiana arbitri (di calcio). Un caso esemplare, dimostrativo di quanto distruttiva, di ogni sentimento ed aspetto di giustizia vera, possa risultare l’autonomia dello sport e del calcio. È chiaro questo messaggio, vestale Malagò?

 

Rieti-Pomezia: un esempio da manuale… delle marmotte

Il 1° giugno del 1997 si disputò la gara Rieti-Pomezia, uno spareggio del campionato d’eccellenza laziale. La gara era stata inserita, a titolo sperimentale (si trattava dei primi casi di utilizzo, per le giocate sul calcio, di gare del campionato “di eccellenza” della lega dilettanti, in questo caso nel Lazio, poi finito nelle mani di Melchiorre Zarelli…), nell’ambito del concorso pronostici Totogol del coni.

 

La Gazzetta dello Sport del 21 novembre 1998

Lasceremo la parola a Gianni Bondini, che era uno dei massimi “cantori” di Elio Giulivi, il discusso presidente della lega dilettanti: “Ieri l’avvocato dell’arbitro, imputato per falso ideologico, ha seminato anticipazioni che potrebbero mettere in agitazione i vertici della Federcalcio e del Coni. Rieti – Pomezia potrebbe far tremare i pezzi grossi. In marzo il tribunale di Rieti emetterà la sentenza sulla vicenda… che ha alterato una schedina Totogol… Come può mettere in crisi l’Olimpo federale una modesta partita di spareggio del campionato di Eccellenza laziale? Per le cose ascoltate nelle nove ore e passa di ieri, trascorse nell’aula e dintorni della prima sezione penale (presidente Flavia Grilli)”. Come si può rilevare, Bondini, in ossequio al tradizionale stile filo-governativo della rosea, si guarda bene dal chiarire quali fossero, “le cose ascoltate”. Ma si può, forse, un tantinello immaginare…

 

Le anticipazioni dell’avv. Antonio Zecca, difensore dell’arbitro Marrazzo

Bondini prosegue, palesemente in imbarazzo: “L’avvocato Antonio Zecca, legale dell’arbitro… Salvatore Marrazzo… Dalla sua ricostruzione sommaria… le cose, dopo la sospensione di Rieti-Pomezia (1-0), per l’espulsione del quinto giocatore della squadra ospite, sarebbero tutte registrate sui tabulati Tim del telefonino family di Marrazzo e su quello vip dell’ex designatore dei dilettanti Pietro D’Elia”.

 

L’impressionante relazione dell’avv. Zecca sui “pezzi grossi”, mitragliata al processo penale…

La Gasport continua, quasi suo malgrado: “A D’Elia avrebbe telefonato l’ex segretario della Lnd Mauro Grimaldi, lanciando l’allarme (‘Ma che avete combinato?’)”. Non c’è che dire: un fulgido esempio di trasparenza sportiva. Oggi, sempre per inciso, Mauro Grimaldi è componente del consiglio d’amministrazione della federcalcio s.r.l, presieduto, chissà con quale lauta remunerazione annua, dal potenziale “plurimo incompatibile”, Cosimo Sibilia. Così va il calcio, in Italia…

Ma diamo di nuovo la parola a Bondini: “Sempre a D’Elia si sarebbe rivolto ‘il presidente della Federcalcio, Luciano Nizzola’. E, ovviamente, avrebbe telefonato anche il capo dei dilettanti Elio Giulivi, ma in seconda battuta e con una frase sibillina: ‘per prassi (per dire: fate figurare che la partita è finita regolarmente, ndr)’. ‘Dietro a Giulivi e anche a Nizzola – sussurra Marrazzo – c’è un personaggio importante del Coni’…”. Ora, chi fosse codesto “personaggio importante” (li anvedi, Malagò, i sospetti su quel coni, che ti è tanto caro?), non s’è saputo mai. Forse, nessuno ha indagato. Si saranno tutti distratti…

 

