Calcio malato: i misteri (ben poco misteriosi) della Lega Dilettanti tavecchiana e sibiliana – SESTA PUNTATA

Facciamo un rapido punto della situazione, che, in Federazione calcio, inizia a delinearsi. Dunque, Francesco Ghirelli (un dirigente di alto profilo: efficiente, pragmatico, lungimirante, di solida esperienza, di lucida visione dei problemi) è stato eletto, proprio questa mattina del 6 novembre, alla presidenza della lega pro. In tandem con Gabriele Gravina, si determina, dunque, un asse (Gravina / Ghirelli) tra gli unici autentici dirigenti dell’attuale federazione calcio. Una coppia, oltretutto, ben affiatata, che inizierà a garantire (era ora!) certezze senza frenesie ed innovazioni scevre da fantasie velleitarie all’impianto “istituzionale” del calcio. Certo, sono solo in due. Ma, per iniziare un percorso, basterà. D’altro canto, non è certo “colpa” di Gravina e Ghirelli, se il calcio nazionale s’è ridotto ad avere, quali capi, i Micciché, i Balata, i Tommasi, gli Ulivieri, i Nicchi e perfino i Sibilia. Mio Dio, come siamo caduti in basso!

Ricominciamo, come nella simpatica canzone di Adriano Pappalardo. E riannodiamo i fili del discorso.

Questa pseudo-democrazia sportiva (la qualifica di anti-sportiva sarebbe molto più appropriata), secondo l’interessatissimo parere dei Malagò & sodali, dovrebbe essere non annientata, non scopata via, ma addirittura tutelata dal Governo, da Giorgetti, dallo Stato.

No, grazie. Meglio, molto meglio disintegrarla, codesta anti-democrazia…

Eppure, Malagò inizia a strepitare, avendo odorato il fieto del miccio, come sanciva l’ineguagliabile Eduardo De Filippo. Certo, il pariolino si agita a modo suo, aizzando gli ingenui (ma veramente ingenui?) presidenti delle federazioni sportive nazionali, che, come vestali oltraggiate, gridano all’invasione di campo, alla devastazione dei principi di democrazia sportiva, alla violazione dell’autonomia dello sport.

Non ripeteremo, di seguito, tutto quanto abbiamo già sottolineato, in argomento. A titolo riassuntivo, bastino solo un paio di esclamativi.

Il primo: i pomposi principi informatori dello sport, i suoi criteri anti-democratici (ci torneremo, per chiarire in dettaglio) delendi sunt! Per innovare, rinnovare, costruire finalmente una realtà viva e non sclerotizzata, non più autoreferenziale, devono essere distrutti, annichiliti, disintegrati.

All’atto, gli pseudo principi informatori dell’organizzazione sportiva, tanto per dire, sono partoriti, tra compromessi, diplomazie acrobatiche, sotterfugi da corridoi del potere, da quella specie di Politburo sovietico dell’epoca di Leonid Breznev, di consesso gerontocratico, che è il consiglio nazionale del CONI (l’ente inutile per eccellenza, in Italia. Anzi, controproducente e dannoso).

In questa sorta di “assemblea di anziani”, ovviamente, Malagò si muove

da padroncino delle Ferriere. Ma quel tempo sta per esalare l’ultimo respiro!

Il secondo esclamativo: la sedicente giustizia sportiva, in senso lato, onnicomprensivo, è sempre di più inadeguata, indigeribile, sempre più vicina a quella (tutti la ricordiamo: dipintura mirabile) del Marchese del Grillo, interpretato dal grande Alberto Sordi: “Giustizia? Ma io so’ io e voi non siete un…”.

E, quando manca la giustizia e ne viene meno perfino la percezione, è la fine.

D’altro canto, chi dovrebbe tutelarla, la giustizia, il collegio di garanzia del CONI?

A proposito, ritorniamoci per un attimo: ma Frattini che farà, quando sarà eventualmente chiamato, come presidente di sezione del Consiglio di Stato, a decidere sulla legittimità della delibera del collegio di garanzia (quella proprio a firma Frattini, il disinvolto presidente, che la bollò e delegittimò, dichiarando: “La serie B è rimasta a 19 squadre. Ma io ho votato contro)?

Che farà: voterà in quanto Frattini, ovvero disintegrerà, per intima coerenza personale, la decisione del collegio di garanzia? Oppure voterà come ha deciso il collegio di garanzia, fregandosene della propria intima coerenza giuridica?