Bondini e “La Gazzetta” si superano…

 Ma vedete quel che ha il coraggio di scrivere, di seguito, Gianni Bondini, sul più importante quotidiano sportivo italiano: “E perchè questo personaggio sarebbe sceso in campo? Per una modesta schedina del Totogol che, comunque, prevede che le vincite siano ‘certe’ solo al lunedì, con la conferma del Servizio concorsi? No. Nessuno voleva e / o poteva fare uno sgarbo volontario a quei 13 poliziotti di Nettuno (Maria Teresa Bongianni, più 12 uomini). Allora? Era ‘prassi’, cioè vigeva una certa faciloneria, nella periferia delle schedine. In quella periferia viaggia pure il signor Giovanni Milano da Rieti. Chi è? È il ‘fiduciario’ del Totocalcio che, non conoscendo il regolamento del calcio (sul numero minimo di giocatori in campo di una squadra) e senza sentire l’arbitro Marrazzo, che al terzo minuto di recupero aveva sospeso la partita, un anno e mezzo fa convalidò con un fax” (il risultato) “Rieti-Pomezia (1-0)…”. Faciloneria? Ma davvero? Un incaricato del servizio pronostici del coni, al quale compete certificare i risultati e, quindi, le eventuali vincite, in relazione al quale Bondini confessa, tranquillamente e con soave disinvoltura, senza minimamente inorridire, che non conoscesse il regolamento e non avesse neppure ritenuto di farsi, quantomeno, aggiornare ed istruire dall’arbitro Marrazzo… Il tripudio della superficialità, della non professionalità: il quadro del coni…

 

La “telenovela” continua… 

Bondini: “Insomma, sembra proprio una storia di straordinaria follia, se non ci fosse di mezzo un tribunale penale e una pubblica accusa, il sostituto Fabio Picuti, che promettono massimo rigore e ben 15 testi a carico. Per falso ideologico, continuato e in concorso. Presenti anche due parti lese, il Coni, rappresentato dall’avvocato Guido Valori, e i 13 poliziotti del Totogol, con l’avvocato Muzzi”. Il “cantore” di Giulivi s’è barcamenato, destreggiato e maldestreggiato, ha oscillato come un pendolo impazzito… Non sapeva più come muoversi. Ma il lettore, suo malgrado, un’idea se la sarà fatta allora e se la può rifare, rispolverandola, ancora oggi, a distanza siderale di tempo…

 

L’enorme “danno erariale”

Il “danno erariale” era stato determinato dalla modifica del referto arbitrale (“alterato” dal direttore di gara Salvatore Marrazzo, su “impulso” del suo designatore, l’ex arbitro internazionale Pietro D’Elia, a sua volta “istruito”, secondo Marrazzo, dal presidente della lega dilettanti, Elio Giulivi). La partita era stata sospesa dal direttore di gara nei minuti finali dei supplementari, per inferiorità numerica, in ragione della quinta espulsione di calciatori del Pomezia. Erano, dunque, rimasti in campo sei calciatori di una delle due squadre contendenti, laddove il regolamento di giuoco, com’è ben noto in tutta Itlia, ma ignoto all’incaricato del coni, consente che una gara non possa proseguire con in campo un numero di calciatori inferiore a sette.

 

E l’osservatore arbitrale, Ramicone, era nel “tunnel” degli spogliatoi…

L’osservatore dell’arbitro, Domenico Ramicone di Tivoli (che avrebbe potuto ergersi a testimone della verità…), dichiarò, nel merito, che non aveva assistito all’episodio della quinta espulsione, in quanto si trovava nel tunnel che conduceva agli spogliatoi. Circostanza stranissima e comunque grave, perché l’osservatore non può abbandonare la visionatura della gara, fin quando essa non sia terminata.

 

E Mario Graziani fu premiato con la benemerenza della lega dilettanti…

L’addetto ai referti, tale Mario Graziani, da parte sua creò una sorta di confusione, dopo aver ricevuto e ritirato due diversi, contrapposti referti arbitrali. Costui fu poi, su proposta di Melchiorre Zarelli, l’improbabile presidente del comitato laziale (al centro dello scandalo dell’attuale violenza sugli arbitri da parte delle società, dei tecnici e dei calciatori laziali), inverosimilmente ed assurdamente premiato, con la benemerenza nazionale della lega dilettanti, deliberata da Carlo Tavecchio… Il che attesta, una volta di più (ma quante volte ancora deve succedere?) l’irresponsabilità e la noncuranza, per gli aspetti etico-morali, da parte di Zarelli e Tavecchio… Il quale Zarelli, tra l’altro, per completare l’opera virtuosa, propose, per un premio che richiedeva il requisito di venti anni di attività federale, un Graziani che ne poteva vantare, di anni, al massimo una cinquina…

 

La corte federale si pronuncia per la sospensione anticipata della gara, contro il referto arbitrale

In sintesi: il punteggio considerato, ai fini dell’assegnazione del premio da Totogol, fu quello dell’1-0 a favore del Rieti, ovvero ignorando la quinta espulsione e la conseguenza necessitata della gara persa, col punteggio di 0-2, allora vigente (comunque, non di 0-1), sempre a favore del Rieti. La corte federale della federazione calcio si pronunciò per la sospensione anticipata della gara (come, in effetti, s’era verificato). Come ben si vede, quando c’è la volontà, o quando è costretta dall’evidenza dei fatti, la giustizia sportiva arriva fino a smentire i referti arbitrali… Prendi nota, Nicchi, anche se, all’epoca, stavi proprio lì lì per smettere di fare i danni da arbitro, sui campi di gioco, e non avevi ancora intrapreso la tua “democraticissima” carriera da dirigente arbitrale.

 

Il coni risarcisce

Il coni dovette risarcire, per circa un miliardo e mezzo di lire, tutti quei partecipanti al Totogol, che avevano impugnato la distribuzione dei premi. I ricorrenti erano tredici agenti della polizia di Nettuno. La sfortuna di arbitro, designatore arbitrale, osservatore dell’arbitro, delegato coni (Giuseppe Milano da Rieti) alla verifica del risultato della gara (in concreto, uno dei massimi responsabili morali, se non giuridico, del pateracchio), del presidente della lega dilettanti, del suo segretario, nonché del personaggio del coni, rimasto ignoto, fu proprio la qualifica di poliziotti, dei vincitori reali del concorso pronostici: un manipolo di persone tenaci, coriacee, non disponibili ad accettare supinamente una realtà virtuale… Mentre il processo penale si è concluso, nel 2007, con la prescrizione, D’Elia e Marrazzo sono stati poi condannati, dalla Corte dei Conti, a risarcire in solido il coni, per danno erariale, nella misura di 271.677 euro (Elio Giulivi, presidente della lega dilettanti all’epoca della gara in questione, dopo essere stato condannato per danno erariale in primo grado, era stato liberato, in appello, dal pesante fardello contabile).

 

Il dibattito giuridico sul caso

La Cassazione (Presidente, Giovanni Mammone; Consigliere estensore, Biagio Virgilio) ha ritenuto che “l’arbitro è investito, di fatto, di un’attività avente connotazioni e finalità pubblicistiche, se non altro in quanto inserito a pieno titolo nell’apparato organizzativo e nel procedimento di gestione dei concorsi pronostici da parte del Coni, con il connesso impiego di risorse pubbliche”. Ci siamo, finalmente: c’è voluta la Suprema Corte, per mettere in ordine la situazione ed i principi ad essa correlati. In termini espliciti, innanzitutto il fatto, indiscutibile ma da tanti personaggi della vicenda fintamente negletto, che fossero “in gioco” ingenti risorse pubbliche.