La tristissima conclusione è (siamo costretti a ripeterci): ma come s’è potuto, per così lungo periodo, tollerare queste forme di indigeribili incompatibilità, che riguardano i Cesare Mastrocola, i Sergio Santoro, i Franco Frattini, nonché tutti gli altri componenti “minori” del sedicente tribunale federale nazionale, della sedicente corte federale, del sedicente collegio di garanzia (per non dire degli organi periferici, che davvero inducono alla compassione)?

Il punto è: ma davvero Giorgetti interverrà, per spazzar via codeste tarantelle, se non antigiuridiche, come minimo insostenibili sotto il profilo della deontologia, del decoro, della decenza istituzionale?

C’è un punto di non ritorno, un limite invalicabile: che, però, è stato spregiudicatamente travolto. Da tempo.

Giorgetti, ora, visto che s’è incamminato in questo percorso coraggioso, ne ripristini barriere, tutela e confini.

Per dirla chiara, occorre ripristinare il rispetto (smarrito da lungo periodo) del principio della separazione dei poteri.

Si badi bene: negli ambiti giuridici seri, la separazione dei poteri esiste da secoli e nessuno si sogna di metterla in discussione. Nel calcio e nello sport, invece, la separazione dei poteri non esiste, se non sulla carta.

Anzi, trionfa la confusione dei poteri, se non addirittura la prevaricazione dei poteri, l’uno con il tacco dello scarpone (a mo’ di maresciallo Tito) ben piantato sulla cervice di quello subalterno.

In questo quadro, ritornano alla mente i Carlo Tavecchio ed i Mario Gallavotti  uber alles, di un’epoca federale recentissima, che si auspica scomparsa per sempre.

Solo per suscitare un moto di sdegno e di ripulsa in chi legge e nel tentativo (vano, ben lo si sa) di un moto di pentimento (ma che speranze ci possono mai essere, con cotali soggettini?), rammenteremo agli ignari, agli inconsapevoli, agli ignoti, ai furbastri che il principio della separazione dei poteri, in senso giuridico moderno, si fa comunemente risalire a Montesquieu, alla sua fondamentale opera, Lo spirito delle leggi (del 1748…).

Corre (anzi: scorre. Anzi, ancora: sta per volgere alla fine) il centosettantesimo anno, da quell’opera. Per il calcio, sono passati invano. Chi li ha visti?

Una giustizia senza separazione dei poteri, una giustizia asservita al potere pre-potente (che viene prima del potere, che prevarica sul potere), una giustizia nominata dal potere pre-potente, una giustizia che, se intende conservare il proprio, di potere, deve accontentarsi di potestà monche, ridimensionate, modellate sulla volontà e sull’imperio di chi comanda, di chi gestisce, di chi nomina: un simulacro del genere, questa finzione ingannevole, a cosa serve?

In sintesi, questa parodia di giustizia non ha il diritto di rivendicare la sua denominazione. È una giustizia, per usare una parafrasi, ad usum imperatoris. Utile solo al finto imperatore, a chi (esempio luminoso su tutti: Carlo Tavecchio) s’illudeva d’essere diventato sovrano assoluto della federazione calcio per diritto divino (molto di più, ingrossando dossier su tutti e su ciascuno), ma, nella realtà, s’era impiantato su una base di argilla, molle, friabile, scivolosa, franosa.

La brutale realtà gliela spiattellò sul muso il pugnalatore Sibilia (copyright Corriere del Mezzogiorno, cioè della Sera), dopo aver usufruito dei vantaggi di essere sostenuto da Malagò, salvo riservare poi (sempre Sibilia) lo stesso trattamento al pomposo Megalò, appena (opportunisticamente: ma vale la pena sottolinearlo?) gli fu utile cambiare il proprio referente.

Sia consentita una breve digressione. Pare davvero che nessuno abbia fatto caso alla vicenda delle seconde squadre, la tanto strombazzata riforma delle riforme, la supposta (molto supposta) panacea del calcio.

Chiariamo subito che le seconde squadre non configurano una soluzione, ma un problema in più, innestato sulla grave situazione generale.

Per liquidare il discorso (per ora: ma ci torneremo) rapidamente, sono un vezzo incompatibile con l’Italia dei campanili. Tant’è che solo la Juventus (e ti pareva…) s’è iscritta. Poi vedremo, alla fine di quest’anno sperimentale (esperimento, sia chiaro, già fallito miseramente), che fine faranno queste tanto invocate (a vuoto) seconde squadre. Ma ci facciano il piacere…

Nessuno, si diceva, sembra aver posto mente a codesto fallimento. Ma esso fa il paio con un fallimento ripetitivo e continuo: la patetica organizzazione del settore giovanile e scolastico, affidata all’ignoto, ignaro, inconsapevole Vito Tisci.