 

La Corte di Cassazione schiaffeggia le presunte lealtà arbitrale e correttezza dell’associazione italiana arbitri

Con sentenza del 13 febbraio 2018, depositata il 9 gennaio di quest’anno appena iniziato (tre giorni or sono), la Corte Suprema di Cassazione – Sezioni Unite Civili, ha sepolto e sigillato, in un sarcofago del tutto simile a quello di Aida e Radames, i miti dell’infallibilità del referto arbitrale e della generica correttezza dell’associazione italiana arbitri. Ne prendesse atto, finalmente, Marcello Nicchi. Se lo annotasse, Giovanni Malagò.

Giorgetti e Salvini soppesassero, con serietà e rigore, la vicenda ed il suo intimo, profondo significato (anche sotto l’aspetto del danno erariale), ai fini dell’auspicata riforma dello sport italiano, con annesso e connesso smantellamento dell’autonomia arbitrale e sportiva in genere. In sintesi: mentre Malagò si sbraccia per l’autonomia, a suo avviso (come minimo tardivo, vero Luca Lotti?) sottoposta, da parte della politica, ad un pericolosissimo “attentato”, e mentre Nicchi rivendica sempre di più, con la sua supponenza, l’assoluta autonomia arbitrale (tranne che per i casi dei buuuuu razzisti, ovvero eccetto le situazioni che non gli convengono…), la realtà s’incarica di far emergere situazioni talmente concrete, inoppugnabili, documentate e certificate ai massimi livelli, da zittire tutti codesti soggettini.

 

Le interconnessioni con la vicenda del “falso in atto pubblico”, ipotizzato dal Pubblico Ministero, dott. Danilo De Simone

Ma la sentenza della Suprema Corte fa giustizia anche delle illusioni di Andrea Vecchione, Paolo De Fiore, Salvatore Gagliano (vice commissario, delegato proprio all’attività agonistica, durante la gestione del prefato commissario De Fiore), Cosimo Sibilia, Luigi Barbiero & assortita compagnia consulente, in relazione al caso della delibera sul ritiro dal campionato di promozione della Juve Pro Poggiomarino, pubblicata sul comunicato ufficiale del comitato campano, ma con testo falsificato (secondo l’accusa del Pubblico Ministero, dott. Danilo De Simone) da Andrea Vecchione. Su questa vicenda, Calcio malato s’è soffermato nella sua ventitreesima puntata. Ma, qui e subito, analizziamo, nei suoi punti essenziali, la storica sentenza della Corte di Cassazione, che spazza via, brutalmente, i presunti assiomi innanzi elencati, dimostratisi meri assunti infondati e mere millanterie, o vanaglorie.

 

I capisaldi della sentenza della Cassazione: assordanti campanelli d’allarme, per il “concorso” (di Vecchione) “con altre persone, allo stato non ancora identificate”

I punti essenziali della sentenza della Cassazione saranno qui di seguito trascritti o riepilogati, evitando, per quanto possibile, eccessivi dettagli tecnici (quelli che Giancarlo Abete amava definire “tecnicalità”). Innanzitutto, viene evidenziato che Marrazzo e D’Elia, “pur non rivestendo la qualità di pubblici ufficiali, erano senz’altro consapevoli nel momento in cui perpetrarono la condotta illecita”.

 

La “relazione funzionale” e “di servizio”: e quella, ancor più “stretta”, di un segretario di comitato regionale?

La Cassazione, nella circostanza, ha ribadito che “costituisce principio consolidato, nella giurisprudenza di queste sezioni unite, quello in virtù del quale è idonea a radicare la responsabilità contabile l’esistenza di una relazione funzionale tra l’autore dell’illecito causativo di danno patrimoniale – che ben può essere un soggetto privato – e l’ente pubblico danneggiato; e tale relazione è configurabile non solo in presenza di un rapporto organico, ma anche quando sia ravvisabile un rapporto di servizio in senso lato, in quanto il soggetto, pur se estraneo alla Pubblica Amministrazione, venga investito, seppure in modo temporaneo e anche di fatto, dello svolgimento di una data attività della pubblica amministrazione.