Voi chi chiederete: Tisci, ma chi era, costui? Il pugliese è un dipendente della CONI Servizi S.p.A., in odore di incompatibilità (ma nessuno fa caso, neppure a questo aspetto).

Verosimilmente, Tisci fu eletto presidente del comitato pugliese in virtù di una deroga, concessa su iniziativa presumibile dal solito Tavecchio.

Certo, Tisci è percettore delle diarie e dei rimborsi (e che diarie! E che rimborsi!) quale presidente regionale, delle diarie e dei rimborsi (e che diarie! E che rimborsi!) quale presidente nazionale del settore giovanile, magari incassa anche qualche privilegio economico particolarissimo (leggasi contratto: se ne parlò diffusamente, all’epoca della sua imprevista cooptazione nazionale, ma poi i sussurri e le grida furono strozzati sul nascere).

Tisci fruiva anche di un’auto di servizio del comitato pugliese, con la sua compagna in carico al comitato stesso, come responsabile degli impianti sportivi…

Su tutto questo ambaradan, su codeste incompatibilità ed inconciliabilità (quantomeno, di ordine etico e morale: ma il principio della lealtà sportiva, vale solo per chi non abbia protettori?), silenzio permanente.

Volete sapere per quali meriti preclari Vito (Roberto) Tisci fu premiato come presidente nazionale del settore giovanile, in aggiunta alle altre cariche e prebende? Tisci divenne presidente del comitato pugliese della lega dilettanti, tanto per cambiare, previo tradimento politico al suo ex capo, Franco Biscozzi (successivamente, Tisci si sbarazzò anche dell’altro suo padrino, Achille Candido. Ma questi sono dettagli, nel mondo del calcio).

Ebbene, il merito di Tisci fu quello di aver ridotto ai minimi termini, già nei primi anni della sua presidenza del comitato pugliese della l.n.d., proprio… il settore giovanile regionale.

Ma che volete farci: sono i metodi, i criteri meritocratici, della lega di Tavecchio (oggi, di Sibilia), col quale il quasi elegante pugliese aveva stretto un patto d’acciaio (molle).

Il problema, però, è che, se gli aspetti delle disinvolture economiche possono e devono interessare – visto che scorrono, lisce ed indifferenti, sulla pelle delle sedicenti autorità sportive – le Procure della Repubblica, la Guardia di Finanza, l’Autorità Giudiziaria, ben diverso è quel che concerne, direttamente e strettamente, il calcio.

A questo riguardo specifico, è davvero singolare che, mentre tutti s’interrogano (o fingono di interrogarsi) sulle origini, sulle cause (remote e non) dei fallimenti, del default del calcio italiano, nessuno ancora si sia premurato di verificare a chi sia affidato uno dei due settori nevralgici per il progresso del movimento: quello giovanile.

Detto per inciso (e per completare il quadro), l’altro settore nevralgico è, ovviamente, quello tecnico. E qui basteranno un nome ed un cognome: Renzo Ulivieri. Conclusione: quali speranze possono mai nutrirsi, coltivarsi, magari anche solo accarezzarsi, almeno in questa fase?

Gravina e Ghirelli, pensateci voi! Non vi curate minimamente delle obiezioni, degli alti lai, delle doglianze delle anime derelitte. Puntate diritto all’obiettivo, con la giusta gradualità, ma anche con inflessibile fermezza!

Nel frattempo, prendiamo atto che Giancarlo Giorgetti, il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, con delega allo sport, non s’è fatto, da Malagò, né ingannare, né ammaliare, né infinocchiare, come indecorosamente erano soliti agire (ovviamente, non per ingenuità, ma per ben precisi fini) Luca Lotti, Matteo Renzi, Gianni Letta e Silvio Berlusconi, oltre agli anienisti vari, sfusi e a pacchetti.

Giorgetti, pur preso e assorbito da tante problematiche di livello obiettivamente maggiore, sta costringendo il pariolino nell’angolo, all’affannosa ricerca di uno spiraglio, di un pretesto per un complotto, di quelli tipici suoi. Ma quel tempo sembra irrimediabilmente finito…

Comunque, per dovere di completezza della disamina, a parere di Malagò e delle sue federazioni sportive, la riforma del CONI è sbagliata ed inaccettabile, per tempi e contenuti.

Non avendo avuto il coraggio di notificarlo a Giorgetti, nel recente faccia a faccia, Malagò sta fomentando e rinfocolando un dissenso spintaneo  delle federazioni sportive: ovvero, spontaneo con la spinta.