La giurisdizione del giudice contabile sussiste, quindi, tutte le volte in cui fra il soggetto danneggiante e l’amministrazione o l’ente pubblico danneggiato sia ravvisabile un rapporto, non solo d’impiego in senso proprio e ristretto, ma di servizio, per tale intendendosi una relazione funzionale in virtù della quale tale soggetto, per l’attività svolta continuativamente, debba ritenersi inserito, ancorché temporaneamente e anche in via di fatto, nell’apparato organizzativo e nell’iter procedimentale dell’ente, sì da rendere il primo compartecipe dell’operato del secondo… Sulla base di tali principi, devono ritenersi pienamente ravvisabili nella condotta tenuta dai ricorrenti” (ovvero, D’Elia e Marrazzo) “i requisiti per la configurazione della loro responsabilità contabile in ordine al danno economico subito dal coni nella vicenda in esame. L’arbitro di calcio non è pubblico ufficiale, è associato all’aia (associazione italiana arbitri), la quale è componente della figc (federazione italiana giuoco calcio, associazione con personalità giuridica di diritto privato), a sua volta federata al coni (comitato olimpico nazionale italiano, ente pubblico non economico)”.

 

Ben chiarita la funzione arbitrale, elemento episodico e provvisorio: e che dire di un segretario, incessantemente “al servizio” del comitato campano?

La Suprema Corte prosegue: “Quel che essenzialmente rileva, ai fini che qui interessano, è che l’arbitro, nell’esercizio della sua funzione, dirige e controlla le gare, è cioè colui che è chiamato ad assicurarne, a tutti gli effetti, il corretto svolgimento nell’osservanza del regolamento di gioco. La compilazione del referto di gara costituisce, in tale contesto, un elemento fondamentale, in quanto è l’atto ufficiale che contiene il resoconto dei fatti salienti della partita e attesta il suo risultato, con le relative conseguenze anche con riguardo ai concorsi pronostici e alle connesse vincite. Ne consegue… che l’arbitro è investito di fatto di un’attività avente connotazioni e finalità pubblicistiche, se non altro in quanto inserito, a pieno titolo, nell’apparato organizzativo e nel procedimento di gestione dei concorsi pronostici da parte del coni, con il connesso impiego di risorse pubbliche: sussiste, pertanto, quella relazione funzionale e quella compartecipazione con l’ente pubblico sopra indicate, idonee a configurare la responsabilità contabile e quindi a radicare la giurisdizione della Corte dei conti”.

 

La delibera (“falsificata”) di un giudice sportivo, elemento terminale della giustizia sportiva

Lasciamo, doverosamente, all’immaginazione ed al giudizio degli amici lettori di Calcio malato, quindi, la valutazione sulla connessione funzionale, verosimilmente ancora più effettiva, incisiva, concreta e pesante (rispetto a quella relativa ad un referto arbitrale), di una delibera della giustizia sportiva (quella sulla Juve Pro Poggiomarino). Per di più, “falsificata”, secondo la pubblica accusa, dal capo degli uffici del comitato campano, Andrea Vecchione, “in concorso con persone allo stato non ancora identificate”.

Siamo, con una delibera, allo stadio finale, o terminale, della giustizia sportiva. Non più il referto arbitrale, ancora da sottoporre al giudizio degli organi, per l’appunto, di giurisdizione sportiva, ma, addirittura, un atto di codesta giurisdizione, “alterato” non da un soggetto con collegamento episodico e provvisorio, ma in rapporto organico, in quanto dipendente del comitato campano, nonché esercente funzioni apicali, in quanto capo degli uffici burocratici del comitato medesimo. Ci si può solo chiedere, a questo punto, come i soggettini, più volte indicati ed elencati, possano sottrarsi alla mannaia che incombe, altamente minacciosa, sulle loro cervici e sui loro colli.