I volponi dello sport, manco a dirlo, si barcamenano. Nella vicenda sono in ballo non nobili principi, ma soldi sonanti: i contributi del Governo allo sport italiano. Qualcosa che oscilla tra i 410 ed i 440 milioni di euro annui.

La spartizione, dunque, di una torta succulenta e ricchissima, altro che la tanto strombazzata “autonomia dello sport”. Su di essa, peraltro, la rubrica Calcio malato  ha già avuto modo di esprimersi con chiarezza.

Visto il malgoverno che di essa è stato fatto finora, considerati gli abusi ed i soprusi (il Marchese del Grillo docet), perpetrati nel nome dei sacri ed inviolabili principi dello sport, che si provveda a definitivamente cancellarla, quest’autonomia!

Nel frattempo, si inizi un nuovo percorso, valutando le storture sulle doppie nomine, sui doppi e multipli incarichi – Tavecchio era, anche in questo campo, un maestro, con i suoi quattro stipendi, oltre agli annessi ed ai connessi –, sulle palesi incompatibilità, troppo a lungo celate, o ignorate, dalla procurella (piccola procura) della federazione calcio e del CONI.

Basterebbero le cennate motivazioni, per imporre un intervento col machete. Ma non sono, ovviamente, solo esse.

Ci limiteremo, in un’analisi necessariamente sommaria, a citarne solo poche altre: l’indecorosa retromarcia dell’autonomia dello sport sui temi della lotta alla violenza nelle manifestazioni sportive (ormai, in tal campo, autonomia addio, da tanto tempo); la lotta al doping, mai realmente esercitata in ambito sportivo (e se ne capisce bene il perché), per cui lo Stato ha dovuto avocarla a sé; il contrasto fermo all’illecito sportivo, sotto forma di calcio scommesse (al proposito, la dice lunga Renzo Ulivieri, con la sua squalifica per tre anni, come sanzione in ambito sportivo, passata in giudicato, addirittura alla guida dell’associazione italiana allenatori calcio, quale educatore degli educatori dello sport) e di mercanteggiamento dei risultati sportivi, altro aspetto avocato dallo Stato con proprie disposizioni legislative; infine, l’abuso del vincolo di giustizia, un sopruso che impera incontrastato, nello sport.

La cosiddetta clausola compromissoria si traduce, in pratica, in uno strumento di coercizione, che, sostanzialmente, quasi del tutto annulla la democrazia in ambito sportivo.

In forza di essa, il dominus del momento minaccia, strizza, poi eventualmente tritura, gli oppositori interni. I maestri ineguagliabili? Tavecchio (sempre lui), Nicchi e perfino (pur essendo in azione da pochissimo tempo) Cosimo Sibilia.

Magari, in una prossima puntata ci preoccuperemo di offrire una panoramica, su codeste iniquità.

Per concludere questo intervento del martedì, non possiamo non segnalare che Nicola Gratteri, Procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro, parlando della mafia (in particolare, della ’ndrangheta) come di un “problema europeo”, ha lanciato un allarme pesantissimo.

“… Stanno comprando tutto ciò che è in vendita. Per la vendita della cocaina in Europa, i trafficanti colombiani, boliviani e peruviani (unici Stati che producono droga naturale) non vogliono essere pagati in Sud America. Solo il 9% di quei soldi vanno in quel territorio… Le mafie sudamericane stanno comprando in Europa, che è diventata un supermercato”.

Suggeriscono qualcosa, le parole di Gratteri? Fischia l’orecchio a qualcuno, nel mondo dello sport e del calcio? Dal supermercato Europa delle mafie, si ritiene davvero che sia stato escluso, o che sarà tenuto fuori, il mondo del calcio?

Qualcuno ricorda il programma televisivo Report, andato in onda il 22 ottobre scorso su Rai 3, sui rapporti tra la ’ndrangheta (sì, proprio essa) e la Juventus, in tema di biglietti, di bagarinaggio (e di qualcos’altro)?

Raffaele Cantone, che è presidente dell’Aurorità Nazionale Anticorruzione, ma è anche l’autore di Football Clan, una cruda, impressionante analisi dei rapporti tra il calcio (incluso l’Avellino) e le organizzazioni criminali in Italia, ha qualcosa da dire, al riguardo?

Come l’affrontiamo, una tematica del genere, che davvero fa tremare le vene e i polsi? Salvaguardando l’autonomia dello sport? Con la procura federale, o con quella generale del CONI?

È finalmente ben chiaro che l’autonomia dello sport deve restare un (nostalgico, ma pessimo) ricordo e null’altro?

 

  1. SEGUE