 

Il terrificante decreto del Giudice per l’Udienza Preliminare, dott.ssa Giovanna Cervo: Sibilia e Barbiero “responsabili civili”

Tant’è che il rigoroso Giudice per l’Udienza Preliminare, dott.ssa Giovanna Cervo, ha emesso un terrificante (per Barbiero e Sibilia) decreto, mediante il quale li ha qualificati come “responsabili civili”: ossia, tenuti a rispondere, in una con Vecchione, del risarcimento dei danni agli avvocati Filippo Pucino (assistito dall’avv. Gennaro Lepre) e Gaetano Annella (assistito da Gianluca Barbato). I due eccellenti professionisti erano stati indecorosamente e (in misura altamente verosimile) strumentalmente sbattuti, su un iniquo “banco degli imputati”, da De Fiore, Sibilia, Gagliano & compagnia di giro… dei deferimenti disciplinari. Ora, gli improbabilissimi accusatori dovranno chiedere scusa ai rigorosi e seri professionisti. E, ancor peggio per gli ex accusatori, risarcirli. Ma con quali fondi? Quelli, ancora una volta, delle innocenti società del calcio dilettantistico campano? Oltre, ovviamente, a quelli personali, se così deciderà il giudice penale. Il nostro sommesso parere è che dovrà intervenire, scucendo un importo adeguato, la lega dilettanti. In ogni caso, il più esposto, tra tutti, appare il segretario Andrea Vecchione. Costui, peraltro, dal commissariamento in poi, ha ondeggia tra la posizione di capo degli uffici e quella di “reietto”: dapprima, è stato esautorato da Cosimo Sibilia; poi, è stato ripristinato, nel ruolo e nelle funzioni, dallo stesso Sibilia. Ora, si vocifera che sarà di nuovo deprivato della carica di segretario. Se non peggio. Prima di piegarsi al ruolo di capretto sacrificale, mediti, Vecchione, se sia davvero il caso. In tutti i sensi… Certo, dopo la sentenza della Cassazione su Rieti-Pomezia, si salvi chi può…

 

Lega dilettanti: di male in peggio…

 Lo scandalo Rieti-Pomezia coinvolge certamente il coni (che ha, però, pagato con soldi pubblici i tredici poliziotti…), il suo incaricato alla verifica del risultato, tale Milano, uno dei tantissimi inconsapevoli che pullulano a Palazzo H, a Roma, il commissario di campo, Giuliano Belfiori, l’ignoto (restato tale) alto dirigente del coni, al quale già s’è fatto cenno, nonché l’osservatore dell’arbitro, Domenico Ramicone, oltre, ovviamente, a D’Elia e Marrazzo. In ragione di uno dei tanti, misteriosi paradossi della giustizia ordinaria (per carità, comunque incomparabilmente superiore, in toto, al simulacro di giustizia, configurato da quella cosiddetta sportiva), sono stati svelati gli altarini dei materiali esecutori dell’intrallazzo, ma sono rimasti, ben acquattati nell’ombra, i mandanti. E non si sostenga che non esistano, i mandanti. Il coni e la lega dilettanti avevano un enorme interesse, d’immagine e di prosecuzione degli invero un po’ azzardati rapporti, affinché non scoppiasse uno scandalo unico nella storia delle schedine del Totocalcio e del Totogol: un risultato nullo, per decisione di un arbitro e della giustizia sportiva. Ciò che, però, s’è effettivamente verificato. Ma dopo… Nella tagliola, invece, sono rimasti impigliati, e da essa tritati, solo gli associati all’aia D’Elia e Marrazzo.

 

Ma, da Giulivi a Tavecchio…

A Giulivi, proprio per via dello scandalo Rieti-Pomezia e falsificazione di un risultato del Totogol, subentrò Carlo Tavecchio, che da tempo aspirava alla carica di presidente della lega dilettanti e tramava… L’unica considerazione che, a consuntivo, si può proporre, di questo avvicendamento al vertice, è quella proverbiale: di male in peggio. Dispiace doverlo sottolineare ora, che Giulivi è passato, a maggio scorso, a miglior vita. Ma i fatti non possono essere occultati, neppure in ossequio al pur sacro precetto “parce sepulto”.

E non fateci elencare i problemi enormi di Tavecchio, che sta tornando a parlare in pubblico, ritenendo passata la bufera, all’insegna del motto siculo “calati juncu, ca passa la china” (“piegati giunco, ché la piena passerà”). Due soli richiami ai fatti: la richiesta di rinvio a giudizio, che gli pende sul groppone, per molestie sessuali ai danni della dirigente della Lazio femmile, Elisabetta Cortani; l’aver propiziato il ritorno in federazione calcio di un soggettino, Cosimo Sibilia, che era stato esiliato e confinato al coni regionale della Campania. Ma che fior di gentiluomo, codesto Tavecchio. E si permette di pontificare ancora… Nella prossima puntata di Calcio malato, ne daremo conto.

 

La ricostruzione “storica” 

Quel concorso, di Rieti-Pomezia, ia, passerà, dunque, alla storia dei

Concorsi pronostici del coni.

Era il n. 42 di quella stagione sportiva.

La gara Rieti-Pomezia era incasellata al n. 22.

Da questa vicenda, si diceva, venne fuori Tavecchio, che prese il posto di Giulivi, man mano peggiorando il precedente livello della lega dilettanti. Da una sorta di “complotto in ambito sportivo”, auspice Malagò, scaturì la presidenza della lega dilettanti a Cosimo Sibilia. Sintesi nominativa: Giulivi, poi Tavecchio, poi Belloli, poi Cosentino, poi Sibilia. Sempre più giù, di male in peggio. Come a dire: al peggio non c’è mai fine… Ahi, quel Rieti-Pomezia… Ed, oggi, una vicenda contabile (risarcimento a Pucino ed Annella) rischia di travolgere di nuovo la lega dilettanti (e, di rimbalzo, il comitato campano, peraltro commissariato, senza pudore, da tre anni e quattro mesi, ovvero da quaranta mesi).

 

Ma chi pagherà? E quanto?

Con il codicillo velenoso degli aspetti economici: quale sarà l’entità del risarcimento a favore degli avv. Filippo Pucino e dell’avv. Gaetano Annella? Chi sarà condannato a pagare? Andrea Vecchione, senza dubbio alcuno, se non riuscirà a sottrarsi alla ghigliottina della vicenda, chiamando in causa altri. Ma le persone in concorso con Vecchione nella falsificazione del comunicato ufficiale, non ancora, allo stato, identificate, come scrive il P.M. dott. Danilo De Simone, chi sono? E quanto costerà, questa storiaccia, ai responsabili civili, Luigi Barbiero e Cosimo Sibilia? A titolo personale, o rifugiandosi sotto la provvida ascella, a mo’ di chioccia protettrice, del comitato campano e della lega dilettanti? Ma devono pagare sempre, per via indiretta, di riffe o di raffe, gira e rigira, le società del calcio dilettantistico, come l’ortolano alle prese col proverbiale cetriolo? In ogni caso, tutto senza vergogna. No limits!

 

Gli arbitri, sempre loro, prescindendo da quelli seri e corretti (la schiacciante maggioranza)

Alla fin della fiera, come si dice non a Napoli, gira e rigira, la colpa e le responsabilità sono sempre degli arbitri. Nel caso Koulibaly. Per Rieti-Pomezia. Pe il (la) VAR. Ovviamente, fatta rigorosa ed assoluta eccezione per gli arbitri giovani, disinteressati, disincentivati, che non percepiscono un euro, che dirigono le gare solo per pura passione. Ovvero, la schiacciantissima maggioranza.

 

  1. SEGUE